Manovra finanziaria per il 2009 – Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito dalla Legge 6 agosto 2008, n. 133.

5 Dicembre 2008 - Autore: GIUSEPPE ALPESTRI


 

Manovra finanziaria per il 2009 – Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito dalla Legge 6 agosto 2008, n. 133.

SOMMARIO: 1) Indeducibilità parziale degli interessi passivi ai fini IRES e IRAP - 2) Riduzione della deducibilità ai fini IRES della svalutazione dei crediti – 3) Riduzione della deducibilità della variazione della riserva sinistri – 4) Effetti sulla seconda (o unica) rata di acconto IRES ed IRAP per l’anno 2008 – 5) Aumento dell’imposta sulle riserve matematiche dei rami vita – 6) Modifiche relative ai fondi comuni d’investimento immobiliare.

La Legge 6 agosto 2008, n. 133, pubblicata nel S.O. n. 196/L alla Gazzetta Ufficiale n. 195 del 21 agosto 2008, ha convertito, con modificazioni, il D.L. n. 112/2008 (di seguito “Decreto”) recante la c.d. “manovra d’estate”.

Nel presente lavoro saranno esaminate alcune delle principali misure di fiscalità diretta e indiretta (contenute nel titolo IV del Decreto, rubricato “perequazione tributaria”), tenendo conto, sia delle modifiche arrecate al Decreto in sede di conversione in Legge, sia dei chiarimenti successivamente intervenuti.

1.      Indeducibilità parziale degli interessi passivi ai fini IRES e IRAP.

L’art. 82, comma 1, del Decreto ha inserito nell’art. 96 del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR) il comma 5-bis, in base al quale gli interessi passivi sostenuti da banche e assicurazioni sono deducibili dalla base imponibile IRES nei limiti del 96% del loro ammontare. Al riguardo, si ricorda che, in espressa deroga all’art. 3 del c.d. “Statuto del contribuente”, tale disciplina trova applicazione “a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007”, e dunque, per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, già a partire dal 2008, sia pure con una limitazione dell’impatto. Invero, con norma di carattere transitorio, viene previsto che, nel primo periodo di applicazione del nuovo regime, la percentuale di deducibilità degli interessi passivi sia elevata al 97%.

Le banche e le assicurazioni, come si ricorderà, erano state escluse dall’applicazione del regime di deduzione degli interessi passivi di cui all’art. 96 del TUIR, così come riformulato dalla Legge n. 244/2007 (Finanziaria per il 2008) che, com’è noto, aveva abrogato i previgenti meccanismi di limitazione della deducibilità degli interessi passivi, rappresentati dal pro rata reddituale, dal pro rata patrimoniale e dalla thin capitalization. Di conseguenza, per i soggetti operanti nei settori bancario, assicurativo e finanziario, era finora consentita l’integrale deduzione degli interessi passivi, a prescindere dai limiti di deducibilità stabiliti dal comma 1 del medesimo art. 96.

A seguito delle modifiche normative introdotte con il Decreto, invece, anche per le banche e le assicurazioni viene introdotto un regime di limitazione della deducibilità degli interessi passivi. Tuttavia, a differenza del regime fiscale degli interessi passivi previsto dall’art. 96, comma 1, del TUIR, quello riservato (dal nuovo comma 5-bis) alle banche e assicurazioni rende indeducibile, in via definitiva, una quota forfettaria degli interessi passivi maturati, determinata in misura proporzionale al loro importo assoluto, a prescindere dai margini positivi o negativi dell’attività principale esercitata e senza alcun meccanismo di recupero.

Analogamente a quanto osservato da autorevole dottrina in relazione al regime di limitazione alla deducibilità degli interessi passivi introdotto dalla Finanziaria per il 2008[1], si evidenzia che anche il legislatore del Decreto – nel disporre la parziale e definitiva indeducibilità, in capo al soggetto finanziato, degli interessi passivi che, generalmente, sono interamente tassati, quali interessi attivi, in capo al finanziatore – sembra aver ignorato il principio della “simmetria” nel trattamento dei componenti positivi/negativi di reddito. Evidentemente, la scelta legislativa è stata dettata esclusivamente da esigenze di gettito erariale, nella convinzione che le banche e le assicurazioni siano soggetti con elevata capacità economica.

