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Turchia, vicina alla recessione?

24 Agosto 2018 - Autore: Redazione


I fondamentali dei mercati emergenti siano sufficientemente solidi da agire da cuscinetto in caso di eventuale contagio, ma potrebbe persistere una certa debolezza fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza sulla strada che intraprenderà la Turchia. Di conseguenza, è possibile che assisteremo a un certo grado di stress, soprattutto degli asset di Sudafrica e Indonesia e a livello di liquidità, ma nel complesso pensiamo che i rischi di un vero contagio siano limitati. Generalmente, i sell-off di mercato guidati dalla liquidità tendono a durare poco e alla fine presentano anche opportunità interessanti, in quanto i policymaker poi reagiscono alle pressioni di mercato e ai timori di contagio. 

Ankara ora deve intraprendere diverse iniziative, per ridurre la percezione del rischio che i mercati nutrono nei confronti dell’economia turca:

·         Anzitutto, serve una risposta solida in termini di politica monetaria, con rialzi aggressivi dei tassi da parte della Banca Centrale turca per placare l’inflazione. Nel breve termine, le autorità turche hanno implementato delle mosse tecniche per fornire stabilità di breve periodo e ridurre le posizioni speculative, ma ciò non è sufficiente per affrontare il problema sottostante.

·         Secondo, un ampio e credibile aggiustamento fiscale (da comunicare nel dettaglio e da implementare con rapidità) favorirebbe le prospettive di un “soft landing” per l’economia e incoraggerebbe un processo di deleveraging più gestibile. Una crescita più lenta, ma con un maggiore contributo delle esportazioni, aprirebbe le porte a un aggiustamento esterno sostenibile, purché supportato da politiche ortodosse da parte di Governo e Banca Centrale. Tutto ciò sarebbe più semplice, se la Turchia chiedesse aiuto al FMI, ma per ora il Presidente Erdogan è contrario a questa opzione.

·        Infine, la Turchia potrebbe accogliere la richiesta degli Stati Uniti di liberazione del Pastore Andrew Brunson in cambio di un allentamento delle sanzioni. Le ultime dichiarazioni di Erdogan hanno lasciato intendere che non si arriverà a una risoluzione della questione a breve, ma su questo fronte il dialogo è costante.

 

La Turchia è quasi certamente avviata verso una recessione. Ma partiamo dal principio. All’epoca del taper tantrum del 2013, il mercato mise nel mirino le cosiddette “fragile five”, le cinque economie emergenti più vulnerabili: Sudafrica, Brasile, India, Indonesia e Turchia. In quattro di questi mercati sono stati implementati degli aggiustamenti, tanto che ora le discussioni sulle fragilità degli emergenti riguardano quasi esclusivamente la Turchia e l’Argentina. Dichiara Anisha Goodly, Emerging Markets Portfolio Specialist, TCW.

Sui mercati si discutono le opzioni del controllo dei capitali o di un salvataggio da parte del Fondo Monetario Internazionale – entrambe, a nostro avviso, improbabili a meno che la situazione non precipiti di molto – e gli investitori temono un effetto domino. In genere il contagio procede lungo uno o più dei seguenti canali: una crisi di fiducia che porta a una rapida svalutazione della moneta e ai deflussi dai portafogli; un forte aumento dei default societari; un forte stress del settore finanziario. Di questi, data la dimensione moderata dell’economia turca, temiamo principalmente il deflusso di capitali dai portafogli e il contagio a livello di settore finanziario, vista la notevole esposizione delle banche europee al paese. Nel dettaglio, l’esposizione aggregata delle banche spagnole, francesi e italiane alla Turchia ammonta a 139 miliardi di dollari. Inoltre, lo stress nel sistema finanziario turco sta salendo, visto l’incremento dei default corporate negli ultimi mesi, e l’inasprimento delle condizioni finanziari probabilmente lo intensificherà.

 




            

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