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Katarina e il pericolo della neve

10 Gennaio 2009 - Autore: Consulaziende snc


1

 

Era l’ultimo dell’anno 2002 a Stoccolma. Ricordo bene quel giorno, quando tutto doveva ancora succedere. Io avevo dodici anni.

 

“Ti va McDonald’s?” mi stava dicendo Giuseppe. Aveva ancora l’accento italiano, anche se c’era quasi nato, a Stoccolma. Non se lo sarebbe più tolto, pensavo. Gli italiani sono così: il loro accento non se lo tolgono più. Del resto anche noi svedesi non siamo differenti. Maj mi ha detto che lei aveva sentito degli svedesi negli Stati Uniti, grandi, non ragazzini come noi, conoscenti di suo padre per lavoro, gente che c’era andata tanti anni fa negli Stati Uniti, e mi ha detto che non parlavano come i newyorkesi. Lei sentiva benissimo la differenza tra come parlava un newyorchese e come parlava uno svedese che c’era immigrato quarant’anni prima, ancora da ragazzo, ma che quell’accento non se l’era mai tolto. Lo svedese le parole in inglese le scandisce.

Maj non era bella. Sembrava una pianta cresciuta all’ombra, con quel torace stretto e il viso diffidente. “Perché non ti curi i capelli?” le avevo detto una volta toccandole le punte. Lei mi aveva preso la mano come per fermarmi. “Che vuoi che me ne importi” aveva detto, e io avevo guardato i suoi fianchi larghi sotto al busto stretto. “Hai dei bei lineamenti” le avevo detto mentre mi teneva la mano. Ma sapevamo che non era vero. I suoi lineamenti non sarei riuscita a ricordarli, bene, in mille anni. Ogni volta che ci pensavo non riuscivo a farmeli venire in mente con precisione. Eppure Maj era mia amica. Eravamo amiche da sempre. Ci abbracciavamo strette quando ci vedevamo. Non come con Greta o le altre, che ci sfioravamo solo la guancia con un bacio. Con Maj ci stringevamo, come se fosse passato troppo tempo da quando ci eravamo viste l’ultima volta, e io sentivo i suoi capezzoli duri contro i miei. Eppure facevo fatica a ricordarmi com’era, se ci pensavo.

“Ti va McDonald’s?” ripeté Giuseppe. Non avevo risposto perché pensavo al suo accento italiano.

“Dobbiamo fare in fretta” dissi. “Oggi è l’ultimo dell’anno, chiudono presto.”

“Non è lontano” disse Giuseppe.

“Perché ti fai quei capelli?” gli chiesi mentre ci avviavamo nel freddo lungo il Norrbro. Giuseppe si toccò in testa ma senza schiacciare: “Mi sento più io, così” disse. Era rasato sopra le orecchie. Lì la pelle era nuda. E aveva una riga tonda tutto attorno al cranio. I capelli neri crescevano solo sopra quella riga tonda, col gel che li teneva dritti, come un istrice. Sotto alla riga c’erano i puntini dei capelli rasati.

“Maj che fine ha fatto?” disse.

“Ha mal di gola” risposi. “I suoi non la fanno uscire. Dicono che se prende freddo poi è peggio.”

“Balle” disse Giuseppe. “Io esco sempre al freddo se ho il raffreddore. E’ così che passa” e tirò su col naso. “Metto il naso nella neve, se c’è”.

“L’andiamo a trovare dopo” dissi io: “Tanto cosa ci facciamo in giro?”

“Ci sono i fuochi agli angoli. E’ bello” disse Giuseppe indicando i bracieri già pronti lungo la passeggiata Skeppsbron. Erano pieni di legna secca delle foreste. Colavano resina. L’acqua del Norrström batteva sul banchine di pietra e odorava di gelo.

“Li guardiamo che li accendono, e poi andiamo a salutare Maj. Aspettiamo l’anno nuovo insieme” dissi. Li stavano già accendendo. Uomini con il giubbino del Municipio di Stoccolma.

Alla porta del Palazzo Reale, quella di servizio, cominciavano ad arrivare i taxi. Il Re riceveva per gli auguri. Ci sarebbe stato un ballo. C’erano membri del Governo che venivano a piedi, con le scarpe in mano, perché c’era la neve e dovevano cambiarsele, le scarpe. Erano quelli che non abitavano lontano, gli altri venivano in taxi. Le lasciavano fuori dalla porta, le scarpe, dopo essersele cambiate, nell’andito, un paio accanto all’altro. Ero sicura di aver riconosciuto il Primo Ministro, quello che d’ogni tanto era in televisione; “a sparare stronzate” diceva mio padre. Si avviava anche lui verso il palazzo con le scarpe in mano. “Il Re verrà in taxi” dissi: “La macchina stasera non saprebbe dove metterla. Il posteggio davanti è pieno”. Giuseppe fece finta di essere interessato. Mi seguiva dappertutto e voleva farmi piacere. A guardarli, con lo smoking sotto al cappotto, le calosce ai piedi e gli scarpini di vernice in mano o nella borsa di plastica dei magazzini NK, mi venne in mente quello che aveva detto Maj: “Fanno e disfano lo stesso, anche se fanno la coda come gli altri per il posteggio. Sono ancor più pericolosi.”

“Ci sono i salmoni o roba del genere nel Norrström” disse Giuseppe: “Anche con questo freddo. Se ci cadi dentro non so se ti salvi, col freddo che fa. Domani mattina puoi scommetterci che c’è gente sullo Strömgatan  a pescare. Ogni capodanno mattina ci sono”.

“Magari gli fa piacere” dissi.

”Sì. Come mettere i regali sotto l’albero”.

“Anche  a me non dispiacciono i regali sotto l’albero” dissi.