Per quanto concerne l’esatta individuazione dei destinatari della limitazione in parola, il citato comma 5-bis dell’art. 96 rimanda ai “soggetti indicati nel primo periodo del [precedente] comma 5”, vale a dire: le banche, gli intermediari finanziari elencati nell’art. 1 del D.Lgs. n. 87/1992, le imprese di assicurazione e le società capogruppo di gruppi bancari e assicurativi.

Ne deriva che il regime introdotto dal nuovo comma 5-bis torna applicabile anche alle società di leasing e di factoring, alle SGR, alle SIM, agli intermediari finanziari iscritti nell’elenco generale di cui all’art. 106 del Testo Unico Bancario (TUB), agli intermediari finanziari di cui all’art. 113 del TUB, nonché alle società esercenti altre attività finanziarie, indicate nell’art. 59, comma 1, lett. b) del TUB.

Venendo all’ambito oggettivo di applicazione della norma in esame, si evidenzia che, a differenza del comma 1 dell’art. 96 (che contempla “gli interessi passivi e gli oneri assimilati”), il nuovo comma 5-bis fa esclusivo riferimento agli “interessi passivi”. Ciò induce a ritenere, in attesa di maggiori chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate, che le banche e le assicurazioni (così come tutti gli altri soggetti finanziari interessati da tale disposizione) possano continuare a dedurre integralmente gli oneri assimilati agli interessi passivi ai fini contabili, ma che non hanno natura di corrispettivo per un finanziamento[2].

Di conseguenza, ai fini dell’applicazione della norma in questione, assumerebbero rilevanza soltanto gli interessi passivi che trovano fonte in rapporti che assolvono ad una funzione finanziaria e cioè di impiego di capitale[3]. In particolare, in analogia con il comma 3 del medesimo art. 96, si dovrebbe ritenere che la limitazione di cui al comma 5-bis si riferisca soltanto agli interessi passivi (e non anche agli oneri ad essi assimilati che non hanno natura di corrispettivo per un finanziamento) “derivanti da contratti di mutuo, da contratti di locazione finanziaria, dall’emissione di obbligazioni e titoli similari e da ogni altro rapporto avente causa finanziaria”.

Tuttavia, occorre altresì evidenziare che, per i soggetti cc.dd. “IAS compliant” (quali sono certamente le banche), è in ogni caso operante il principio generale di cui all’art. 83 del TUIR[4], per effetto del quale, indipendentemente dalla natura giuridica, i componenti negativi che vengono qualificati e classificati in bilancio come interessi passivi, assumono rilevanza come tali anche ai fini della determinazione del reddito d’impresa. Per i soggetti che adottano gli IAS, quindi, non sarà possibile attuare la descritta distinzione tra interessi passivi in senso proprio ed oneri ad essi assimilati solo ai fini contabili.

In particolare, con riguardo alle banche, in applicazione di tale principio si dovrebbe ritenere, in attesa di chiarimenti, che, di norma, tutti gli oneri – ad esclusione, come si dirà nel prosieguo, dei differenziali negativi e degli interessi passivi scaturenti dai contratti di “pronti contro termine” – classificati tra gli “interessi passivi e oneri assimilati” (voce 20 dello schema di conto economico approvato dalla Banca d’Italia[5]) siano da assoggettare alla cennata percentuale di indeducibilità forfettaria.

In tale prospettiva, quindi, la limitazione in argomento dovrebbe riguardare, ad esempio, sia i componenti negativi della provvista rilevati secondo il criterio del costo ammortizzato (in applicazione dello IAS 39), sia la quota interessi compresa nei canoni di leasing (classificabile tra gli interessi passivi in base allo IAS 17), sia, inoltre, l’eventuale saldo negativo dei differenziali originati dai contratti derivati di copertura di passività che generano interessi.

