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Responsabilità dell'avvocato per l'uso di espressioni sconvenienti ed offensive

9 Marzo 2009 - Autore: Avvocati Plenteda e Maggiulli (www.plentedamaggiulli.it)


 

Fonte: www.plentedamaggiulli.it

(Cassazione Civile, Sezione 2, Sentenza n. 23333 del 09/09/2008)


L'art. 89 c.p.c. pone a carico delle parti e dei loro difensori il divieto di fare ricorso, negli scritti difensivi, ad espressioni sconvenienti od offensive.
Il secondo comma della disposizione prevede le sanzioni per il caso di violazione del predetto divieto, rappresentate:
- dalla cancellazione, disposta dal giudice con ordinanza, delle predette espressioni;
- dall'assegnazione di una somma a titolo di risarcimento danni a favore della persona offesa, da disporsi con la sentenza che decide la causa, quando le espressioni offensive non riguardino l'oggetto della causa.

I destinatari del divieto sancito dalla norma sono, testualmente "le parti ed i loro difensori".

Si pone, pertanto, un problema di individuazione del soggetto chiamato a rispondere nei confronti della persona offesa per l'uso delle espressioni sconvenienti od offensive e, come tale, legittimato passivo della relativa richiesta di risarcimento dei danni.

Sul punto bisogna osservare:
- che il divieto è posto non solo a carico della parte, ma anche direttamente a carico del difensore;
- che, inoltre, l’autore materiale dell’espressione sconveniente od offensiva è senza dubbio il difensore, a cui è riferibile la redazione dello scritto difensivo;

Per altro verso, bisogna considerare il rapporto tra parte e difensore, che è di rappresentanza o, addirittura, di sostituzione processuale, con la conseguenza che gli atti compiuti dal difensore sono direttamente riferibili alla parte.

Nella sentenza n. 23333 del 9.9.2008, la Corte di Cassazione, richiamando alcuni propri precedenti arresti (Cass. 11063/02 e 10916/01), ritiene prevalente ed assorbente questa seconda considerazione ed afferma senza incertezze che delle offese contenute negli scritti difensivi, anche quando provengano dal difensore, risponde sempre e solo la parte, che è l'unico soggetto legittimato passivamente in relazione alla domanda di risarcimento del danno.

La parte, pertanto, è chiamata a rispondere del danno, anche non patrimoniale, che le frasi offensive o sconvenienti adoperate dal proprio difensore abbiano causato alla controparte processuale.

In un caso del genere, tuttavia, emergono con una certa evidenza tutti i presupposti per l'affermazione della responsabilità professionale dell'avvocato, il quale, usando frasi offensive e sconvenienti, si è reso inadempiente alla propria obbligazione in quando ha violato un preciso divieto posto a suo carico dalla legge che, ex art. 1374 c.c., è fonte integrativa del contratto che lega professionista e cliente.
Siffatto inadempimento, inoltre, è in evidente rapporto casuale con il danno subito dal proprio cliente, consistito nella condanna a risarcire i danni sofferti dalla controparte.

Secondo i Giudici di Piazza Cavour, il cliente può far valere questa responsabilità dell’avvocato proponendo una separata azione di rivalsa nei confronti del proprio difensore.

Avv. Raffaele Plenteda


Testo della sentenza

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione in data 12.12.95 l'avv. B. G. conveniva davanti al Tribunale di Rovigo V. V. esponendo che, in data 31.8.94, aveva richiesto ed ottenuto dal Pretore di Rovigo nei confronti del V. e della di lui moglie O. M. A. decreto ingiuntivo di pagamento della somma di lire 2 milioni in forza di atto di impegno da costoro sottoscritto con scrittura privata del 13.9.88; che gli ingiunti avevano proposto opposizione al decreto sostenendo di nulla dovere; che, ottenuta la provvisoria esecuzione del decreto, esso avvocato B. aveva intimato ai debitori precetto di pagamento e, non essendo il pagamento avvenuto, aveva notificato atto di pignoramento presso terzi (sullo stipendio della O. ); che successivamente, in data 9.1.95, aveva inviato al legale di controparte lettera di quantificazione dell'importo dovuto, a cui il V. aveva risposto con lettera accompagnatoria del 18.9.95 del seguente tenore: "in risposta alla Sua del 9.1.95 il mio impulso era quello di trasmetterle esattamente le Sue spettanze, e cioè nulla. Meditando però sul suo atteggiamento e considerando che dovrei iniziare causa di opposizione preferisco, almeno per il momento, saziare il suo bisogno di denaro e versarLe l'intero importo da Lei richiesto, quale portato dall'unito assegno".

Tutto ciò premesso, l'avv. B., ritenendo offensive le espressioni contenute nella lettera, chiedeva la condanna del V. al risarcimento dei danni, quantificato nella misura di lire 10 milioni, oltre alle spese di causa.

