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La consulenza fa la differenza

30 Agosto 2010 - Autore: Studio Piergiovanni


Risparmiatori molto poco informati e banche molto più attente al conto economico che a fornire un vero servizio di consulenza finanziaria al cliente, nonostante la direttiva Mifid sia in vigore ormai da due anni. È il quadro poco confortante tracciato dalla Consob nell'ultimo numero di Quaderni di finanza, in cui quattro ricercatori (R. Grasso, N. Linciano, L. Pierantoni, G. Siciliano) hanno preso in esame più di 12.200 obbligazioni bancarie collocate presso i piccoli risparmiatori tra il 2006 e il 2009, per un totale di 582 miliardi di euro, e le hanno confrontate con titoli di stato e con più di 600 analoghe emissioni destinate agli investitori istituzionali.
Le «significative carenze cognitive» dei piccoli investitori, accompagnate alle «anomalie nel processo produttivo e distributivo dei prodotti finanziari» - imputabili, queste sì al sistema bancario - hanno un costo per gli investitori retail che gli studiosi della Consob hanno quantificato: «A parità di altri fattori - afferma lo studio che analizza le emissioni sotto il profilo di rischio di mercato e rischio emittente - i rendimenti offerti agli investitori istituzionali sono superiori rispetto a quelli offerti agli investitori retail, in media di circa 90
punti base per le obbligazioni a tasso fisso e di circa 100 punti base per le obbligazioni a tasso variabile». In altri termini, un investitore istituzionale spunta un rendimento fino all'1% più elevato rispetto al comune risparmiatore. Quanto ai titoli di Stato, l'indicatore di rendimento a posteriori per le obbligazioni a tasso fisso emesse da banche si è attestato al 3,4%, contro il 4,9% dello stesso indicatore per i BTp. Nel caso delle obbligazioni a tasso variabile il differenziale è più contenuto, ma comunque c'è: 3,0% per le obbligazioni
bancarie e 3,5% per i CcT.


Rispamiatori distratti e banche 'molto attente'


Uno spread che appare ancora più significativo se si considera che la raccolta delle banche italiane ha un alto livello di dipendenza dalla raccolta obbligazionaria (circa il 40% del totale, il livello più alto in Europa) e i bond bancari rappresentano il 10,8% delle attività finanziarie delle famiglie, percentuale ben superiore a agli altri paesi europei anche grazie al regime fiscale favorevole che in Italia tassa al 12,5% questo tipo di attività a differenza di quasi tutti gli altri paesi che applicano l'aliquota marginale. Al netto di questo, però, la sensazione è che le banche, nel periodo in esame, siano riuscite ad approviggionarsi con costi contenuti, a spese di risparmiatori molto poco avveduti e non attenti al rapporto tra rischio e rendimenti.
Gli stituti di credito non prendono rischi elevati Tra le anomalie la bassissima correlazione tra rischio emittente e rendimenti: tanto che banche con rating A1 offrono in media tassi inferiori a quelle con rating Aa2, ovvero due 'gradini' più in alto. In positivo, c'è da dire che i prodotti offerti dalle banche ai risparmiatori italiani sono comunque sicuri:
nessuno degli oltri 12mila bond presi in esame figura nella classe di rischio 'alto', l'81% è nella classe 'molto basso' e solo l'11,3% è a rischio 'medio'.


Solo «congetture» per spiegare la distrazione degli investitori


Sulle ragioni di questo comportamento da parte dei piccoli investitori italiani, gli studiosi della Consob non vanno oltre qualche «congettura» ricorrendo a principi di finanza comportamentale per spiegare come mai allo sportello il correntista non riesca a cogliere le differenze tra i prodotti che gli vengono proposti e quindi non «non sempre» è «in grado di percepire correttamente la relazione rischio-rendimento». A ciò si aggiunge «l'euristica della familiarità», cioè quella regola pratica che «gioca un ruolo importante soprattutto nel caso di obbligazioni emesse e proposte da banche con le quali si intrattengono rapporti commerciali» e «può guidare e distorcere la percezione del trade-off tra rischio e rendimento» spingendo a ritenere più affidabili le informazioni fornite da soggetti (intermediari produttori e/o distributori) ritenuti esperti e di fiducia».
Il caso Lehman non è servito a nulla
Un particolare importante per capire (?) i comportamenti dei risparmiatori è l'impatto del crack di Lehman Brothers sui comportamenti degli investirori e, di riflesso, delle banche. Dopo il fallimento della banca americana, il costo della raccolta presso gli investitori istituzionali è aumentato di quasi 40 punti base mentre i rendimenti offerti al retail sono addirittura leggermente diminuiti.
Il conflitto d'interessi che è sullo sfondo è stato più volte sollevato.
L'ormai ex presidente della Consob, Lamberto Cardia, nella sua ultima relazione annuale, a fine giugno a Milano, così come è stato più volte sollevato dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. L'aumento esponenziale delle emissioni obbligazionarie delle banche, aveva detto Cardia, «è un fenomeno su cui la Consob pone particolare attenzione, considerato che nei portafogli degli investitori retail si rileva la presenza di obbligazioni in prevalenza illiquide e talvolta più rischiose dei titoli di stato senza che tali rischi siano adeguatamente riflessi nel rendimento offerto». E infatti,
solo il 9% (il 30% in controvalore) delle obbligazioni esaminate dagli autori del paper può contare su un mercato liquido. Significa che chi acquista l'altro 91% di bond spesso deve tenerseli fino a scadenza se non è disposto a subire perdite a volte significative.


Un pizzico di sana diffidenza


«La combinazione di deficit cognitivi e di errori comportamentali - afferma quindi lo studio della Consob - potrebbe essere alla base anche della propensione a sottoscrivere le obbligazioni più complesse che, benché di difficile comprensione, vengono percepite come prodotti sicuri, perché proposti dal referente bancario di fiducia, e al tempo stesso remunerative e dunque in grado di rispondere all'esigenza di ottenere rendimenti più elevati di quelli corrispondenti all'investimento in titoli di Stato». Cosa che spesso non trova conferma nei fatti. Perciò nella ricetta di un buon investimento sono essenziali almeno due ingredienti: la conoscenza del prodotto e di se stessi come risparmiatori e, come il sale, un pizzico di sana diffidenza. Alla fine, se il piatto è gustoso, anche il cuoco può dirsi soddisfatto.




            

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