Quanto, invece, alle operazioni di “pronti contro termine” poste in essere dalle imprese bancarie e assicurative (generalmente, le prime in qualità di cedenti a pronti e le seconde in qualità acquirenti a pronti), si osserva che – ai sensi dell’art. 89, comma 6, del TUIR – gli interessi derivanti dalle predette operazioni “concorrono a formare il reddito del cessionario per l’ammontare maturato nel periodo di durata del contratto” e, simmetricamente, “la differenza positiva o negativa tra il corrispettivo a pronti e quello a termine, al netto degli interessi maturati sulle attività oggetto dell’operazione nel periodo di durata del contratto, concorre a formare il reddito per la quota maturata nell’esercizio”.

Sulla base di tali presupposti (irrilevanza fiscale per il cedente a pronti e simmetrica rilevanza per l’acquirente a pronti) si deve, pertanto, ritenere che:

–        gli interessi passivi contabilizzati dal cedente a pronti in corrispondenza di quelli attivi sui titoli ceduti non dovrebbero essere soggetti alla limitazione in parola, in quanto sono già ripresi in aumento per intero;

–        l’eventuale differenziale negativo fra il prezzo a pronti e quello a termine non dovrebbe essere soggetto al nuovo limite di deducibilità forfettaria, non potendosi definire propriamente come interesse passivo.

A tale ultimo riguardo, infatti, si evidenzia che – come rilevato anche dall’ANIA[6] – tale differenziale negativo non sarebbe configurabile come interesse passivo, sia perché risultante dalla differenza tra due prezzi (per cui sembrerebbe più assimilabile ad una minusvalenza che ad un interesse passivo), sia per le considerazioni espresse dal Ministero delle Finanze nella Circolare n. 73 del 27 maggio 1994, ove venne chiarito che “nel pronti contro termine, lo scarto tra il prezzo a pronti e quello a termine, ancorché sia disciplinato per ragioni di sistematicità dall’articolo 56, comma 3-ter, del TUIR[7] (che ne prevede la concorrenza alla formazione del reddito per la quota maturata nell’esercizio), costituisce un componente positivo o negativo riferibile alla linea capitale del titolo sottostante oggetto del contratto, emergendo pur sempre da una doppia cessione del titolo. Conseguentemente, ancorché detto scarto concorra a formare il reddito alla stregua di un provento o un onere finanziario, quindi pro rata temporis, non soggiace alla disciplina prevista per la deducibilità degli interessi passivi”.

L’esclusione della rilevanza ai fini della limitazione in esame dovrebbe valere, ad avviso di chi scrive, anche con riferimento agli “scarti di emissione” delle obbligazioni sostenuti in sede di sottoscrizione, in quanto non assumerebbero – in capo al sottoscrittore – natura di corrispettivo per un finanziamento, configurandosi bensì come onere di investimento, sostenuto per il conseguimento degli interessi attivi maturanti sulle cedole.

Viceversa, si dovrebbe ritenere che, per la società emittente, non possa negarsi la natura finanziaria di detti scarti, sostenuti per l’emissione di obbligazioni “sotto la pari”. In tal caso, infatti, gli scarti negativi di emissione assumono la natura di corrispettivo per l’ottenimento del prestito obbligazionario e, pertanto, dovrebbero rientrare nell’ambito di applicazione della limitazione alla deducibilità degli interessi passivi prevista dal nuovo comma 5-bis.

Ulteriori ipotesi di esclusione dalla limitazione introdotta dal Decreto riteniamo possano essere rappresentate:

–        dagli interessi passivi capitalizzati nel costo dei beni ex art. 110, comma 1, lett. b), del TUIR, in quanto, essendo iscritti in aumento di voci dell’attivo, andranno ad incrementare il costo fiscale del bene cui si riferiscono;

–        dagli interessi passivi di mora per tardivo pagamento di debiti di natura commerciale o per tardivo pagamento delle imposte, in quanto la loro debenza non deriva da un rapporto avente causa finanziaria.