Costituitosi, il convenuto negava il contenuto ingiurioso della missiva, sostenendo che questa andava valutata alla luce dei rapporti pregressi tra le parti, precisando, in particolare, che, come dedotto da lui e dalla moglie in sede di opposizione al decreto ingiuntivo, la somma di lire 2 milioni, oggetto del decreto costituiva il residuo prezzo di un immobile da essi acquistato con scrittura privata in cui figuravano come venditori M. S. , M. A. e B. A. , in luogo dell'avv. B. che era in realtà l'effettivo proprietario e venditore del bene; che la detta somma era stata da essi trattenuta a garanzia della regolarizzazione di un abuso edilizio riscontrato nell'immobile, rilasciando al venditore, avv. B. , la scrittura di impegno 13.9.88 posta a base del decreto ingiuntivo; che non avendo provveduto alla garantita regolarizzazione dell'immobile, il B. nulla poteva pretendere in forza della detta scrittura; che, in relazione alle difformità dell'immobile compravenduto, il V. e la moglie, con separato atto di citazione, avevano convenuto in giudizio i venditori apparenti nonché l'avv. B. , chiedendone la condanna al risarcimento dei danni ed il relativo giudizio era ancora pendente. Tutto ciò premesso, il V. chiedeva, la sospensione della causa in attesa della definizione dei due giudizi pendenti tra le parti e, in ogni caso, il rigetto della domanda con la condanna dell'attore ex articolo 96 c.p.c..

Poichè la comparsa di costituzione del V. conteneva, tra l'altro, la seguente frase: "il supposto creditore procedente ha svolto attività che pare di vera e propria persecuzione, se non è aur sacra; gli stessi documenti che l'attore produce danno contezza piena dell'urgente bisogno di realizzare un credito, peraltro contestato", l'attore avv. B. , ritenendo tali espressioni offensive e non attinenti all'oggetto della causa, chiedeva la cancellazione della frase in questione e l'autorizzazione a chiamare in causa l'avv. V. , difensore del convenuto, per sentirlo condannare ai sensi dell'articolo 89 c.p.c., comma 2, al risarcimento del danno quantificato "prudenzialmente" in lire 10 milioni.

Autorizzata la chiamata in causa, l'avv. V. si costituiva contestando la ritualità della chiamata sia perché tardiva sia perché il difensore non può essere chiamato a rispondere per la parte da lui assistita; chiedeva, inoltre, la sospensione del giudizio e, nel merito, contestava la domanda contro di lui proposta dal B. perché infondata e ne chiedeva il rigetto.

Con sentenza n. 252/95 il Tribunale di Rovigo, ritenute ingiuriose sia le espressioni contenute nella lettera 18.1.1995 del V. sia quelle contenute nella comparsa di risposta a firma dell'avv. V. per il convenuto V. , in accoglimento di entrambe le domande attoree, condannava il V. e l'avv. V. , ciascuno, al pagamento in favore dell'avv. B. di lire 7.500.000, a titolo di risarcimento del danno nonché e alle spese processuali. Entrambi i soccombenti proponevano appello, che veniva respinto dalla Corte d'appello di Venezia che, con sentenza 25.5.2002, condannava gli appellanti alle spese del grado.

Contro la sentenza i soccombenti hanno proposto ricorso per cassazione sorretto da sei motivi di censura illustrati da una memoria.

L'avv. Ba. ha resistito con controricorso illustrato da una memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 - I primi cinque motivi di ricorso riguardano il capo della sentenza concernente la posizione dell'avv. V .

Nei confronti del professionista il giudice d'appello ha confermato la condanna al risarcimento dei danni ai sensi dell'articolo 89 c.p.c., per la frase, del seguente tenore, contenuta nella comparsa di risposta da lui redatta per il convenuto V. : "il supposto creditore procedente ha svolto attività che pare di vera e propria persecuzione, se non è aur sacra; gli stessi documenti che l'attore produce danno contezza piena dell'urgente bisogno di realizzare un credito, peraltro contestato".

Per tale frase, ritenuta dal giudicante ingiuriosa nei confronti dell'attore avv. B. , la sentenza impugnata ha affermato la personale responsabilità dell'avv. V. , chiamato in causa dal B. , e lo ha condannato al risarcimento dei danni come richiesto dal chiamante.

La decisione non può essere condivisa.

Stabilisce l'articolo 83 c.p.c., che il difensore sta in giudizio in luogo della parte del quale ha assunto il patrocinio.

Tale particolare rapporto, da alcuni qualificato come vera e propria sostituzione, più che di rappresentanza, a causa della identificazione tra i due soggetti, comporta che gli atti compiuti dal difensore sono direttamente riferibili alla parte da lui assistita. Ne consegue che non può il difensore assumere nell'ambito del processo la veste di parte.

In applicazione di tale principio, è stato affermato che delle offese contenute negli scritti difensivi risponde, ai sensi dell'articolo 89 c.p.c., sempre la parte, anche quando provengano dal difensore (Cass. 11063/02) e destinatario della domanda di risarcimento del danno ex articolo 89 c.p.c., comma 2, e' sempre e solo la parte (legittimata passivamente), la quale - se condannata - potrà rivalersi nei confronti del difensore, cui siano addebitabili le espressioni offensive, ove ne ricorrano le condizioni (Cass. 10916/01, specie in motivazione).

