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NESSUNA MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO SULL'ARTICOLO 8. Intervista esclusiva al giuslavorista Marco De Bellis dello Studio Marco De Bellis & Partners

16 Settembre 2011 - Autore: Redazione


«Non c'è nessuna riforma in vista dell' Articolo 8». È lapidario il commento del Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, a seguito dell’approvazione della Manovra Finanziaria, avvenuta mercoledì 14 settembre alla Camera, in cui è stato dato l’ok anche ad un ordine del giorno promosso da Cesare Damiano (Pd) che impegna il Governo a rivedere la norma per renderla «integralmente conforme agli indirizzi, ai contenuti e alle finalità dell'accordo del 28 giugno 2011». La legge che consente deroghe alla contrattazione nazionale, compreso lo Statuto dei lavoratori e l’articolo 18 sui licenziamenti senza giusta causa, non subirà a breve modifiche. «Solo le parti sociali – ha spiegato il titolare del dicastero – nella misura in cui fossero unite, tutte unite, potrebbe determinare un'esigenza di questo tipo ma come avete visto Confindustria ha confermato la sua convinzione che questo articolo vada bene». E il Presidente dell’organizzazione delle imprese italiane, Emma Marcegaglia, a margine del convegno del Centro Studi svoltosi ieri, giovedì 15 settembre, ha precisato che l'articolo 8 della manovra «non è incoerente con l'accordo del 28 giugno tra le parti sociali. Se ci sono alcune incoerenze, e a noi non sembra, le vedremo insieme», salvo comunque puntualizzare la richiesta dell’efficacia erga omnes. «Dalla Bce – insiste ad evidenziare Sacconi – è  stato autorevolmente richiesto, a noi come alla Spagna, un intervento sui contratti aziendali, secondo il modello tedesco, e sui licenziamenti» aggiungendo che «la norma contenuta nella manovra né impone né complica il permanere di relazioni industriali più centralizzate quando le parti le ritengono più convenienti. Un sistema flessibile vuole proprio consentire libere e responsabili soluzioni». Pollice verso al testo appena licenziato, dal Segretario della Cgil, Susanna Camusso. «L’articolo 8 – stigmatizza – è l'ennesima conferma della confusione della maggioranza che si vota la manovra e il suo esatto contrario in piena continuità». Il leader del sindacato ha poi ribadito la ferma volontà di continuare la propria battaglia affinché la norma venga cancellata. Esclusi politici e sindacati, cosa ne pensano a riguardo coloro che opereranno concretamente con questa legge, ovvero i giuslavoristi? Lo abbiamo domandato all’Avvocato Marco De Bellis dello Studio Marco De Bellis & Partners.

 

Avvocato, che idea si è fatto del famigerato Articolo 8 della Manovra?

In particolari situazioni di difficoltà e di crisi siamo già abituati ad accordi sindacali che per privilegiare l’occupazione hanno sacrificato dei diritti dei lavoratori ritenuti secondari, per esempio la dequalificazione per cui i dipendenti, pur di salvaguardare il posto, hanno mandato giù qualche rospo dal punto di vista della professionalità. Per quanto concerne il principio che lo ispira, l’Art. 8 non impone delle scelte dall’alto perché prevede comunque la firma delle organizzazioni sindacali all’accordo e l’approvazione dei dipendenti. Si attua dunque una democrazia di base che è salutare.

 

Ma è vero che questa norma renderà i licenziamenti più facili?

Io non ritengo che l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (quello in cui si parla di reintegro nel posto di lavoro a seguito di un licenziamento senza giusta causa, ndr) sia uno strumento che salvaguardi l’occupazione, anzi, il contrario. Così come è formulato spinge le aziende a non superare i 15 dipendenti e induce gli investitori stranieri a riflettere prima di investire in Italia. È uno spauracchio che pone come biglietto da visita il concetto che è più facile separarsi dalla moglie che dal proprio dipendente. Riterrei più coerente con l’attuale realtà economica e con la tradizione giuslavoristica che c’è nel nostro Paese, sostituire l’Art. 18 con una tutela obbligatoria pesante e graduabile. Io sostituirei la sanzione della reintegrazione con la sanzione di un’indennità risarcitoria che possa avere un minimo di 5 mensilità e un massimo di 36, in modo tale da lasciare al giudicante un ampio margine per poter valutare quali siano i licenziamenti che sono degni di più tutela rispetto ad altri. Anche perché, tutto sommato, un dipendente che volesse proseguire il rapporto dopo una proposta di 36 mesi, forse tutto sommato, un adeguato risarcimento ce l’ha e così anche il tempo per cercare un nuovo impiego.

È dunque fiducioso...

Una situazione come questa potrebbe sbloccare il mercato perché le aziende potrebbero assumere con minore diffidenza. Occorre comunque ricordare, tornando al discorso di prima, che quando un’azienda decide di chiudere e lasciare a casa tutti i dipendenti, l’Art. 18 c’entra come i cavoli a merenda in quanto non serve nelle vere situazioni di tutela di disoccupazione. Il tutto fermo restando il divieto assoluto del licenziamento discriminatorio. Su quello lascerei le tutele attuali che prevedono la nullità del licenziamento e il ripristino del rapporto, ma si tratta di casi estremi e marginali.

 

Alessia Liparoti

 

Per approfondimenti si leggano gli interventi di altri rinomati giuslavoristi




            

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