Inoltre, con specifico riguardo alle imprese di assicurazione, si ritiene che possano considerarsi esclusi dall’ambito di applicazione della nuova disciplina – e, dunque, pienamente deducibili – gli interessi passivi corrisposti sui depositi di riassicurazione, ossia sui depositi cauzionali che la compagnia cedente detiene in relazione alla cessione ad altre imprese di assicurazione (o di riassicurazione) di una quota dei rischi assunti, al fine di costituirsi una garanzia per l’assolvimento degli obblighi del riassicuratore.

In effetti, come rilevato anche dall’ANIA[8], non trattandosi propriamente di un rapporto di finanziamento, bensì di una fattispecie assimilabile all’istituto del pegno, di cui all’art. 2784 del codice civile, si ritiene che tali componenti negativi di reddito, contabilizzati nelle voci II.9.a) e III.5.a) del conto economico, non siano interessati dalla nuova disciplina fiscale degli interessi passivi, e siano quindi integralmente deducibili dal reddito d’impresa delle assicurazioni.

Rientrano, invece, nella nuova disciplina di deducibilità limitata gli interessi passivi relativi a finanziamenti contratti per l’acquisto degli immobili “patrimoniali” di cui all’art. 90, comma 1, del TUIR, ossia quelli non costituenti né beni strumentali per l’esercizio dell’impresa, né beni alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa, per i quali l’art. 1, comma 35, della Finanziaria per il 2008 ha stabilito l’esclusione dal computo delle spese e altri componenti negativi indeducibili ai sensi del comma 2 del medesimo art. 90.

Diversamente, in virtù del comma 36 del citato art. 1 della Finanziaria per il 2008, devono ritenersi integralmente deducibili gli interessi passivi derivanti da finanziamenti garantiti da ipoteca su immobili destinati alla locazione (sempreché non siano stati capitalizzati), posto che la norma fa espresso riferimento alla loro “irrilevanza ai fini dell’articolo 96 del TUIR”, nel quale è stato inserito appunto il nuovo comma 5-bis[9].

Ciò detto, occorre comunque evidenziare che, in base al comma 6 dello stesso art. 96, dovrebbe restare ferma l’applicazione prioritaria – anche rispetto alle disposizioni recate dal nuovo comma 5-bis – delle regole di indeducibilità assoluta degli interessi passivi previste dagli artt. 90, comma 2, e 110, commi 7 e 10, del TUIR (concernenti, rispettivamente, gli interessi passivi di funzionamento relativi ai beni immobili “patrimoniali” e quelli derivanti da operazioni intercorse con società non residenti facenti parte dello stesso gruppo, o con imprese residenti nei cc.dd. “paradisi fiscali”), dall’art. 3, comma 115, della Legge 28 dicembre 1995, n. 549 (in materia di interessi su titoli obbligazionari), e dall’art. 1, comma 465, della Legge 30 dicembre 2004, n. 311 (in materia di interessi sui prestiti dei soci delle società cooperative).

Di notevole rilievo è poi la disposizione contenuta nel secondo periodo del comma 5-bis, che disciplina un particolare meccanismo di salvaguardia, riservato ai soggetti bancari, assicurativi e finanziari che partecipano al regime del consolidato fiscale nazionale, di cui agli artt. 117 e ss. del TUIR.

In particolare, tale disposizione – come modificata dalla Legge di conversione – prevede che, nell’ambito del consolidato nazionale, gli interessi passivi complessivamente maturati in capo ai soggetti partecipanti alla tassazione di gruppo a favore di altri partecipanti sono integralmente deducibili fino a concorrenza dell’ammontare complessivo degli interessi passivi maturati in capo ai soggetti partecipanti a favore di soggetti estranei al consolidato. In altri termini, viene consentita la piena deducibilità dell’ammontare complessivo degli interessi passivi maturati tra i soggetti partecipanti al consolidato fiscale, sebbene entro il limite costituito dagli interessi passivi complessivamente maturati a favore di soggetti non rientranti nel perimetro di consolidamento.

