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Massimo Ferlini commenta i fatti di Pomigliano. Rinasce la trattativa territoriale

1 Luglio 2010 - Autore: Redazione
La Fiat ancora non ha manifestato le sue intenzioni sul futuro dello stabilimento di Pomigliano, dopo il referendum del 22 giugno sull’ipotesi di accordo che ha visto favorevoli i 2/3 dei lavoratori e tutti i sindacati, a eccezione della Fiom. Per capire qual è il vero significato della vicenda che si sta giocando intorno alla fabbrica campana, abbiamo rivolto alcune domande a Massimo Ferlini, presidente di CDO Milano e vice presidente nazionale della Compagnia delle Opere.

Come va interpretata la vicenda di Pomigliano?
«Nella vicenda di Pomigliano ci sono due aspetti: uno riguarda i problemi storici dell’industrializzazione del Mezzogiorno, che vale per Pomigliano e per altri poli industriali costruiti nel corso degli anni passati. La questione è quale sviluppo rilanciare per il Mezzogiorno con un grande impegno di tutte le forze imprenditoriali, economiche e politiche insieme alle scelte del territorio in direzione di una maggiore attrattività che faccia crescere e mantenere lo sviluppo industriale delle zone del Sud d’Italia».

E il secondo aspetto?
«In secondo luogo, Pomigliano è stato al centro di una trattativa concreta, in cui il rapporto tra impresa e sindacati è avvenuto in una fase di rilancio dell’esigenza di contrattazioni territoriali o di secondo livello, l’esigenza di superare quella “camicia di forza” che nasce dal contratto unico nazionale. Per la prima volta si è toccato con mano come questo sia l’interesse di tutte le parti».

Bisognerebbe ritornare alle gabbie salariali?
«Non si tratta di rimontare delle gabbie, ma di restituire alla contrattazione più libertà. Più libertà per salvare le sfide industriali e per salvaguardare una politica industriale e dello sviluppo del Mezzogiorno. Lo stesso problema, speculare, esiste al Nord, dove solo una contrattazione territoriale di secondo livello può rilanciare patti per lo sviluppo chiari che servano alla reindustrializzazione di quelle zone che oggi stanno attraversando la crisi».

Che cosa si è giocato e si gioca nello scontro tra un certo modo di fare sindacato, da una parte, e la decisione di investire risorse, dall’altra?
«Pomigliano è un grande esempio di investimento industriale, non è un grande esempio di polo capace di far crescere una coscienza di partecipazione industriale diffusa sul territorio. Nello scontro si è riprodotto proprio questo: fra chi guarda alla sfida nell’andare avanti e chi invece si è attardato a cercare delle scuse per separare una scelta condivisa con il rischio, nel contrapporsi all’accordo, di favorire quelle parti, anche industriali, che hanno danneggiato nel corso degli anni la nascita di un vero polo industriale e ne hanno abbassato la produttività oltre i limiti tollerabili».

Dal referendum è arrivata una risposta chiara?
«Il referendum è stato vinto. Adesso sull’ipotesi di sviluppo industriale ci deve essere il massimo consenso possibile. Su questo si tratta di lavorare. Il referendum è servito a sancire che era giusto portare avanti il progetto».

Che cosa pensa di quanti, soprattutto certe componenti sindacali, hanno sostenuto che l’accordo con la Fiat lede alcuni diritti fondamentali, come il diritto allo sciopero?
«Mi sembrano posizioni esagerate e lo si è visto in corso d’opera con la proclamazione di uno sciopero in occasione di una partita. Questo atteggiamento sta mostrando la corda, visto che gli stessi sindacati che hanno colto la sfida di una nuova libertà e di una nuova responsabilità nelle trattative l’hanno capito. Chi si attarda, invece, nel parasindacalismo di periodi industriali del passato che avevano altre caratteristiche, si chiama fuori dagli accordi senza riuscire a incidervi. E ha bisogno di estremizzare le posizioni per trovare una motivazione al suo diritto di esistere».
 
Fonte: CDO

 



            

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