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MICRO, MACRO, MESO E META ECONOMIA: UN NUOVO MODO DI COMPRENDERE IL MONDO ECONOMICO. L'analisi di Andrew Sheng, Presidente del Global Fung Institute e di Geng Xiao Direttore di ricerca presso l'Istituto globale Fung

11 Ottobre 2012 - Autore: Redazione


 HONG KONG – Considerata la crisi che attanaglia l’economia mondiale e i mercati finanziari, non sorprende che sia in atto una sostanziale riconsiderazione dei principi dell’economia moderna. Le voci dissenti della categoria, sembra, stanno definitivamente raggiungendo un pubblico più vasto.

Il Premio Nobel Ronald H. Coase, ad esempio, si è lamentato del fatto che la microeconomia sia piena di modelli black box che non riescono a studiare le attuali relazioni contrattuali tra aziende e mercati. Ha evidenziato che quando i costi di transazione sono bassi e i diritti di proprietà ben definiti, i contratti privati innovativi potrebbero risolvere i problemi delle azioni collettive come l’inquinamento; ma i policy maker si affidano soprattutto a strumenti fiscali, a causa dell’ossessione degli economisti per la teoria semplicistica dei prezzi.

Un altro Premio Nobel, Paul Krugman, ha affermato che la macroeconomia negli ultimi tre decenni è stata inutile alla meglio e dannosa alla peggio. Sostiene che gli economisti sono diventati ciechi di fronte al macro fallimento catastrofico perché hanno scambiato per vero la bellezza o l’eleganza dei modelli teorici.

Sia Coase che Krugman lamentano la negligenza dell’eredità della loro categoria – una tradizione che risale almeno ad Adam Smith – che valutava teorie celebri e unificanti di economia politica e filosofia morale. L’ossessione contemporanea per i modelli semplicistici e meccanici sembra aver spinto la categoria dalla teoria all’ideologia, allontanandola dall’economia reale.

La semplicità e l’eleganza dei modelli micro e macro li rendono utili a spiegare il meccanismo dei prezzi e l’equilibrio o squilibrio delle principali variabili economiche aggregate. Ma entrambi i modelli non sono in grado di descrivere o analizzare l’attuale comportamento dei principali partecipanti al mercato.

La teoria dell’impresa, ad esempio, non prende in esame la struttura dei contratti societari, e delega lo studio di attività, passività, entrate e spese alla “contabilità”. Come possono essere capite le aziende senza esaminare i contratti societari che uniscono le parti interessate – ovvero, azionisti, banchieri, fornitori, client e dipendenti – le cui complesse relazioni si manifestano nei bilanci e nei flussi delle transazioni delle società? Concentrandosi sui flussi della produzione e dei consumi, i conti nazionali aggregano o producono tali dati, così negando l’importanza dei finanziamenti, dei debiti da bilancio e delle fragilità.

In effetti, la principale corrente di oggi per i modelli di micro e macroeconomia non basta per esplorare le complesse e dinamiche interazioni tra uomini, istituzioni e natura nella nostra economia reale. Non sanno rispondere a ciò che Paul Samuelson identifica come questioni chiave per l’economia – quali, come e per chi sono i beni e i servizi prodotti, forniti e venduti – e raramente si occupa del “dove” e “quando”.

La divisione dell’economia in macroeconomia (lo studio delle prestazioni economiche, della struttura, del comportamento, del processo decisionale a livello nazionale, regionale o globale) e microeconomia (lo studio dell’allocazione delle risorse da parte delle famiglie e delle aziende) è fondamentalmente incompleta e fuorviante. Ma esistono almeno altre due divisioni dell’economia che sono state ignorate: la mesoeconomia e la metaeconomia.

La mesoeconomia studia gli aspetti istituzionali dell’economia che non vengono contemplati dalla micro o dalla macroeconomia. Presupponendo una competizione perfetta, informazioni complete e costi di transazione pari a zero, l’economia neoclassica non contempla la necessità che istituzioni come tribunali, partiti e religioni trattino i problemi economici cui devono far fronte le persone, le aziende e i paesi.

Gli economisti Kurt Dopfer, John Foster e Jason Potts hanno invece sviluppato una  teoria macro-meso-microeconomica di economia evolutiva in cui “un sistema economico è una popolazione di regole, una struttura di regole e un processo di regole”. La caratteristica più importante della struttura mesoeconomica è quella di studiare l’attuale intreccio di contratti, formali o informali, in famiglia, società, mercato, istituzioni civili e sociali. In questo modo si crea un collegamento naturale tra micro e macroeconomia, perché le regole a livello microeconomico e le istituzioni implicano solitamente conseguenze a livello macroeconomico.

La metaeconomia va ancora oltre, studiando gli aspetti funzionali più profondi dell’economia, intesa come un complesso sistema vivente interattivo e olistico. Fa domande come perché un’economia sia più competitiva e sostenibile di altre, come e perché le strutture di governance delle istituzioni evolvano, e come la Cina sia riuscita a sviluppare quattro reti di fornitura su scala globale nel manifatturiero, nelle infrastrutture, nella finanza e nei servizi pubblici in un così breve lasso di tempo.

Per studiare i principi profondi che si nascondono dietro il comportamento umano, la metaeconomia richiede l’adozione di un approccio aperto, sistemico ed evolutivo, e il riconoscimento dell’economia reale come sistema vivente e complesso insito in altri sistemi. Ciò è difficile, perché le statistiche ufficiali misurano male, o semplicemente non misurano, molte delle regole e delle pratiche nascoste dell’economia reale.

Le misurazioni del Pil, ad esempio, ignorano attualmente i costi della sostituzione delle risorse naturali, l’inquinamento e la distruzione della biodiversità. Inoltre, è comune presumere nella politica pubblica come ciò che non venga facilmente misurato a livello statistico sia insignificante o inesistente. Le analisi statiche, lineare e chiuse applicate a sistemi aperti, non lineari, dinamici e interconnessi sono destinate ad essere errate e incomplete.

L’economista britannico Fritz Schumacher ha capito che le istituzioni umane, in quanto strutture complesse con un governo dinamico, richiedono analisi sistemiche. Ha definito la metaeconomia come l’umanizzazione dell’economia tenendo conto della necessità di un ambiente sostenibile; ha quindi incluso elementi di filosofia morale, psicologia, antropologia e sociologia che trascendono i confini della massimizzazione dei profitti e la razionalità individuale.

In modo analogo, Eric Beinhocker, dell’ Institute for New Economic Thinking, di recente apertura, difende la causa di “un nuovo modo di vedere e comprendere il mondo economico”. Un approccio di questo genere richiede l’inclusione di psicologia, antropologia, sociologia, storia, fisica, biologia, matematica, informatica e di altre discipline che studiano i complessi sistemi adattivi.

Crediamo che la struttura dell’“micro-macro-meso-metaeconomia” – ciò che chiamiamo “econosistema” – sia il modo più completo di analizzare le economie umane, intese come sistemi viventi complessi che si evolvono all’interno di sistemi naturali complessi che cambiano in maniera dinamica. Questa struttura risulta particolarmente utile per analizzare l’evoluzione di economie antiche ma ri-emergenti come la Cina e l’India, che sono abbastanza grandi da avere un impatto profondo sulle altre economie e sul nostro ambiente naturale.

 

 

©Traduzione di Simona Polverino

 




            

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