Si tratta, in sostanza, di una norma che – in considerazione dell’unicità del soggetto economico che caratterizza il regime del consolidato fiscale – mira ad evitare fenomeni di duplicazione dell’indeducibilità parziale (ex comma 5-bis) degli interessi passivi, nel caso in cui una società finanzi altre società appartenenti al medesimo consolidato fiscale e contemporaneamente si indebiti nei confronti di un soggetto esterno al consolidato[10].

A ben vedere, tuttavia, la norma – così come concepita – non consegue a pieno le finalità perseguite. Invero, nell’ipotesi di successivi finanziamenti “a cascata” all’interno del perimetro di consolidamento, il meccanismo applicativo c.d. “per masse” delineato dalla disposizione in parola, non consente di sterilizzare la parziale indeducibilità degli ulteriori interessi passivi scaturenti dai finanziamenti infragruppo successivi al primo, che resteranno così gravati dalla parziale irrilevanza ai fini impositivi[11].

Al riguardo, si evidenzia, altresì, che – in sede di conversione del Decreto in esame – il Legislatore ha precisato che, ai fini del computo degli interessi passivi verso soggetti esterni al perimetro di consolidamento, assumono rilievo soltanto quelli maturati da soggetti partecipanti al consolidato “di cui al periodo precedente”, vale a dire da soggetti che, oltre a far parte del consolidato fiscale, appartengano anche ai settori bancario, creditizio e finanziario, cui si applica il nuovo regime d’indeducibilità di cui al comma 5-bis.

Sotto il profilo tecnico-operativo, ciascuna società consolidata dovrà effettuare, nella propria dichiarazione dei redditi, una variazione in aumento pari all’ammontare indeducibile degli interessi passivi, mentre – come previsto dal terzo periodo del comma 5-bis – la “deduzione integrale” degli interessi passivi infragruppo deducibili dovrà essere operata (per la quota parte non deducibile in capo alle singole consolidate) dalla società o ente controllante, “in sede di dichiarazione di cui all’articolo 122, apportando la relativa variazione in diminuzione della somma algebrica dei redditi complessivi netti dei soggetti partecipanti”.

Quanto al beneficio derivante dal suddetto meccanismo di sterilizzazione, ad opera della consolidante, dell’effetto di duplicazione dell’indeducibilità degli interessi passivi maturati infragruppo, si pone il problema di stabilire se il corrispondente risparmio d’imposta debba essere retrocesso alla società in capo alla quale maturano gli interessi, oppure se tale beneficio debba restare nell’economia della consolidante, così come avveniva per le “rettifiche di consolidamento”[12] relative alla quota imponibile (5%) dei dividendi ed alla neutralità fiscale delle plusvalenze realizzate infragruppo.

Sul punto, pur in attesa di chiarimenti, si dovrebbe ritenere che sia preferibile considerare tale asset fiscale di esclusiva spettanza della consolidante, e ciò, sia per l’analogia sussistente tra il meccanismo correttivo in parola e le cennate rettifiche di consolidamento, sia per le difficoltà che (a ragionare diversamente) si avrebbero nella suddivisione del beneficio in caso di finanziamenti infragruppo concessi “a cascata”. Potrebbe dunque rendersi opportuna l’integrazione dei contratti di consolidamento esistenti, proprio al fine di tenere conto delle novità sopra descritte.

Occorre, altresì, rilevare che, anche per i destinatari del nuovo comma 5-bis, si renderà applicabile l’art. 101, comma 6, del TUIR, secondo cui, i soggetti IRES che siano soci di società personali non possono trasformare gli interessi passivi indeducibili ex art. 96 (ora comprensivo anche del comma 5-bis) in perdite da partecipazione in società di persone che sarebbero state deducibili per trasparenza, ai sensi del vecchio comma 6 dello stesso art. 101.

