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Trust istituito da minore

12 Febbraio 2009 - Autore: Giusi Fortunato

Il Giudice Tutelare del Tribunale di Grosseto, sezione distaccata di Orbetello, con decreto del 29 luglio 2008, senza dare alcuna motivazione,  ha autorizzato l’istituzione di un trust da parte di due fratelli minori, uno nato nel 1990 divenuto maggiorenne pochi giorni dopo l’emissione del decreto de quo) e l’altro nel 1992. Si tratta di un trust che presenta - in estrema sintesi - i seguenti elementi costitutivi:

a) disponenti sono i due minori;

b) trustee è il convivente della madre di costoro;

c) protector è la madre;

d) unici beneficiari, sia nel corso della vigenza del trust che alla sua cessazione, sono i due minori;

e) beni e diritti oggetto del trust sono la somma di euro 5.000 e la nuda proprietà di due immobili (un magazzino ed un appartamento),

f) legge regolatrice è la legge inglese.

La fattispecie è di estremo interesse, perché si tratta di un caso di trust istituito da incapaci, più precisamente, nel caso di specie, gli incapaci, oltre che disponenti, sono anche beneficiari.

Una tale fattispecie desta non poche perplessità, in quanto appare difficile individuare una causa del negozio che possa utilmente distinguersi dall’effetto tipico di qualunque trust, cioè l’attuazione di un meccanismo di separazione patrimoniale.

Né pare possibile obiettare che, in tali casi, la causa del negozio è data dalla protezione del patrimonio

dell’incapace, poiché quest’ultimo è già protetto dall’ordinamento mediante gli istituti della rappresentanza o

assistenza legale.

L’interesse posto a base di una tale operazione risulta quindi essere la protezione del patrimonio del minore.

Si tratta di un interesse particolarmente meritevole di tutela, tanto che l’intera operazione potrebbe essere posta al riparo dalla tipica censura che si suol muovere  nei confronti di un trust in cui disponente e (unico) beneficiario coincidano, cioè quella secondo la quale il trust sarebbe nullo in quanto simulato o, comunque, dovrebbe esser riqualificato in termini di mandato.

Giova da ultimo evidenziare che un’operazione del genere appare di dubbia utilità, infatti se l’incapace-disponente è altresì beneficiario del trust, i suoi eventuali creditori non potrebbero sequestrare o pignorare

la sua posizione beneficiaria (cioè il suo credito verso il trustee), così vanificando lo scopo protettivo del negozio?

L’istituzione di un trust da parte di un minore, che preveda quale beneficiario il minore stesso, desta pertanto serie perplessità.

Dopo queste considerazioni (a mio avviso doverose) possiamo passare ad analizzare più da vicino il contenuto dell’atto di trust e il ricorso che ha indotto il giudice a tutelare ed autorizzare l’istituzione di tale tipo di operazione. Dal ricorso si ricava, in primo luogo, che i due minori/disponenti sono titolari della nuda proprietà di due beni immobili (un appartamento ed un magazzino), che erano loro pervenuti dai nonni materni, per donazione, appena pochi mesi prima (cioè nel dicembre 2007). I ricorrenti ritengono che detti beni – appartenuti da sempre alla famiglia dei donanti - debbano essere “destinati per un congruo periodo a fornire una rendita ai propri figli”; tale periodo sarà quello necessario a far raggiungere loro “una piena e completa autonomia economica”.

Appare quindi di palmare evidenza che, per tutto il tempo in cui i nonni materni (usufruttuari degli immobili) resteranno in vita, nessuna “rendita” sarà in concreto attribuibile ai minori: anche tale circostanza ingenera perplessità sull’operazione.

I ricorrenti fanno quindi presente che lo strumento più idoneo per raggiungere tale finalità è l’istituzione di un trust che preveda il trasferimento dei beni a un trustee, il quale dovrà assumere l’obbligo di gestirli al fine di assicurare ai minori la “rendita” di cui si è detto, per poi trasferirli agli stessi al termine del trust.

Viene inoltre precisato che il trust eviterebbe che gli attuali titolari, una volta raggiunta la maggiore età, possano “disfarsi dei beni in maniera improvvida”.

L’analisi dell’atto istitutivo del trust mostra anzitutto, nella sua premessa, l’uso di un termine giuridico la cui valenza non pare coincidere con quella del termine utilizzato nella parte narrativa del ricorso: mentre in quest’ultimo, infatti, i genitori chiedono l’autorizzazione ad istituire il trust al fine di fornire ai figli una “rendita”, nella premessa dell’atto istitutivo si parla, invece, di destinazione di beni al “mantenimento” di costoro.

Come risulta dal suo art. 3, il trust è regolato dalla legge inglese: si tratta di una scelta forse non felice, perché la separazione patrimoniale prodotta dal trust è, secondo tale legge, unilaterale (e non bilaterale), sì che l’ignaro trustee potrebbe trovarsi, nel caso di in capienza dei beni in trust, a dover rispondere con i propri beni personali dei debiti eventualmente discendenti dalla gestione del medesimo.

