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PRIVATE BANKING, GENERALI E LE SOLUZIONI PER RASSICURARE I RISPARMIATORI. Intervista esclusiva a Stefano Grassi, Vicedirettore Generale Banca Generali

3 Novembre 2011 - Autore: Redazione


Continua il viaggio esclusivo nel mondo del Private Banking di FinanzaeDiritto.it alla ricerca delle soluzioni rassicuranti offerte dagli istituti di credito in questo periodo di forte incertezza dei mercati. Alcune settimane fa abbiamo raccolto l’intervento di Stefano Grassi, Vicedirettore Generale Banca Generali , il quale ci ha offerto un’analisi oculata e quanto mai attuale delle diverse sfaccettature della crisi che stiamo attraversando.

 

Dottor Grassi, proviamo a ricostruire la genesi di questa crisi che sembra non segnare battute d’arresto.

 

Questa è una contingenza economica originatasi alcuni anni fa. Il detonatore è stata la crisi dei suprime negli Stati Uniti: al termine di un periodo molto lungo di denaro abbondante a basso costo è accaduto che questo denaro venisse preso da alcune strutture finanziarie americane e impiegato dove vi era la possibilità di fare degli utili e attraverso la leva finanziaria gonfiare gli utili delle imprese, creando una gigantesca bolla finanziaria. Questa situazione, scaturita nell’agosto 2007, ha avuto l’epicentro nel 2008 quando Lehman è stata lasciata fallire. Da lì la “bolla” ha cominciato a sgonfiarsi a seguito dell’intervento del governo che ha avviato una serie di piani di salvataggio con cui il mercato è stato inondato di moneta e si è cercato di eliminare tutti i titoli tossici. Questo, però, ha fatto aumentare a dismisura il deficit statunitense.

 

Situazione che si è estesa anche al Vecchio Continente.

Sì, la crisi si è propagata in Europa, in particolare nei mercati anglosassoni, a cominciare dall’Irlanda, ma anche nel Netherlands (la nazionalizzazione di Dexia ne è un esempio) con modelli di business abbastanza vicini a quelli americani, molto esposti nel Real Estate. A questo punto la crisi, da finanziaria qual era in origine, coinvolgendo il settore immobiliare, si è trasformata in crisi dell’economia reale. Dopo Irlanda, Spagna e Portogallo, a livello europeo, è emersa la questione della Grecia che, pur in termini numerici molto ridotta (il suo debito pubblico rappresenta il 2% del debito pubblico europeo e ha un Pil che è il 75% di quello della Lombardia) ha fatto sorgere il dubbio che il default di un governo o di un paese fosse possibile. E soprattutto ha evidenziato la debolezza della leadership politica nell’Eurozona, Germania in primis.

 

Una “rivoluzione copernicana” per il mondo finanziario, e non solo per quello, che ha costretto i governi a una presa di coscienza, seppure un po’ tardiva.

Quando nel mercato si è insinuato il dubbio che la Grecia potesse fallire, a questo punto è diventato immediato il timore dell’effetto contagio. E questo ha toccato tutti i Paesi che avevano dei fondamentali più bassi, fra cui evidentemente l’Italia. Quella che stiamo attraversando è una contingenza economica che arriva da lontano, da questo peso eccessivo del debito. Le nazioni sviluppate, come Usa e Giappone hanno tantissimo debito, mentre quelle emergenti ne hanno pochissimo, a fronte di crescite più elevate. Ci siamo ritrovati dunque in una situazione mai accaduta prima, ovvero che gli Stati considerati fino a poco tempo fa “poveri”, ora finanziano quelli più ricchi. Credo quindi che finché non ci sarà una risposta definitiva sul tema Grecia - che può coincidere anche con un’uscita della Grecia, ovviamente pilotata – non si possa procedere. Serve un’azione che mostri la leadership europea altrimenti ci ritroveremo con i mercati destinati anche nei prossimi mesi ad un continuo quanto ingovernabile zig-zag senza una linea definita.

 

A suo parere anche gli istituti bancari italiani rischiano le sorti di Dexia, il colosso franco-belga detentore di numerosi titoli greci che ha visto costretto il governo di Bruxelles a nazionalizzare il suo ramo con 4 miliardi di euro per consentirne il salvataggio?