Il Decreto in esame rivede anche il regime IRAP degli interessi passivi maturati dalle banche e assicurazioni. In particolare, il comma 3 del medesimo art. 82, modificando gli artt. 6, commi 8 e 9, e 7, comma 2, del D.Lgs. n. 446/1997, stabilisce che le banche, le imprese di assicurazione ed i soggetti finanziari indicati nell’art. 1 del D.Lgs. n. 87/1992, ivi comprese le holding industriali o commerciali non operanti nei confronti del pubblico e gli altri enti finanziari indicati nell’art. 6 del citato D.Lgs. n. 446/1997, possano dedurre dalla propria base imponibile IRAP gli interessi passivi, ma soltanto nella misura del 96% (97% per il 2008) del loro ammontare.

Al riguardo, si osserva che per le holding industriali o commerciali vengono previsti diversi regimi d’indeducibilità (parziale) degli interessi passivi ai fini dell’IRES e dell’IRAP. Invero, mentre – ai fini IRES – tali soggetti sono sottoposti al regime generale d’indeducibilità degli interessi passivi, di cui al comma 1 dell’art. 96, ai soli fini del tributo regionale subiscono l’applicazione del nuovo regime speciale in commento.

Inoltre, con specifico riferimento alle imprese di assicurazione, posto che – in base al nuovo art. 7 del D.Lgs. n. 446/1997 – la base imponibile IRAP viene determinata, in via di principio, in “presa diretta” dal conto economico (senza più un collegamento con la disciplina dell’IRES), si dovrebbe ritenere che la base di calcolo su cui applicare la predetta percentuale d’indeducibilità (parziale) dall’IRAP sia data dall’ammontare degli interessi passivi così come correttamente imputabili in voci “rilevanti” del conto economico (vale a dire nel conto tecnico dei rami vita o dei rami danni), comprensivi quindi anche degli interessi passivi sui depositi di riassicurazione, che abbiamo ritenuto essere invece integralmente deducibili ai fini IRES.

Ne consegue, quindi, che – come per il passato – non assumeranno alcuna rilevanza ai fini della determinazione del valore della produzione (resteranno cioè integralmente indeducibili dall’IRAP), gli interessi passivi contabilizzati nella voce III.8 (“altri oneri”) del conto economico non tecnico, quali, ad esempio, gli interessi passivi su finanziamenti, gli interessi passivi per ritardato pagamento, gli interessi passivi su prestiti obbligazionari e gli interessi passivi su c/c bancari e postali.

2.      Riduzione della deducibilità ai fini IRES della svalutazione dei crediti.

Com’è noto, il Decreto interviene anche sul regime di deducibilità ai fini IRES delle svalutazioni nette dei crediti delle imprese bancarie, assicurative e finanziarie, di cui all’art. 106, comma 3 del TUIR. In particolare – ferma restando la deducibilità integrale dell’onere in questione – l’art. 82, comma 11, del Decreto, da un lato ha ridotto la quota di svalutazione deducibile direttamente nell’esercizio, portandola dallo 0,40% allo 0,30% del valore dei crediti risultanti in bilancio e, dall’altro, ha allungato a 18 esercizi (raddoppiandolo rispetto agli attuali 9 esercizi) l’arco temporale in cui è consentita la deduzione, in quote costanti, dell’ammontare delle svalutazioni eccedente il nuovo limite dello 0,30%.

Inoltre, il comma 12 del medesimo art. 82 prevede uno specifico regime transitorio con riguardo alle quote non ancora dedotte delle svalutazioni dei crediti formatesi negli anni precedenti a quello di prima applicazione della nuova disciplina (cc.dd. “eccedenze pregresse” non dedotte o “noni residui”). Nello specifico, per effetto della suddetta norma transitoria, le eccedenze pregresse diventano deducibili, sempre in quote costanti, fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello in cui si sono originariamente formate.

