LE CONSEGUENZE DELLA RIFORMA DEL LAVORO NEI PRIMI PROCEDIMENTI. L'intervista a Francesco D'Amora dello Studio Legale Associato QUORUM Legal Network

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24 Settembre 2012  Scritto da: Redazione


 È tra i primi studi legali ad essersi cimentato con le novità apportate dalla Riforma Fornero. Si tratta di QUORUM, studio legale associato costituito da 30 professionisti che, nonostante la recente costituzione, ha bruciato nei tempi e nelle risposte tempestive fornite ai propri clienti, realtà più blasonate. Prosegue dunque l’inchiesta di FinanzaeDiritto.it in materia giuslavoristica. Delle prime applicazioni della normativa e dei suoi aspetti più fumusi abbiamo parlato con Francesco D’Amora, Partner nonchè Membro del Dipartimento di Diritto del Lavoro per QUORUM Legal Network.

 

Avvocato D’Amora, come giudica la riforma del mercato del lavoro?

Quello che più mi è interessato di questa riforma è stato il tentativo di passaggio da due diversi modi di concepire il diritto del lavoro: da una visione basata più sulla property rule ad una più orientata alla liability rule. Sul modello delle tutele per il licenziamento si è assistito ad uno spostamento da una tutela essenzialmente proprietaria del posto di lavoro ad una invece di tipo indennitario. In sintesi la patrimonializzazione dell’indennità e il concetto di predeterminazione economica dei rischi legati ad un licenziamento.

 

E tra le mancanze?

Lo scopo della riforma era di abbinare la flessibilità in uscita e in entrata. Il tutto doveva passare attraverso un processo di ammortizzatori sociali in uscita, tra la perdita del posto e la ricollocazione in un altro. Questo però a mio avviso non c’è stato e ne è derivata una riforma  claudicante, che ha dato vita ad un sistema ondivago e fortemente problematico soprattutto da un punto di vista applicativo. Si sono introdotti dei concetti - alcuni già ampiamente chiariti dalla giurisprudenza e dunque vi è stata solo una loro formalizzazione – mentre altri sono stati resi di alquanto incerta applicazione.

 

Sul fronte della lotta al precariato, pensa siano stati introdotti o potenziati istituti che aiuteranno a favorire l’occupazione giovanile, oppure si tratta solo di ‘fumo negli occhi’?

Secondo me si poteva e doveva fare di più. Credo, ad esempio, che l’apprendistato sia stato appesantito anche a livello di costi. Mi è piaciuta invece la norma sul contratto a termine acausale, sebbene rischi di accavallarsi con altri istituti quale la prova. Tuttavia non si è avuta la forza di andare oltre non ammettendo proroghe, ma il passaggio ad un’altra tipologia di contratto, quello a tempo indeterminato. A tale riguardo, si voleva raggiungere una maggiore flessibilità in entrata, ma si è cercato di farlo rafforzando degli istituti che non sono i più indicati a tale scopo. Se lo scopo, infatti, era perseguire un’idea di flessibilità, in pratica si sono introdotti strumenti di rigidità. La vera flessibilità vuol dire lasciare più opzioni di scelta.

 

Opzioni di scelta possono tradursi anche in una maggiore facoltà di licenziamento, il che ha determinato non poche polemiche.

È vero,  anche perché si sono lasciati i provvedimenti a metà. Prendiamo il caso del licenziamento per giustificato motivo economico. È un concetto interessante e positivo di per sé. Tuttavia introduce un aumento della discrezionalità del giudice: tutti i concetti di valutazione sulla manifesta insussistenza della motivazione sono lasciati ad un parere discrezionale che rende più problematica una valutazione aprioristica in ordine alla legittimità del licenziamento.

 

E riguardo all’Articolo 18?

Era un progetto ambizioso, poi l’applicazione pratica è stata ben diversa da quanto era stato detto e ipotizzato. Lo Statuto dei Lavoratori aveva e ha bisogno di un adeguamento, basti pensare alle previsioni inerenti il controllo a distanza dei dipendenti che sono anacronistiche rispetto alle attuali possibilità conseguenti al progresso tecnologico. Inoltre non si è tenuto in conto un dato fondamentale messo in evidenza dall’Ocse, ovvero che il sistema italiano è caratterizzato da una disoccupazione di lunga durata, ovvero nel passaggio da un lavoro all’altro più del 50% delle persone attende oltre un anno. Si è voluto favorire un modello più dinamico senza tenere conto di questa lunga fase di disoccupazione.

 

Quali sono gli elementi che stanno destando maggiori perplessità in materia di licenziamento e reintegrazione?

Seppure con una finalità deflattiva del contenzioso, direi il ripristino della conciliazione per il licenziamento per giustificato motivo economico, quindi con il ricorso ad uno strumento che la pratica aveva di fatto superato. Si è tornati cioè indietro, prevedendo sempre un passaggio attraverso quella che ora viene denominata Direzione Territoriale del Lavoro, ma con tempi più stretti (7 giorni anziché 60) affinché la direzione convochi le parti. Un’altra problematica che si comincia a riscontrare nella pratica riguarda il fatto che la norma citi l’efficacia della malattia sulla notifica del licenziamento, ma non menzioni invece l’infortunio.

 

Cosa significa?


Se il datore di lavoro vuole fare un licenziamento per giustificato motivo economico deve notificare alla direzione territoriale una richiesta di convocazione e per conoscenza anche al lavoratore. Prima poteva accadere che il lavoratore si mettesse in malattia con la conseguente sospensione del licenziamento. Allora la norma, per risolvere questo problema, ha precisato che nel momento in cui il lavoratore riceve questa notifica, quindi in attesa della convocazione, eventuali malattie non sospendono il licenziamento. Il legislatore però nulla ha specificato con riferimento ai casi di infortunio o di ricovero con lunga degenza. Già nelle prime applicazioni di questa procedura, a Roma e Venezia siamo stati tra i primi, si è notato che i lavoratori denunciavano un infortunio nel periodo precedente la convocazione, ottenendo così la sospensione del licenziamento.

 

Rilievo che potrebbe essere segnalato tra gli emendamenti alla norma - che risultano già copiosi – e che testimonia come gli effetti della riforma, comprese nuove criticità, si manifestino attraverso la prassi.


Sì, infatti. A livello processuale basti pensare che la norma ha determinato, almeno in una prima fase, il congelamento del deposito dei ricorsi, creando una paralisi della macchina giudiziaria semplicemente perché ci sono state remore a depositare un ricorso con questa nuova procedura, così confusionaria e a tratti di difficile interpretazione. Adesso cominciano ad esserci i primi procedimenti che ricorrono al giustificato motivo economico. Altro effetto riguarda i casi di risoluzione consensuale: a differenza del passato, in cui si parlava di disoccupazione volontaria e non si poteva usufruire dell’identità, il lavoratore ora può beneficiare già dell’Aspi (l’Assicurazione sociale per l’impiego introdotta dalla Riforma Fornero, ndr).

 

Per alcuni l’Aspi è solo un cambio di nomenclatura…

È vero, molti commentatori affermano che si tratti solo di un maquillage della vecchia indennità di disoccupazione, ma non è vero perché si è introdotta anche la “mini-Aspi” dunque un’indennità più ridotta. C’è tuttavia ancora un po’ di incertezza.

 

Dovendo riassumere i primi frutti della riforma.

Direi che sul lato giudiziale si assiste ad un momento di grande incertezza, mentre su quello stragiudiziale si stanno raggiungendo molti accordi. E poi, tra le richieste maggiori, vanno citati i contratti a tempo determinato col cosiddetto “clausolone”.

 

Alessia Liparoti