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Non solo articolo 18

30 Marzo 2012 - Autore: Redazione


a cura del Prof. Giuseppe G. SANTORSOLA
Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari. 
Università Parthenope di Napoli

 

L’argomento principe di questi giorni è la riforma dell’articolo 18, tema riproposto più volte nel decennio come cardine per la rivisitazione della disciplina dei rapporti di lavoro. Insistere su tale aspetto accentua il dissidio fra le parti e non rappresenta né la radice del problema né il vero problema da risolvere utilmente per future vantaggiose soluzioni. Il testo del ddl (sostitutivo dell’ipotesi di un decreto) è in realtà più ampio. Mi propongo quindi di valutarne il complesso, tralasciando volutamente il contenuto più discusso, valido solo se lo si legge in un contesto più ampio.

Lo Statuto dei Lavoratori, legge del 1970, è composto di 41 articoli e 6 titoli; valutarne 1 solo è riduttivo e forse inutile. La libertà e la dignità dei lavoratori non sono in discussione. Le libertà sindacali meritano forse una rivisitazione, così come il perimetro delle attività sindacali. Peraltro, l’articolo 18 rientra forse non correttamente in quest’ambito, mentre potrebbe essere riqualificato nel primo titolo. Altrettanto discutibile è l’inquadramento delle norme del quarto titolo sotto la denominazione delle disposizioni varie e generali. Le norme sul collocamento (titolo V°) meritano una riconsiderazione in un quadro più sciolto da vincoli oggi spesso incongrui, mentre le disposizioni finali vanno rivisitate nel campo di applicazione (aziende classificate secondo il numero dei dipendenti e non secondo parametri più idonei) e sulle disposizioni penali riadattate allo scenario tipico a quasi cinquanta anni di distanza. 

Il ddl oggi disponibile è impostato in un’ottica non sindacale quanto di disciplina del lavoro. Individua le tipologie contrattuali del rapporto (un coordinamento fra Statuto del 1970 e Legge 30 del 2003 (Legge Biagi); successivamente si dedica al tema centrale della disciplina dell’uscita dal rapporto di lavoro (tralasciata dallo Statuto e invece centrale per individuare flessibilità, mobilità e incentivazione verso contratti più stabili proprio perché meno costrittivi). E’ l’elemento più critico perché individua una scommessa determinante per il futuro, che taluni tendono a rifiutare perché densa di incertezze.

Del tutto nuovo rispetto allo Statuto, ma coordinato rispetto ai provvedimenti degli anni ’00 è invece il tema degli ammortizzatori sociali, impegno cospicuo di investimento (forse semplicisticamente definito “paccata”, ma condizionante). Se si tralascia questo aspetto non si può valutare il progetto con accuratezza.. Infine spazi normativi innovativi sono dedicati alla tutela dei lavoratori “anziani”, delle donne e degli immigrati, segmenti prima tralasciati perché allora non visibili, così come poco letto, ma rilevante oggi, è l’ultimo aspetto dedicato alle politiche attive dei servizi per l’impiego.

Attraverso questa lettura, emerge un lavoro complessivo che non è la riforma dell’articolo 18, concetto deviante, errato sia per chi propone il disegno di legge in questione sia per chi vi si oppone in ragione solo di questo fattore.

Per completezza corre l’obbligo di sottolineare l’errore di voler mutuare modelli esterni alla realtà italiana (flexsecurity scandinava e modello compartecipativo tedesco, nonché l’esperienza statunitense consentita dall’agevole movimentazione di persone, aziende e famiglie). Noi siamo diversi e la norma deve interpretare questa realtà. Mi pongo la chiave di lettura di un tema così politico gestito invece da un governo che nasce come interpolazione degli interessi di parte. Resta il problema, oggi ancora incerto, di saperne interpretare la probabilità di essere accettato (approvato) da un Parlamento con ovvi interessi di parte ed ormai in scadenza. Leggendolo attentamente, tutti hanno ragione di temerne alcuni aspetti (costi, convenienze, rinunce, rischi, insicurezze e mutamenti dei comportamenti consolidati). Nessuno ha convenienza immediata ad accettarlo nel complesso; quindi è un buon progetto, non il migliore, ma, secondo Platone e Churchill, il più democratico.

 




            

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