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RIFORMA FORNERO: 'GIUSTA, MA L'APPLICAZIONE DI MOLTE NORME SARA' DIFFICILE'. L'intervista a Cristina Mazzamauro di Tonucci & Partners

17 Settembre 2012 - Autore: Redazione


Prosegue l’inchiesta di Finanzaediritto.it tra i professionisti di diritto del lavoro. A sviscerare aspetti positivi e criticità della Riforma Fornero approvata il 18 luglio è questa volta Cristina Mazzamauro, Avvocato Giuslavorista di Tonucci & Partners.

 

Ci sono voluti mesi di gestazione e un governo tecnico affinché divenisse legge. Parliamo della Riforma Fornero del mercato del lavoro. Quali sono secondo lei gli aspetti positivi ivi introdotti?

 

È una riforma con luci ed ombre. Sicuramente è positiva la volontà da parte del legislatore di tendere ad una flessibilità sana per favorire l’aumento dell’occupazione e di conseguenza la produttività. Questo grazie a uno snellimento, sia in entrata che in uscita. Un altro elemento positivo è stata l’introduzione del primo contratto a termine acausale che ha dato un po’ di respiro all’imprenditore e rappresenta la vera flessibilità. E poi il rafforzamento dell’apprendistato. Alcuni clienti già ci chiedono di utilizzarlo poiché comporta sgravi contributivi a fronte di una stabilizzazione del posto per il lavoratore. Il problema maggiore sarà tuttavia l’applicazione di questi strumenti.

 

È dunque una delle criticità di questa riforma?

 

Gli aspetti critici potranno essere valutati solo nella prassi e bisognerà vedere come troveranno concreta applicazione tutta una serie di norme frutto ormai di quella sorta di “peccato originale” molto in voga nel diritto del lavoro che consiste nel legiferare a stratificazione. Si viene a creare cioè una pletora di norme che si sovrappongono e che rende difficile per le imprese, i tecnici e i consulenti  avere un quadro completo che permetta una serena attuazione di tutte queste disposizioni. Ma questo è un ‘peccato’ che non riguarda solo la Riforma Fornero, in quanto diffuso da diversi anni nella legislazione lavoristica.

 

Ci faccia qualche esempio.

 

Il caso più eclatante riguarda il licenziamento e la procedura che ad oggi viene posta in caso di impugnatura del licenziamento: con l’inserimento di un cautelare si possono creare delle serie distorsioni a livello di giustizia. Difficilmente il lavoratore e anche l’imprenditore potranno infatti trovare soddisfazione relegando ad un procedimento d’urgenza una questione così delicata come la perdita del posto di lavoro. Questo con il rischio che tali procedure siano sommarie. Ma sarà il tempo a dirci se effettivamente la riforma otterrà gli esiti sperati, tra cui snellimento e rapidità di giudizio. A mio avviso si produrrà l’effetto contrario, dunque sommarietà di giustizia e duplicazione dei giudizi. Oggi il lavoratore che vuole fare causa deve ricorrere a un tipo di processo per impugnare il licenziamento e ad un altro tipo se vuole ad esempio ricevere il risarcimento per un danno patito. Due procedimenti anziché uno.

 

 

A proposito di licenziamenti, veniamo al tanto discusso Articolo 18. Qual è la sua posizione a riguardo?

 

È un nodo cruciale che interessa tutti perché è un problema grande nel tessuto imprenditoriale italiano. Il nostro Paese si regge sulla piccola e media impresa e l’applicazione della tutela reale può creare delle difficoltà vere. Ad esempio, l’effetto di giudizio negativo per una Pmi può portare addirittura alla sua stessa chiusura. Per un imprenditore ragionare ancora con uno stringente Articolo 18 è una forte criticità; non dico che freni la crescita occupazionale, ma comunque non la facilita. La Riforma Fornero ha compiuto un importante snellimento dell’ Art. 18, ma, a mio parere, non si è ancora centrato l’obiettivo. Addirittura si parla di reintrodurlo attraverso un referendum nella sua versione originale. Il che sarebbe un passo indietro.