Di conseguenza, a partire dal primo esercizio di applicazione della nuova disciplina (normalmente dal 2008), sia le banche che le assicurazioni dovranno rideterminare l’ammontare annualmente deducibile delle quote residue delle svalutazioni eccedenti i limiti pro tempore previsti (0,60% o 0,40%), in modo che – nel nuovo piano di ripartizione – l’ammontare residuo di ciascuna eccedenza pregressa risulti spalmato (in quote costanti) fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello in cui si è formata l’eccedenza deducibile.

In termini pratici, si tratta di dividere l’ammontare dei noni residui, suddivisi per esercizio di formazione, per il numero degli anni mancanti fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello di formazione (ad esempio 18 per le eccedenze originatesi nel 2007), come nell’ipotesi riportata nella tabella che segue.

esercizio di formazione delle eccedenze deducibili

ammontare delle svalutazioni deducibile in noni

quota deducibile in noni

noni residui

quota deducibile in diciottesimi

2007

                         1.000

             111

           1.000

                      56

2006

                         1.000

             111

              889

                      52

2005

                         1.000

             111

              778

                      49

2004

                         1.000

             111

              667

                      44

2003

                         1.000

             111

              556

                      40

2002

                         1.000

             111

              444

                      34

2001

                         1.000

             111

              333

                      28

2000

                         1.000

             111

              222

                      20

Totali

 

             889

 

                    323

 

Nell’esempio sopra riportato, l’ammontare delle eccedenze pregresse che si renderà deducibile ai fini IRES nel periodo d’imposta 2008 (con un corrispondente effetto reversal sulla fiscalità differita attiva) sarà pari a 323, anziché 889, come si sarebbe invece verificato in assenza della disposizione transitoria in parola.

Quanto alla decorrenza della nuova disciplina, Vi facciamo presente che, in base a quanto stabilito dal successivo comma 13, la nuova disciplina trova applicazione, in deroga all’art. 3 dello Statuto del contribuente, “a decorrere dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto” (avvenuta, com’è noto, il 25 giugno 2008), e dunque, per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, già a partire dal 2008.

3.      Riduzione della deducibilità della variazione della riserva sinistri.

Un altro intervento modificativo teso ad ottenere un’anticipazione del gettito erariale (con un simmetrico aggravio finanziario per le imprese) è contenuto nell’art. 82, comma 6, del Decreto, che prevede un ulteriore inasprimento del regime di deducibilità (parzialmente differita) dell’onere eventualmente scaturente dalla variazione netta della riserva sinistri delle compagnie di assicurazione operanti nei rami danni.

Tale disposizione, modificando l’art. 111, comma 3, del TUIR, prevede, da un lato la riduzione al 30% (rispetto all’attuale 60%) della quota immediatamente deducibile della variazione della riserva sinistri riferibile alla componente di lungo periodo determinata forfettariamente – la quale viene contestualmente elevata dal 50% al 75% della variazione della riserva sinistri netta imputata al conto economico – e, dall’altro, l’estensione a 18 esercizi (dagli attuali 9 esercizi) dell’arco temporale di deducibilità dell’eccedenza rispetto al predetto plafond di deducibilità immediata.

In sostanza, quindi, ferma restando (anche qui) l’integrale deducibilità della variazione della riserva sinistri netta dei rami danni – voce I.4.c) del conto economico – viene ridotta dall’80% al 47,5% la quota di detta variazione direttamente deducibile nell’esercizio di competenza e, parallelamente, viene stabilito che l’eccedenza (pari, dunque, al 52,5% della variazione della riserva sinistri netta maturata nell’esercizio), potrà essere dedotta, in quote costanti, nei successivi 18 periodi d’imposta, anziché in 9 esercizi, come previsto dalla precedente disciplina.

