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RIFORMA FORNERO: 'BISOGNERÀ VEDERE SE LE NUOVE DISPOSIZIONI RISPONDERANNO ALLE ESIGENZE DI RILANCIO DEL PAESE'. L'intervista all' Avvocato Andrea Nicodemi, Partner responsabile del dipartimento di diritto del lavoro e delle relazioni sindacali presso CBA

25 Settembre 2012 - Autore: Redazione


FinanzaeDiritto.it continua la sua inchiesta tra i professionisti del diritto del lavoro intervistando l’Avvocato Andrea Nicodemi, Partner responsabile del dipartimento di diritto del lavoro e delle relazioni sindacali presso CBA Studio Legale e Tributario.

 

Avv. Nicodemi, come opera CBA?

CBA è strutturato come tutti i grandi studi legali, con una forte connotazione italiana e un’apertura verso l’esterno, che è stata maggiormente ampliata con l’apertura di una sede a Monaco, che da sola conta circa 20 professionisti. CBA assiste aziende nazionali pubbliche e private, società quotate, fondi di private equity, imprese a conduzione familiare di varie dimensioni, ed è particolarmente attiva nelle practice di Corporate ed M&A, Private Equity & Venture Capital, Lavoro, Antitrust, Restructuring e Banking & Finance per citare le maggiori aree di expertise.

 

Qual è la sua opinione in merito alla Riforma Fornero?

Esprimere un giudizio definitivo sulla Riforma del lavoro, a due mesi dalla sua entrata in vigore, è certo esercizio difficile perché bisognerà vedere se e come effettivamente le nuove disposizioni risponderanno alle esigenze di rilancio del Paese e se effettivamente saranno d’ausilio alle aziende per far fronte alla crisi attuale. Certamente si è avviato un percorso di medio periodo in cui le prime esperienze di applicazione (congiuntamente alla progressiva formazione di un consolidato orientamento giurisprudenziale) potranno rappresentare un riferimento importante per il futuro, e permettere una rilettura proattiva del diritto del lavoro adeguata alle esigenze delle imprese e dei lavoratori, nonché i linea con l’attuale contesto economico. Ad oggi posso solo dire che gli interventi relativi alla flessibilità in uscita, per quanto migliorabili, potrebbero avvicinare la disciplina dei licenziamenti a quella dei principali ordinamenti europei.

D’altro canto, però, dai nuovi provvedimenti in materia di flessibilità in entrata emerge come l’ incremento dell’apparato sanzionatorio, del costo del lavoro flessibile e della relativa burocrazia, non possano essere considerati dalle aziende strumenti concretamente idonei a favorire la stabilizzazione (come ad esempio l’introduzione di incentivi fiscali per le aziende che vogliono assumere nuovi lavoratori a tempo indeterminato e che mostrano una reale sensibilità nei confronti di politiche industriali che premiano l’investimento e la produttività).

 

A suo parere, ci si è troppo soffermati sull’Art.18?

La Riforma Fornero ha segnato una decisa discontinuità rispetto al passato attraverso la parziale modifica dell’art. 18 che, sin dalla sua entrata in vigore, non aveva mai subito correzioni. Non a caso, quindi, la vicenda dell’art. 18 ha catalizzato l’opinione pubblica e l’attenzione dei media, rivelandosi, tuttavia, un’arma a doppio taglio per coloro che  speravano in un drastico ridimensionamento o addirittura in una completa abrogazione della disposizione di legge. Per l’effetto di questa “eccessiva” attenzione (che nella realtà poco coinvolge il tessuto delle piccole-medie imprese italiane), la nuova formulazione dell’art. 18 porta con sé un compromesso più politico che attento ai cambiamenti economici.

 

L'idea del Ministro del Lavoro è quella di provare a seguire l'esempio del modello tedesco che ha trasformato l'apprendistato in un veicolo di ingresso che è molto servito negli ultimi anni per l'occupazione dei giovani…

La legge, molto opportunamente, ipotizza nell’articolo di apertura un sistema permanente di monitoraggio e valutazione delle dinamiche del mercato del lavoro e si è posta come finalità quella di favorire “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili” utilizzando il contratto di apprendistato come il contratto dominante. Tuttavia le nuove disposizioni relative all’apprendistato non si discostano in maniera significativa dalla regole del d.lgs. 276/2003 che, in questi anni, sono state poco applicate. L’apprendistato, dunque, preso singolarmente, non rappresenta lo strumento più idoneo per affrontare senza tanti stravolgimenti normativi il problema della disoccupazione giovanile, soprattutto alla luce dell’attuale situazione economica mondiale. Il problema dovrebbe essere affrontato da un altro punto di vista: bisognerebbe porre attenzione sulle necessità delle aziende di crescere, di rilanciarsi all’interno del mercato e di aumentare la produttività in modo da creare nuovi posti di lavoro. Questo obiettivo non può essere certo raggiunto con un irrigidimento delle figure contrattuali e, parallelamente, con un aumento del costo del lavoro per alcune tipologie di rapporti di lavoro.

 

Quali sono gli elementi positivi, se ce ne sono, in questa Riforma? E cosa invece non soddisfa?

Come tutte le riforme, anche questa ha indubbiamente aspetti positivi, ad esempio,  la previsione di stipulare contratti a termini acausali per la durata di un anno dovrebbe agevolare un primo ingresso nel mondo del lavoro di risorse giovani. Per quanto concerne i punti negativi, la Riforma, con l’aumento del costo del lavoro, non ha risolto il problema relativo alle differenze tra i c.d. contratti precari e quelli a tempo indeterminato, né è intervenuta al fine di ridurre il cuneo fiscale.

 

 

Sara Tamburini




            

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