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TEMPO DI BLOCCARE LA SPESA? L'interrogativo di Jean Pisani-Ferry Direttore di Bruegel e Professore di Economia presso l'Université Paris-Dauphine

2 Novembre 2012 - Autore: Redazione


BRUSSELS – E’ il momento per una fase di risanamento di bilancio o di stimoli fiscali? I governi dovrebbero tagliare la spesa o incrementarla? Ancora una volta la questione è oggetto di disputa tra politici ed economisti. I cittadini sono a ragione confusi, visto che nel 2008-2009 si era detto loro che l’imperativo era stimolare l’economia, e nel 2010-2011 che era giunto il momento di tagliare le spese. Le priorità dovrebbero essere ancora una volta ribaltate?

In occasione dell’annuale riunione del Fondo Monetario Internazionale nel mese di ottobre, l’economista responsabile del Fondo, Oliver Blanchard ha alimentato la polemica sottolineando che negli ultimi tempi i governi hanno la tendenza a sottovalutare le conseguenze negative dell’intensificazione di una politica di consolidamento fiscale. Si è tipicamente assunto che il taglio della spesa pubblica di un dollaro, nel breve periodo, comporterebbe una riduzione del PIL di 50 centesimi; secondo Blanchard, nelle condizioni attuali l’esito reale è una diminuzione di 0.90- 1.70 dollari. Una grande differenza, ma anche un risultato sconcertante: come può esserci tanta incertezza?

Contrariamente a quanto tale disparità di previsione possa suggerire, gli economisti in realtà conoscono molto circa gli effetti che una determinata politica fiscale potrebbe avere, almeno molto più di prima. Fino agli anni ottanta, si assumeva regolarmente che il cosiddetto “moltiplicatore” –il rapporto di variazione del PIL alla variazione della spesa pubblica- sia stabile e maggiore di uno. E si pensava che il taglio della spesa di un dollaro comporti una riduzione del PIL di più di un dollaro, cosicché il risanamento finanziario risulta economicamente costoso (mentre, viceversa, una politica di incentivi era efficace).

Poi c’è stata la contro-rivoluzione, che ha portato avanti una lunga lista di motivi per cui è probabile che il moltiplicatore sia molto più basso. Si taglia la spesa, si diceva, e l’inflazione diminuisce. La banca centrale abbassa i tassi di interesse; le famiglie spendono in previsione della riduzione delle tasse; e la fiducia delle imprese aumenta. Alla fine, vi è un impatto negativo sulla produzione modesto, se non nullo.

Gli economisti sono molto suscettibili, ma sono anche investigatori testardi, cosicché la disputa ha comportato nuove analisi sugli effetti dei tagli di bilancio. Sono stati messi a punto nuovi metodi per misurarne l’impatto; si sono introdotti nuovi approcci per tener conto della possibilità che il moltiplicatore possa variare nel corso del tempo; e sono stati raccolti nuovi dati per meglio incorporare le reali decisioni di bilancio.

Tutto questo impegno ha pagato. Oggi ci sono prove convincenti del fatto che la stessa decisione di tagliare la spesa pubblica può avere conseguenze molto diverse, a seconda delle condizioni economiche. Questo può sembrare il Paradiso per i secchioni della politica, ma ha anche significative implicazioni per le scelte del governo.

Gli effetti negativi di breve periodo per la crescita dovuti ad un taglio alla spesa sono probabilmente maggiori quando l’economia è già in recessione, anche i partner commerciali tagliano la spesa o rialzano delle tasse, il tasso di interesse della banca centrale è vicino allo zero, e i mercati non hanno particolare preoccupazioni circa la capacità dello stato di ripagare il proprio debito. In tali condizioni, come quelle del 2009, il moltiplicatore può essere vicino a due. Quindi sarebbe stato letale imbarcarsi allora in una politica di controllo dei conti pubblici. Era corretta una politica di stimoli.

 Ma quando l’economia è in piena espansione è improbabile che gli effetti di un taglio della spesa siano dannosi. Dunque era giusto cominciare a programmare un cambio di marcia quando la ripresa ha cominciato a materializzarsi.

Le cose sono più difficili quando le finanze pubbliche sono in uno stato di acuta tensione ed i mercati  sono preoccupati per la solvibilità statale, come nel caso dell’Europa meridionale. Vi è scarsa evidenza empirica per questo insieme di condizioni, perché casi di tal genere erano rari fino a poco tempo fa. Ma è logico ritenere che il ripristino della sostenibilità delle finanze pubbliche possa avere effetti fortemente positivi sulla fiducia dei mercati ed i tassi obbligazionari. Al tempo stesso, se l’economia è già in forte contrazione, come spesso accade in queste situazioni un taglio della spesa è destinato ad avere gravi effetti negativi sulla domanda interna.

Il modo migliore per uscire dal dilemma è quello di adottare misure in grado di migliorare le finanze pubbliche a lungo termine senza produrre effetti negativi nel breve periodo, come la riforma del sistema pensionistico pubblico. L’aumento dell’età pensionabile, per esempio, migliora le prospettive della finanza pubblica, ma non pesa sulla domanda a breve termine.

Più in generale, sono auspicabili delle misure che credibilmente diano segnali di una finanza pubblica più forte in futuro – assumendo, ovviamente, che i governi abbiano ancora qualche credibilità. Nel caso in cui questa si sia dissipata, come in Grecia, le promesse non hanno valore, ed ai governi non resta altra scelta che il taglio immediato della spesa.

La comprensione di quali condizioni vengono soddisfatte, quando e come, può aiutare a definire l’agenda odierna. L’economia globale attualmente è in una fase di rallentamento; molti paesi europei – e l’Eurozona nel suo complesso- sono in recessione; i tassi di interesse delle banche centrali sono eccezionalmente bassi, ed è improbabile un loro rialzo a breve; ed i paesi più avanzati tagliano la spesa pubblica. Ciò comporta cautela nello sforzo di risanamento. Allo stesso tempo, i rapporti debito-PIL aumentano ancora, e molti paesi hanno perso l’accesso ai mercati o rischiano di perderlo, a causa delle precarie condizioni delle loro finanze pubbliche. Ciò, invece, implica la necessità di un ridimensionamento della spesa.

Sono dunque quattro le prescrizioni per i politici:

·         Ogni volta che è in gioco la sostenibilità della finanza pubblica (cosa che accade più o meno in tutto il mondo avanzato, ad eccezione dell’Australia, del Canada, e di pochi altri paesi dell’Europa settentrionale, inclusa la Germania) i paesi dovrebbero continuare nelle politiche di risanamento, ma ad un ritmo moderato.

·         I governi non dovrebbero aumentare gli sforzi di risanamento solo perché il rallentamento dell’economia riduce il gettito fiscale, e non dovrebbero mirare ad obiettivi di disavanzo nominale nel prossimo anno.

·         In condizioni di acuta pressione fiscale, i governi non possono permettersi di frenare il risanamento di bilancio. Ma, per quanto possibile, dovrebbero dare quanta più enfasi possibile alle riforme di spesa che migliorano le prospettive in modo credibile, limitando nel frattempo gli effetti negativi nel breve periodo.

·         Infine, i funzionari di tutto il mondo dovrebbero investire in quelle istituzioni che aiutano a convincere i mercati del loro impegno verso la sostenibilità della finanza pubblica.

In condizioni di pericolo, i funzionari non dovrebbero fare affidamento su scenari rosei e sperare di essere credibili. Piuttosto, dovrebbero comunicare con chiarezza ai mercati ed ai cittadini come la pensano e cosa intendono fare.




            

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