Lo stesso art. 4 prevede, per quanto rileva nella presente sede: a) il trust durerà fino al 25 aprile 2027; b) né il trustee né i beneficiari potranno farlo cessare prima di detta scadenza, salvi che ricorrano peculiari esigenze di liquidità.

Esiste però una regola, detta Saunders v. Vautier  second cui “recognises the rights of beneficiaries who are sui juris and together absolutely entitled to the trust property to exercise their proprietary rights to overbear and defeat the intentions of a testator or settlor”.

Tale regola si spiega con la considerazione che, essendo il trust per definizione istituito nell’interesse dei beneficiari, una volta che costoro siano esattamente individuati non v’è ragione di costringerli ad attendere il termine finale del trust fissato dal disponente per ricevere i beni in trust .

Costoro, pertanto, se sono capaci d’agire, ben possono concordemente decidere di costringere il trustee a distribuire loro immediatamente la trust property.

Tanto premesso, nel trust in esame i beneficiari, una volta raggiunta la maggiore età  ben potranno avvalersi del suesposto principio di diritto per richiedere l’immediata cessazione del trust: ne discende, quindi, che una delle finalità perseguite dall’operazione (cioè quella di impedire ai minori di potere disporre liberamente dei beni per un certo periodo successivo al raggiungimento della maggiore età) non appare realizzabile.

In secondo luogo, non sembra che le esigenze indicate nel punto b) della clausola debbano essere necessariamente soddisfatte mediante l’anticipata cessazione del trust, ben potendo il trustee, in tali circostanze, far fronte a dette esigenze alienando uno dei beni in trust e rimettendo ai beneficiari (o ad uno di costoro), in tutto o in parte, la somma incassata, ovvero impiegarla, in tutto o in parte, per l’acquisto di un diverso bene immobile.

Degna di rilevanza, in relazione alla finalità che i ricorrenti intendevano realizzare (garantire una “rendita”) è altresì un’altra clausola dell’atto istitutivo, secondo la quale “Il reddito del trust … dovrà essere dal Trustee mantenuto nel Trust”.

Si tratta quindi di un trust c.d. di accumulazione, che non prevede alcuna attribuzione di reddito ai beneficiari (tanto è vero che l’atto istitutivo non prevede la figura dei “beneficiari del reddito”) fino al termine del trust .

Alla luce di tale clausola, pare pertanto impossibile che il trust garantisca effettivamente ai minori una “rendita”, visto che per rendita, nel nostro ordinamento, si intende la prestazione “periodica” di somme di danaro o di una certa quantità di cose fungibili.

L’art. 4 dell’atto istitutivo desta perplessità anche nella parte in cui attribuisce la legittimazione ad agire per la realizzazione dello scopo del trust non solo al trustee ed al guardiano, ma anche a “qualunque interessato, anche moralmente”: probabilmente il redattore si è fatto influenzare dal tenore dell’art. 2645-ter c.c., norma quest’ultima che disciplina un istituto differente dal trust e che, nella parte in cui - appunto - attribuisce a qualsiasi interessato la legittimazione in oggetto, si discosta da quanto prevede la legge inglese regolatrice del trust (per essa infatti, in un trust con beneficiari - qual è quello qui esaminato - una siffatta legittimazione compete solo a costoro, al trustee ed al guardiano).

All’art. 7 dell’atto istitutivo leggesi che il trustee “può rivolgersi all’autorità giudiziaria per ottenerne direttive”.

Si tratta di una clausola che, se pure è conforme alla legge regolatrice del trust, appare di dubbia ammissibilità nel nostro ordinamento, per ragioni che non è possibile esporre nella presente sede.

Per lo stesso art. 7, il trustee può compiere atti di ordinaria o straordinaria amministrazione dei beni in trust.

Da tale previsione si evince che, pur se il beneficiario del trust è un incapace, il trustee non dovrà rivolgersi al giudice per farsi autorizzare l’attività di straordinaria amministrazione (né il decreto che autorizza l’istituzione del trust osserva alcunché in contrario).

Tale soluzione, se è in linea di principio plausibile in un trust istituito da un soggetto a favore di altro soggetto che sia incapace, appare difficilmente condivisibile se l’incapace è, altresì, colui che istituisce il trust, trattandosi in tal caso di gestire temporaneamente beni che debbono tornare nel patrimonio dell’incapace.

Secondo l’art. 9 dell’atto istitutivo, il trustee che cessi dall’incarico - o, se deceduto, i suoi eredi - sono obbligati a trasferire i beni in trust al trustee subentrante; ad ogni fine utile il trustee conferisce procura al guardiano per provvedere in sua vece, in caso di necessità,a detto trasferimento.

La clausola tenta quindi di dare soluzione alla delicata questione che si pone allorché il trustee subentrante non possa o voglia procedere al trasferimento in oggetto.

In conclusione si può affermare che la soluzione della procura appare condivisibile, pur se, nel caso concreto, essa presenta l’indubbio limite di non essere irrevocabile.

 

 




            

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