Pictet, probabilità di recessione Usa rimane solo al 5%

19 Dicembre 2018 - Autore: Redazione


 

Sono due gli scenari possibili, secondo Pictet:

 

  1. Il primo si potrebbe verificare se la Fed proseguisse con il drenaggio di liquidità al ritmo attuale con un impatto sul Pil equivalente a due/tre rialzi dei tassi. In questo contesto dovremmo probabilmente aspettarci performance azionarie a zero o negative;

  2. Il secondo scenario è più positivo e plausibile. Si ritiene che lo stesso ammorbidimento che Powell ha mostrato sui tassi, potrebbe emergere anche sul bilancio. La Fed potrebbe in questo caso almeno rallentare il passo, diminuendo il ritmo del mancato reinvestimento dei titoli in scadenza. Nell’ipotesi che il punto di arrivo del bilancio Fed fosse fissato a 3,5 miliardi di euro, dai 4 attuali, entro fine 2019 si raggiungerebbe il traguardo, e la pressione sulle valutazioni si attenuerebbe, con la possibilità di performance azionarie pur sempre ad una cifra, ma più verosimilmente positive.

 

Il 2019 esordirà con un rallentamento economico sincrono delle economie sviluppate, ma il pericolo di recessione è sovrastimato. L'analisi è della casa di investimento Pictet. L’inversione della curva dei tassi Usa ha scatenato il panico sui listini nelle scorse settimane, con conseguenti episodi di violenta volatilità. Questa reazione è tuttavia eccessiva per due motivi, ha spiegato l'asset management:

 

  1. l’inversione della curva attuale è avvenuta nel tratto 2-5 anni e se analizziamo gli eventi che hanno preceduto le tre peggiori recessioni degli ultimi 50 anni, osserviamo che l’inversione della curva precede di oltre un anno la recessione e per essere significativa riguarda la parte lunga, tra 10 e 30 anni.

  2. L'indicatore proprietario dello stato di salute dell’economia USA, che si compone di 29 variabili, tra cui figura anche l’inversione della curva, mostra una probabilità di recessione del 5%, in aumento di un solo punto percentuale rispetto al 4% dello scorso anno.

 

La dinamica della curva dei rendimenti USA è in effetti riconducibile prevalentemente a fattori tecnici. Il principale è che il ciclo economico artificioso che stiamo vivendo è nato dalle ceneri della crisi ed è dunque viziato dalle politiche monetarie super espansive delle banche centrali.

 

Questo ciclo economico positivo è il secondo più duraturo dell’ultimo secolo. Ciononostante, i leading indicators degli Usa rimangono solidi: in particolare, l’Ism è a quota 60 e ci muoviamo in un contesto di piena occupazione, hanno ribadito gli analisti.

 

I mercati, piuttosto, temono una compressione dei margini di profitto aziendale futuri, mentre le aspettative di un ritorno dell’inflazione sembrano rientrate.

 

D’altro canto, il superamento della repressione finanziaria e il conseguente drenaggio della liquidità avrebbero frenato utili e valutazioni delle attività finanziarie. Infatti, di norma la presenza di liquidità in eccesso rispetto al funzionamento dell’economia si ripercuote in valutazioni più generose delle azioni; invece quando la quota di liquidità in eccesso si riduce le valutazioni si contraggono, come avviene in questa fase.

 

Per il 2019, gli utili sono attesi in crescita a ritmo più che dimezzato, dicono sempre da Pictet. Il problema principale è comunque l’ottimismo degli analisti nel medio periodo: le previsioni degli analisti per il lungo termine rimangono al di sopra del trend storico di circa 3 punti percentuali.

 

Ci muoviamo in un contesto nuovo caratterizzato appunto da utili contenuti, da tassi di interesse e rendimenti obbligazionari che si collocano a un punto di equilibrio sotto il 3%, rispetto al 4,5% dei cicli precedenti, e da un’inflazione che stenta a raggiungere l’obbiettivo del 2%.

 

Quello che accadrà sul fronte macroeconomico e le conseguenti strategie di investimento dipenderanno in massima parte dalle azioni della Fed in merito a tassi di interesse e la normalizzazione del balance sheet. Jerome Powell ha precisato che poiché non si conosce bene il tasso di equilibrio è opportuno rallentare il passo. “Si preannuncia dunque una pausa nel 2019, probabilmente già dopo il rialzo di dicembre o, al più tardi, quello di marzo”, hanno previsto quelli di Pictet.

 

Manca tuttavia un elemento determinante, su cui la Banca Centrale non ha ancora preso posizione: la gestione della liquidità. Attualmente il riassorbimento della stessa sta avvenendo, da ottobre, a un ritmo di 50 miliardi di dollari al mese. Si tratta di un ritmo elevato, difficilmente sostenibile da parte di un’economia in rallentamento e che potrebbe provocare un credit crunch. Dunque, in questo caso, la FED potrebbe adottare il criterio del rallentamento in fase di approccio procedendo con prudenza verso un punto di equilibrio che non è ancora noto. Anche perché, oltre al rischio di credit crunch, c’è da considerare che un eventuale errore sul bilancio della Fed sarebbe meno facilmente reversibile di un overshooting sui Fed fund rate.

 




            

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