In realtà i titoli greci sono nella mani degli istituti tedeschi e francesi e credo che una soluzione la trovino per proteggere le banche e creare una rete di salvataggio. Le banche italiane hanno sofferto tantissimo per la presenza di titoli di stato italiani, ovviamente la maggioranza, rispetto a quelli greci. Non credo nemmeno a una possibile situazione italiana simile a quella ellenica: sarebbe troppo esiziale per l’euro. È tuttavia vero che il downgrading delle agenzie di rating al nostro Paese e a molti istituti bancari (fortunatamente non a Generali) produrrà un aumento del costo della raccolta, ovvero una crescita del premio per il debito che viene chiesto dal creditore e questo potrebbe creare, in un contesto in cui la liquidità delle banche non è molto abbondante, un restringimento del credito all’economia. E da qui potrebbe profilarsi il rischio recessione. Un recente report faceva riferimento alla possibilità che Francia e Germania vadano incontro a una recessione e dunque a una decrescita del Pil e questo non potrebbe non toccare anche l’Italia che è una nazione esportatrice. Il timore che si ha non è tanto per la solvibilità degli istituti di credito del nostro Paese che come sappiamo, per le loro caratteristiche, si sono impegnati meno nella leva finanziaria dei loro omologhi anglosassoni. È un tema di difficoltà e di costo per rifinanziarsi che innescherà una pressione sui margini di profittabilità, una diminuzione del credito erogato e un suo aumento di costo per le imprese in un momento in cui la pressione sui margini è già alta.

 

Come Banca Generali Private Banking sta affrontando questa difficile contingenza? Quali sono le richieste più urgenti dei vostri clienti per sentirsi rassicurati?

Ormai i clienti già da almeno un semestre ci chiedono rassicurazioni. In questi momenti il risparmiatore di fascia elevata di cui noi ci occupiamo cerca tranquillità, garanzia e protezione. In questo senso noi abbiamo cercato di puntare su tre tipologie di offerte e di prodotti riguardanti la gestione della liquidità, i portafogli obbligazionari attraverso una gestione separata assicurativa per evitare la volatilità, mentre per chi vuole investire nelle azioni in maniera protetta, proponiamo management che combinino pacchetti obbligazionari a protezione del capitale e mercati emergenti. Il primo è un servizio legato alla gestione della liquidità con orizzonti temporali di 6 o 12 mesi attraverso conti deposito vincolati a 6-12 mesi o attraverso dei Pronti Contro Termine (PCT) coi quali possiamo garantire rendimenti netti del 3,20-3,30%, quindi prodotti che danno buoni rendimenti, se non ottimi vista la situazione, e che danno l’assoluta garanzia di capitale. Li abbiamo lanciati a metà settembre e dai dati di raccolta che stiamo avendo risultano apprezzati da tutte le fasce di risparmiatore che hanno in questo momento il problema dell’investimento dei flussi o di scadenza dei titoli. I nostri clienti magari non vogliono rimanere sui titoli di stato o sulle obbligazioni corporate e in questi prodotti trovano un “parcheggio” di 6 o 12 mesi, ma dal buon rendimento che non li vincola a durate temporali molto lunghe, in modo tale che se la situazione migliora possono rientrare sui mercati senza dover aspettare troppo.

 

E riguardo alla protezione del capitale attraverso rendimenti garantiti?

Il nostro secondo prodotto è legato alla forte richiesta di servizi assicurativi con protezione del capitale poiché questi prodotti consentono di tenere molto attenuata la volatilità. Ci permette di gestire per un cliente possessore di obbligazioni il peso della volatilità e quindi la possibilità eventualmente di disinvestire questo denaro in maniera più tranquilla e con meno rischi di calo di quotazioni rispetto a un Btp dove se si tiene la scadenza non ci sono problemi, ma se si vuole vendere prima, c’è il rischio che in una fase difficile di mercato ci sia un “capital loss”, quindi una perdita di valore. C’è infine una larga fetta di nostri risparmiatori che, sfruttando le attuali quotazioni, pensa di entrare nella parte equity, quindi nella parte azionaria soprattutto rivolta ai mercati emergenti, con tassi di crescita più elevati e minor debito pubblico. Tutto ciò però desiderano farlo non in maniera diretta e “long”, ma evitando i rischi. Allora noi utilizziamo generalmente delle gestioni a capitale protetto dove assicuriamo la protezione del capitale alla scadenza, ma abbiamo una quota significativa di investimenti sui mercati emergenti tramite fondi comuni o Sicar di operatori terzi, in maniera tale che il cliente possa scegliere il suo orizzonte temporale. C’è infatti una parte obbligazionaria che assicura il capitale e una parte di crescita derivata da questa percentuale di fondi di paesi emergenti, dunque molto diversificati e dove l’allocazione è data dai nostri gestori e consente nel medio periodo di avere buoni apprezzamenti. Noi siamo piuttosto fiduciosi sugli andamenti futuri dei mercati emergenti, nonostante la crescita non sia quella stimata qualche mese fa, visto che Usa, Giappone e Europa stanno faticando. Anche la parte dei consumi interni garantirà una crescita notevole dell’economia negli Emerging Markets.

 

Alessia Liparoti




            

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