“Una nausea” fece Giuseppe.

“A me non dispiace”.

“Bleah.”

“Maj dice che i suoi si divideranno”.

“Ce ne sono tanti che lo fanno” disse Giuseppe.

“Non ho capito se le dispiace”.

“Non dovrebbe. Ognuno ha la sua vita”.

“Ma sono i suoi. C’è sempre vissuta insieme”.

“Prima o poi doveva succedere”.

“Di andarsene dici?”

“Già”.

“Ma non è lo stesso. Dovrà scegliere con chi vivere adesso” dissi io.

“Deciderà dove sta meglio”. Giuseppe guardava in giro, solido come un piolo, mentre camminava.

“Non è così semplice. Equivale a scegliere. Come in quel gioco, quando ti chiedono chi butteresti giù dalla torre se fossi costretto, e tu devi rispondere e ti senti in colpa qualunque cosa tu risponda”.

“Tanto prima o poi avrebbe dovuto andarsene”.

“Ma questa è una scelta. Non è come decidere di stare da soli. Devi dire davanti al giudice: preferisco mio padre; oppure: preferisco mia madre. Non è lo stesso”.

“Può darsi che non gliene importi. A me non importerebbe”.

“Ma tu chi sceglieresti?”

“E’ lo stesso. Che decidessero loro e che non mi rompessero i coglioni.”

“Ciao Greta” dissi. Lei andava verso lo Slottskajen, da dove venivamo noi. La baciai sulla guancia, ma non la strinsi come facevo con Maj. Non ci stringevamo mai con Greta. Sapeva di saponetta.

“Andate via? Fanno i fuochi” disse.

Con Greta avevo l’impressione che mi trattasse come si tratta una novellina: non mi vedeva. Era più alta di me.

“Andiamo da Maj. Non sta bene. I suoi non la lasciano uscire” risposi.

Greta era una bellezza svedese autentica. Non le trovi nelle altre parti nel mondo: così mi aveva detto Staffan. Lui era grande e aveva viaggiato, col sacco in spalla. Le sapeva queste cose. Era alta, Greta, e aveva i capelli ondulati, molto ondulati, ma di un biondo quasi bianco. E aveva gli occhi blu. Non azzurri: blu; blu autentico. In un certo senso detestavo Greta. Troppo bella per me. Con le labbra ben disegnate; come un cuore. E poi c’era la faccenda della ginnastica. Eravamo andati a vederla agli anelli: un Cristo piantato che non le si muoveva un muscolo. Aveva il costume scosciato sulle gambe come due chiodi. In quella posizione sembrava che ce l’avesse piccola piccola. Era d’acciaio Greta; così minuta, ma d’acciaio. Dicevano che prima o poi sarebbe andata alle Olimpiadi, ma qualcuno diceva che ormai era già troppo vecchia, che nella ginnastica o si sfonda quando si è bambine o mai più. Dicevano anche che era troppo alta. Sta di fatto che aveva dei muscoli d’acciaio, mentre i miei erano una pappa. Chiunque mi poteva stringere la mano fino a farmi male.

Staffan per incontrarlo si sarebbe dovuti andare verso la metropolitana, una fermata della T-Centralen, quella della Stazione Centrale. Se lo volevi trovare, più o meno lì ce lo trovavi. Io a volte deviavo per passarci. “Ciao” mi diceva Staffan squadrandomi anche se stava discutendo con gli altri. “Ciao” gli rispondevo, e poi mi allontanavo, ma sapevo che lui mi guardava da dietro, mentre camminavo, e irrigidivo le natiche allora. Lo sapevo che mi irrigidivo e camminavo con le ginocchia attaccate, e non avrei voluto, ma non ci potevo fare niente. Irrigidivo anche la schiena, come una tavola, camminando, mentre lui mi guardava da dietro, e io non sapevo che cosa pensava. Speravo che gli piacessero le mie natiche. Mi ero fatta dare la sua e-mail e gli avevo dato la mia. “Non si sa mai” avevo detto. Ma non avevo mai avuto il coraggio di scrivergli. Lui non mi aveva mai scritto. Non li avevo mai sentiti ridere o fare commenti, lui e i suoi amici, quando passavo, perché era questo che mi faceva paura. Ma non avevano ma riso. Continuavano a discutere invece. Avevo capito che discutevano delle sorti del mondo. E io sapevo che Staffan mi stava guardando e sapevo che sapeva che io avevo deviato per passare di lì. Chissà perché avevano sempre da discutere, poi.

“Ciao” mi aveva detto Staffan anche la prima volta che l’avevo incontrato, che mi erano appena spuntati i seni quell’estate, due punte scure. E avevo un camicetta leggera senza reggiseno, perché non c’era ancora niente da reggere. Così anch’io gli avevo risposto “ciao” ed ero rimasta sorpresa, perché lui era grande, e io non me lo aspettavo che mi salutasse. E poi avevamo anche parlato a volte, quando non c’erano i suoi amici e lui li stava aspettando. Era venuto naturale, se non c’erano i suoi amici, che si scambiasse qualche parola. Mica potevamo in eterno dirci solo “ciao”. Una volta c’era anche Maj, e un’altra Greta.

“Passiamo dalla Stazione Centrale?” dissi allora a Giuseppe. “Salutatemi Maj” aveva detto Greta, e poi si era allontanata a braccetto con un’altra che non conoscevo.

“Finisce che McDonald’s chiude, se passiamo di lì” disse Giuseppe: “La facciamo più lunga.” Poi, come ripensandoci: “Perché poi, ci vuoi passare?” disse.

“Così” risposi, ma mentre lo dicevo mi era sembrato di vederlo, proprio lui: Staffan, mentre svoltava in una strada laterale. Ma forse mi ero sbagliata.

 

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