I distretti industriali italiani. Un modello da esportare

18 Maggio 2009 - Autore: Studio Legale e Tributario Giommi


 

Riportiamo il discorso dal tema "distretti industriali italiani" dell’On. Adolfo Urso, Vice Ministro delle Attività Produttive
 
Una delle realtà produttive del nostro paese più studiate, ammirate e conosciute all'estero e' sicuramente quella dei distretti industriali, reti di piccole e medie imprese altamente specializzate nella produzione di un determinato prodotto industriale e geograficamente concentrate in un piccolo territorio le cui caratteristiche economiche e sociali hanno creato nel tempo una specifica cultura d'impresa locale. Per il particolare tipo di rapporto che i distretti hanno con il territorio e con le istituzioni sociali locali i distretti rappresentano forse la realtà produttiva nazionale più tipicamente italiana in grado di rappresentare degnamente il made in Italy nel mondo.

I distretti industriali italiani sono già da tempo attori primari dei processi d'internazionalizzazione, ed alcuni di essi sono addirittura stati pionieri delle prime fasi della globalizzazione negli ormai lontani anni settanta.

La dinamicità delle imprese dei distretti e la particolare vocazione all'esportazione hanno fatto si che, con l'intensificarsi dei processi d'internazionalizzazione, l'intera rete di rapporti locali tra le imprese e il territorio abbia dovuto confrontarsi con il processo di globalizzazione. L'incontro delle realtà produttive e sociali locali con i nuovi processi trans-nazionali ha dato vita ad un nuovo tipo di rapporti delle imprese piccole e medie con l'estero che è stato definito - con un brutto neologismo - glocalismo.

I distretti industriali italiani affrontano questi nuovi processi economici con diversi stati d'animo. Da un lato c'è chi teme che i processi d'internazionalizzazione delle imprese e dello stesso distretto segnino il declino delle realtà produttive locali impoverendo di capitali, risorse umane e modificando il necessario legame con il territorio.

Dall'altro lato c'è chi vede nell'internazionalizzazione dei distretti l'unica possibile salvezza per evitare la perdita di competitività delle piccole e medie imprese che non riuscirebbero a mantenere le quote di mercato nella nuova sfida globale per i mercati mondiali.

In mezzo a questi due approcci, per certi versi caratterizzati da una visione ideologica delle relazioni economiche internazionali, sono collocabili tutte le politiche di internazionalizzazione dei distretti che mirano ad aumentare – attraverso la creazioni di reti di distretto transnazionali - la competitività delle PMI e in particolare di quelle correlate da reti distrettuali.

In qualità di Vice Ministro delle Attività Produttive, eviterò ogni approccio ideologico al dibattito sull'internazionalizzazione dei distretti e a quello sull'esportabilità del modello distrettuale, ma opererò pragmaticamente a livello politico ed istituzionale per elaborare, di concerto con le autorità politiche ed economiche dei paesi esteri, un modello di integrazione dei nostri distretti industriali con i localismi economici di altre nazioni.

Per realizzare tale progetto mi avvarrò del supporto di una Task Force il cui compito sarà quello di concordare con i singoli distretti, con le regioni, con i Ministeri dei paesi interessati, con il mondo camerale, con le associazioni di categoria, con le associazioni industriali, con gli Enti italiani per l'internazionalizzazione delle imprese e con il mondo bancario, una serie di progetti ad hoc fatti su misura delle singole provincie distrettuali italiane che integrino con il loro territorio e nella loro rete produttiva particolari unità economiche locali estere.

Il fine di questo processo è principalmente quello di favorire un'internazionalizzazione dei distretti industriali italiani che mantenga in Italia la testa del distretto e tutti i processi gestionali del distretto allargato, che si specializzerà nel campo dell'innovazione, della ricerca, della formazione, dello sviluppo commerciale, della logistica.

L'altro obiettivo è quello di contribuire allo sviluppo economico e sociale dei paesi in transizione e dei pvs con un modello di sviluppo industriale non invasivo, rispettoso delle tradizioni e delle popolazioni locali, il cui legame con il territorio possa essere il punto di forza - e non la vittima - della nuova industrializzazione di tali paesi nel contesto di un economia inevitabilmente globale.



            

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