Nel caso di specie, quindi, la domanda di risarcimento ex articolo 89 c.p.c., per la frase contenuta nella comparsa di risposta redatta per il convenuto V. dall'avv. V. doveva essere proposta (ma non lo è stata) soltanto nei confronti del V. , quale parte del giudizio, e non contro il suo difensore, come invece e' avvenuto.

Ne discende che la chiamata in causa del predetto difensore, indipendentemente dalla tempestività o meno della domanda, non poteva essere autorizzata perché, non ricorrendo alcuna delle ipotesi previste dall'articolo 106 c.p.c., mancavano i presupposti legittimanti la chiamata.


Va pertanto accolto il primo motivo di ricorso, col quale si denuncia violazione dell'articolo 360 c.p.c., n. 5, in relazione all'articolo 89 cpv. c.p.c., articoli 101, 106, 107 c.p.c., articolo 269 c.p.c., comma 3, e articolo 269 c.p.c., per avere la Corte d'appello completamente omesso la motivazione in ordine ai rilievi, formulati dall'avv. Va. con l'appello, in ordine ai detti profili di imtualita' della sua chiamata in causa.

In accoglimento del motivo, ed assorbiti i restanti quattro motivi, di carattere non autonomo, la sentenza va, pertanto, cassata senza rinvio nella parte in cui, ritenendo implicitamente l'avv. V. legittimato passivamente, lo ha condannato al risarcimento del danno in favore dell'avv. B. e, potendo la causa B. - V. essere decisa anche nel merito, va dichiarata inammissibile la domanda proposta dall'avv.B. contro il V.

Ragioni di opportunità inerenti alla natura della causa e alla qualifica professionale dei due contendenti giustificano la compensazione delle spese dell'intero giudizio tra i predetti.

2 - Va ora esaminato il sesto motivo, che come si sottolinea nello stesso ricorso, riguarda la posizione del solo V. .

Nei confronti di costui la Corte d'appello ha confermato la condanna al risarcimento dei danni in favore dell'avv. Ba. per le espressioni, ritenute offensive, contenute nella lettera 18.1.1995 da lui inviata all'avv. Ba. , del seguente tenore: "in risposta alla Sua del 9.1.95 il mio impulso era quello di trasmetterle esattamente le Sue spettanze, e cioe' nulla. Meditando pero' sul suo atteggiamento e considerando che dovrei iniziare causa di opposizione preferisco, almeno per il momento, saziare il suo bisogno di denaro e versarLe l'intero importo da Lei richiesto, quale portato dall'unito assegno".

Il ricorrente censura la decisione lamentando che la Corte di merito ha interpretato le dette espressioni discostandosi dal suo tenore letterale e dal suo significato logico, non tenendo conto che il V. si era limitato a negare il suo debito, senza qualificare in alcun modo l'azione del Ba. e che attribuire al proprio interlocutore il bisogno di danaro nel momento in cui si e' costretti a pagare una somma che si ritiene non dovuta, non significa tacciare il medesimo di disonesta'.

La censura merita accoglimento.

- E', infatti, erronea la premessa da cui muove il giudizio di offensività formulato dalla Corte di merito, e cioè che la lettera tacciava l'avv. B. di disonestà, il che equivaleva, si legge nella sentenza, ad una chiara manifestazione di disprezzo nei suoi confronti.

Ed invero, né il tenore letterale delle parole usate, né il senso logico delle stesse, quale si ricava prima facie dalla lettura della proposizione incriminata, contengono infatti alcuna affermazione di disonestà del destinatario della missiva, potendo le parole in questione essere anche lette, soprattutto se poste in relazione con il contenzioso pendente tra le parti, soltanto come espressione, ancorché acerba, della critica mossa dal V. alla decisione assunta dall'avv. B. di intraprendere nei confronti azione esecutiva nonostante la pendenza del giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo.

Stante l'erroneità della premessa, le sbrigative conclusioni che la sentenza ne ha tratto in ordine al carattere dispregiativo delle espressioni usate dal V. e alla sua consapevolezza di offendere la controparte, risultano meramente assertive in quanto private di supporto logico.

Il motivo va, pertanto, accolto e la sentenza cassata in parte qua con rinvio della causa per nuovo esame alla stessa Corte d'appello, altra sezione.

Il giudice di rinvio liquiderà anche le spese del giudizio di cassazione relative al solo rapporto B. - V. .

 

P.Q.M.


La Corte:

In accoglimento del ricorso dell'avvocato V. , cassa la sentenza impugnata senza rinvio e, decidendo nel merito, dichiara inammissibile la domanda proposta dall'avv. B. contro il V. . Compensa interamente tra i predetti avvocati le spese dell'intero giudizio.

In accoglimento del ricorso proposto dal V. , cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa ad altra sezione della Corte d'appello di Venezia, anche per le spese del giudizio di cassazione.
 




            

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