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PIKETTY E L'ASSICURAZIONE CONTRO LA DISUGUAGLIANZA. La proposta del Premio Nobel per l'Economia, Robert J. Shiller

18 Giugno 2014 - Autore: Redazione


NEW HAVEN – Lo straordinario, e molto discusso, libro di Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, ha focalizzato l’attenzione sul problema dell’aumento della disuguaglianza economica. Il testo non dà, tuttavia, delle soluzioni importanti. Come ammette lo stesso Piketty, la sua proposta, ovvero un’imposta globale progressiva sul capitale (o sul benessere), “richiederebbe un livello molto elevato e poco realistico di cooperazione internazionale.”


In questo contesto, è importante non focalizzarsi su soluzioni rapide. La preoccupazione maggiore per i policy maker a livello globale è prevenire eventuali disastri, ovvero gli eventi anomali maggiormente rilevanti e, dato che la disuguaglianza tende a modificarsi in tempi molto lenti, un eventuale disastro potrebbe accadere solo tra diversi decenni.
Questo disastro eventuale, ovvero un ritorno ai livelli di disuguaglianza registrati l’ultima volta tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, è ampiamente descritto nel libro di Piketty. In questo scenario, una piccola minoranza deterrebbe la ricchezza, tendenzialmente non per una particolare intelligenza o per aver lavorato più duramente degli altri, ma per una ridistribuzione bizzarra dei redditi da parte delle forze economiche di base.


Nel mio libro The New Financial Order: Risk in the 21st Century ho proposto “un’assicurazione contro la disuguaglianza” quale strumento per evitare il disastro. Nonostante la somiglianza dei titoli, il mio libro è molto diverso da quello di Piketty. Il mio sostiene apertamente la necessità di ricorrere alla finanza scientifica innovativa e all’assicurazione, sia privata che pubblica, al fine di ridurre la disuguaglianza, gestendo in termini quantitativi tutti i rischi che contribuiscono a crearla. Inoltre, la mia visione è più ottimista rispetto al piano di prevenzione dei disastri legati alla disuguaglianza di quanto lo sia Piketty.


Un’assicurazione contro la disuguaglianza richiederebbe ai governi di definire un piano a lungo termine per rendere i tassi delle imposte sul reddito più elevati per le persone con un reddito più alto in modo automatico nel caso in cui la disuguaglianza dovesse aumentare in modo significativo in un futuro prossimo, senza invece apportare alcun cambiamento in caso contrario. Ho deciso di chiamare questo principio “assicurazione contro la disuguaglianza” in quanto, come qualsiasi altra politica di assicurazione, contrasta innanzitutto i rischi. Proprio come un individuo si trova, prima o poi, a dover acquistare un’assicurazione contro gli incendi prima che si verifichi un incendio alla propria casa e non dopo, allo stesso modo dobbiamo gestire il rischio di disuguaglianza prima che peggiori e crei una nuova classe potente di ricchi autorizzati che usano il proprio potere per consolidare i loro profitti.


Nel 2006, ho scritto un documento, insieme a Leonard Burman e Jeffrey Rohaly del Urban Institute and Brookings Institution’s Tax Policy Center, che analizzava alcune variazioni applicate a questo piano. Nel 2011 Ian Ayres e Aaron Edlin hanno proposto un’idea simile.


Queste idee si basano sull’ipotesi che un certo livello sostanziale di disuguaglianza è economicamente sano. La prospettiva di diventare ricchi spinge evidentemente molte persone a lavorare sodo, ma una disuguaglianza di massa è evidentemente intollerabile.
Ovviamente, non c’è alcuna garanzia sull’implementazione concreta da parte dei governi di un piano di assicurazione contro la disuguaglianza. Tuttavia i governi avrebbero senza dubbio un maggior incentivo a metterlo in atto se ci fosse già una legislazione a riguardo ed un’entrata in vigore graduale sulla base di un modello già noto, evitando quindi di fare un improvviso salto rivoluzionario rispetto alle pratiche del passato.


Affinché possa avere un’efficacia reale, un aumento delle tasse sul benessere (che andrebbe a ricadere principalmente sui pensionati o altre persone benestanti in costante movimento tra i vari paesi) dovrebbe includere una componente globale, altrimenti i ricchi non farebbero altro che emigrare nei paesi con il tasso d’imposta più basso. In effetti, l’impopolarità delle tasse sulla ricchezza ha già ostacolato la cooperazione globale. La Finlandia aveva una tassa sulla ricchezza ma l’ha abolita, e così hanno fatto Austria, Danimarca, Germania, Svezia e Spagna.


Come suggerisce Piketty, un aumento delle tasse in questo momento verrebbe considerato da molti come ingiusto in quanto comporterebbe l’imposizione di un’imposta retroattiva sul lavoro svolto in passato e mirato all’accumulo di benessere, che rappresenterebbe quindi un cambio delle regole del gioco e del suo risultato a giochi finiti. Le persone più anziane che hanno lavorato sodo per accumulare la propria ricchezza nel corso della vita verrebbero quindi tassate sulla loro parsimonia per garantire dei benefici a chi non ha nemmeno provato a risparmiare. Se avessero detto in passato a queste persone che sarebbe stata introdotta una tassa simile, probabilmente non avrebbero neppure risparmiato così tanto, e avrebbero forse pagato le imposte sul reddito consumando il resto, come tutti gli altri.


Inoltre, una volta comprese le conseguenze di un’eventuale tassa sulla ricchezza in base al modello che suggerisce Piketty, i ricchi potrebbero finire per procreare di più, in quanto la ricchezza legata ai figli non può essere tassata in modo consistente, che è anche il motivo per cui sarebbe meglio tassare il reddito e mantenere una detrazione per contributi filantropici esterni alla famiglia. Se poi è proprio necessario introdurre delle tasse sulla ricchezza, sarebbe meglio istituirle ora per poi farle entrare in vigore solo in futuro (e solo nel caso in cui la disuguaglianza dovesse aumentare) in quanto si ridurrebbe la percezione che le regole sono state cambiate a giochi conclusi.


Il vantaggio dell’aumento delle imposte sul reddito è dato dal fatto che potrebbero basarsi non solo sul reddito attuale, ma sulla media del reddito percepito nel corso degli anni, lasciando spazio alle detrazioni per gli investimenti e condividendo in tal modo alcuni elementi delle tasse sul benessere, senza tuttavia penalizzare chi ha risparmiato un quantitativo maggiore di ricchezza. Inoltre, un piano a lungo termine legiferato nel contesto attuale anche solo da uno o pochi stati prima di un eventuale modifica sostanziale sul pagamento delle imposte, potrebbe aiutare a promuovere un dialogo internazionale sulla politica futura più adeguata per contrastare la disuguaglianza. Ciò creerebbe uno spazio per una risposta più uniforme tra i paesi sull’introduzione di un’eventuale imposta, diminuendo la capacità dei più ricchi di evadere il fisco spostandosi in altri paesi.


Il libro di Piketty dà un contributo inestimabile alla comprensione delle dinamiche della disuguaglianza del nostro tempo e individua un rischio serio per la  nostra società. I policy maker hanno ora la responsabilità di implementare un piano praticabile per creare un’assicurazione contro la disuguaglianza.




            

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