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Previdenza integrativa: la scadenza del 30 Giugno

23 Giugno 2009 - Autore: Studio Piergiovanni


www.studiopiergiovanni.com

Il presente articolo è stato scritto in previsione della scadenza dei due anni di permanenza obbligatoria nella previdenza complementare, quindi non intende fare un confronto tra mantenere il TFR in azienda e destinarlo alla previdenza complementare, ma solo portare a conoscenza di chi si accinge a cambiare prodotto previdenziale di quali sono le alternative disponibili.

 

Il 30 Giugno 2009 scadranno i due anni di permanenza obbligatoria nella previdenza complementare e molte Banche e Compagnie Assicurative, per mezzo di promotori finanziari ed agenti, cercheranno in ogni modo di piazzare i propri prodotti (Fondi Aperti e PIP) tra i soggetti attualmente iscritti ai fondi Pensione Negoziali.

Anche se diversi sono i fattori da prendere in considerazione nella scelta di cambiare fondo, la COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) ha stabilito che un parametro fondamentale da considerare è rappresentato dai costi del prodotto che si va a sottoscrivere, sintetizzato dall'ISC (Indicatore Sintetico di Costo).

L'ISC misura l'incidenza percentuale annua dei costi sulla posizione individuale di un aderente tipo, trentenne, che effettui versamenti di 2.500 € annui ed ipotizzando un tasso di rendimento annuo degli investimenti del 4%.

E' opportuno sottolineare che differenze anche piccole di questo indicatore possono portare nel tempo a scostamenti rilevanti della posizione individuale maturata. Ad esempio un valore dell'indicatore dello 0,5% comporta, su un periodo di partecipazione di 35 anni, una riduzione della prestazione finale di circa il 10%, mentre per un indicatore dell'1% la corrispondente riduzione di prestazione maturata è di circa il 20%.

Considerando dal calcolo dell'ISC sono escluse le commissioni di negoziazione e altre spese aventi carattere di eccezionalità o collegate ad eventi non prevedibili a priori, come le commissioni di incentivo (che peraltro sono sempre più frequenti), alla fine la riduzione della prestazione finale è anche maggiore di quella evidenziata.

I Fondi Pensione Negoziali presentano un indice sintetico di costo molto basso, attualmente pari allo 0,26% annuo su un orizzonte temporale di 35 anni di permanenza in quanto gli oneri presenti (spese di natura amministrativa e finanziaria) sono prelevati dal patrimonio con l'effetto di ridurre il valore della quota (NAV) incidendo in modo indiretto sull'aderente.

Nei Fondi Pensione Aperti invece coesistono oneri sia a carico dell'aderente (commissioni di adesione, switch ad altra linea o ad altro fondo) sia a carico del fondo (commissione di gestione, banca depositaria, stampa e relazioni periodiche). I primi vengono prelevati da versamenti e prelevamenti effettuati con effetto di ridurre il numero di quote in possesso del lavoratore. Per i secondi vale lo stesso discorso fatto precedentemente.

I costi medi generali dei FPA vanno dall’1,05% all’1,99% annuo mentre se si analizzano i dati suddivisi per tipologia di adesione e categoria, si evince che i FPA individuali sono molto più

costosi dei collettivi e che gli azionari hanno degli oneri sensibilmente più elevati degli obbligazionari.

Per quanto riguarda infine i Piani Individuali Pensionistici, sono quelli che presentano l'incidenza di costo più elevata. I PIP per periodi di partecipazione di 2 anni sono caratterizzati in media da un livello dei costi di circa il 2,4% più alti dei fondi negoziali e +1,6% rispetto agli aperti, che su un orizzonte temporale di 35 anni si attesta rispettivamente a + 1,3% e + 0,5%.

Come già detto ciò equivale a un 10% di prestazione pensionistica in meno rispetto ai Fondi Aperti e almeno un 20% in meno rispetto ai Fondi Negoziali.

Spesso ai PIP corrispondono prodotti unit-linked legati all’investimento in fondi comuni: la duplicazione dei costi è quasi sempre inevitabile: l’incidenza dei costi è correlata alle politiche di investimento, quindi a linee di investimento a maggior contenuto azionario corrispondono costi più

elevati.

Altro tema di fondamentale importanza nella scelta del prodotto previdenziale riguarda il contributo del datore di lavoro: come è noto, il lavoratore che aderisce ad un Fondo Pensione Negoziale, se l'accordo collettivo lo prevede, versando oltre al TFR anche il proprio contributo, beneficerà anche del contributo del datore di lavoro che corrisponde a circa il 15% in più di quanto viene accantonato dal lavoratore, ossia ad un 1% in più di contribuzione effettiva.

E' importante sottolineare che la contribuzione del datore di lavoro riguarda solo i Fondi Pensione Negoziali e non anche i FPA e i PIP, quindi questi ultimi per poter retrocedere la stessa prestazione dei negoziali devono, attraverso la loro gestione, fornire un rendimento ben più alto dei primi, cosa che considerando i rendimenti storici ottenuti e i costi sopportati, di fatto non avviene.

La conclusione è che allo stato attuale non esistono motivi di convenienza finanziaria per trasferire la propria posizione da un Fondo Negoziale ad un Fondo Aperto o a un PIP.

 




            

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