 

Per lei bisognava essere ancora più drastici, operando uno sfrondamento ulteriore dell’articolo relativo alla reintegrazione?

 

Non può essere eliminata una tutela tout court perché l’Italia non è ancora pronta, però ci troviamo nuovamente nella situazione di frenare una forte crescita delegando in bianco ai giudici, i quali forse andavano aiutati più che gravati di un’ulteriore incombenza. E poi il tavolo delle trattative con le parti sociali deve andare avanti perché è un momento fondamentale, ma il problema è che oggi non ci sono tanti margini per trattare poiché mancano le risorse e se non si ha niente da offrire alle parti sociali, la concertazione non va avanti. Il legislatore ha individuato dunque degli strumenti sani e giusti, ma, ancora una volta, non vedo una facile applicazione.

 

Nemmeno rifacendosi al pluricitato modello tedesco?

 

Il modello tedesco è all’avanguardia e il legislatore vi si è ispirato soprattutto per quanto concerne l’Art. 18 dove al reintegro si è privilegiata la forma risarcitoria per un licenziamento dichiarato illegittimo. Il problema è che, sebbene positivo, questo modello deve trovare declinazione in una realtà diversa e complessa come quella del nostro Paese. Il sistema giustizia da noi è quasi al collasso, ci sono ruoli generali troppo pesanti, processi troppo lunghi e organici ridotti. Nutro seri dubbi sulla capacità di applicazione e funzionamento di un modello del genere in cui interpreti e tecnici dovranno poi adottare le norme. Per ogni lavoratore c’è infatti il rischio di duplicazione di contenzioso e i giudici del lavoro dovranno farsi carico potenzialmente di una mole ulteriore di procedimenti.

 

 

Tra gli obiettivi dichiarati della riforma c’è quella di una maggiore tutela di giovani e precari. Gli strumenti adottati potranno arginare la crescita del tasso di disoccupazione giovanile?

 

Credo che questi strumenti siano importanti, ma c’è ancora molto da fare. Ad esempio bisognerebbe intervenire con un alleggerimento del costo del lavoro, una detassazione dei premi di produzione e degli straordinari, un alleggerimento dell’onere contributivo e del cuneo fiscale, ovvero tutti quegli aspetti che normalmente frenano le aziende. Finché il costo del lavoro è così opprimente l’imprenditore sarà in difficoltà ad assumere.

 

 

Quali sono i passaggi della riforma che stanno impattando maggiormente con il contesto lavorativo?

 

I nostri clienti sono interessati soprattutto alla riforma dell’apprendistato (vogliono sapere come funzionano gli sgravi e quanto pesano sulla politica gestionale), al lavoro di  somministrazione, nonché ai contratti a tempo determinato acausale (prima in sede di giudizio molte causali venivano ritenute illegittime): in questo momento il maggiore interesse si concentra dunque sulla flessibilità in entrata. Allargandosi al decreto sviluppo, molti chiedono informazioni sulla riforma degli appalti poiché in Italia la tendenza all’esternalizzazione delle attività è sempre più forte e dunque alla responsabilità solidale dal punto di vista retributivo, contributivo e fiscale per capire i confini di questa responsabilità, quali sono gli oneri per essere virtuosi e per evitare di avere chiamate di responsabilità pesantissime. Altre delucidazioni riguardano infine il funzionamento delle nuove sanzioni per il licenziamento, in particolare quello per giustificati motivi oggettivi, ma questo quando il rapporto è ormai sfilacciato.

 

Come il vostro studio sta gestendo l’introduzione della riforma?

Noi stiamo fornendo da tempo ai nostri clienti periodiche newsletter, fin dai lavori della Camera. Ora che è legge, nonostante emendamenti e piccoli correttivi che non mancheranno, stiamo organizzando dei forum nelle nostre sedi di Roma, Milano e Padova a invito a vari clienti e potenziali tali, con piccoli tavoli operativi di domande e risposte, composte da 20-25 persone al fine di promuovere uno scambio tra i giuslavoristi e gli imprenditori per capire meglio quali sono le loro esigenze e le maggiori criticità.

 

Alessia Liparoti




            

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