Il successivo comma 7, inoltre, prevede uno specifico regime transitorio (analogo a quello già visto in relazione alla disciplina di svalutazione dei crediti), in base al quale le quote residue dell’ammontare complessivo delle variazioni della riserva sinistri ripreso a tassazione nei periodi d’imposta precedenti a quello di prima applicazione della nuova disposizione (cc.dd. “eccedenze pregresse” non dedotte o “noni residui”), diventano deducibili, sempre in quote costanti, fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello in cui si sono originariamente formate.

Anche tale misura, quindi, determina la necessità, per le imprese assicurative operanti nei rami danni, di rideterminare – distintamente per ciascun esercizio di formazione – l’ammontare annualmente deducibile delle quote residue delle variazioni della riserva sinistri eccedenti i limiti di deducibilità immediata succedutesi dal 2002 al 2007, in modo che – nel nuovo piano di ripartizione – l’ammontare residuo di ciascuna eccedenza pregressa risulti spalmato (in quote costanti) fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello in cui esse si sono formate.

Sotto l’aspetto operativo, pertanto, si dovrà – come già visto per le svalutazioni dei crediti – dividere l’ammontare dei “noni residui”, suddivisi per esercizio di formazione, per il numero degli anni mancanti fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello di formazione (ad esempio 18 per le eccedenze originatesi nel 2007). Conseguentemente, nell’ipotesi di cui alla seguente tabella, a partire dal periodo d’imposta in corso al 25 giugno 2008, l’ammontare delle eccedenze pregresse che si renderà deducibile ai fini IRES (con un corrispondente effetto reversal sulla fiscalità differita attiva) sarà pari a 275, anziché 667, come si sarebbe invece verificato in assenza della disposizione transitoria in parola.

esercizio di formazione delle eccedenze deducibili

ammontare delle svalutazioni deducibile in noni

quota deducibile in noni

noni residui

quota deducibile in diciottesimi

2007

1.000

                            111

          1.000

                56

2006

1.000

                            111

             889

                52

2005

1.000

                            111

             778

                49

2004

1.000

                            111

             667

                44

2003

1.000

                            111

             556

                40

2002

1.000

                            111

             444

                34

Totali

 

                            667

 

              275

 

Circa la decorrenza della nuova disciplina, Vi facciamo presente che, in virtù del comma 8 del medesimo art. 82, anche il nuovo regime IRES della variazione della riserva sinistri trova applicazione, in deroga all’art. 3 dello Statuto del contribuente, “a decorrere dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto” (ossia il 25 giugno 2008).

4.      Effetti sulla seconda (o unica) rata di acconto IRES ed IRAP per l’anno 2008.

Al riguardo, si evidenzia che, per espressa disposizione del Legislatore, nella determinazione degli acconti dovuti ai fini IRES ed IRAP per l’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 (normalmente il 2008), “in sede di versamento della seconda o unica rata, si assume, quale imposta del periodo precedente, quella che si sarebbe determinata applicando le disposizioni dei commi precedenti”.

Di conseguenza – tanto nell’ipotesi di adozione del c.d. “metodo storico”, quanto, ovviamente[13], in quella di ricorso al “metodo previsionale” – sarà necessario rideterminare la seconda o unica rata di acconto IRES ed IRAP 2008, per tenere conto, in aggiunta delle norme già note (quali, ad esempio, quella sul cuneo fiscale)[14], delle nuove disposizioni recate dal Decreto.

In particolare, con riferimento alla definizione degli acconti IRES ed IRAP 2008 (in scadenza, per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, il 1° dicembre p.v., cadendo il 30 novembre di domenica), le imprese assicurative, bancarie e finanziarie, dovranno rideterminare figurativamente l’imposta storica (IRES e/o IRAP) di riferimento – ovvero rivedere la stima delle imposte dovute per l’anno 2008, nell’ipotesi di adozione del metodo previsionale – tenendo conto (anche) delle più stringenti disposizioni introdotte, in merito:

a)     all’indeducibilità parziale degli interessi passivi, sia ai fini IRES che ai fini IRAP, nella misura del 3% del loro ammontare;

b)     alla riduzione allo 0,30% della quota immediatamente deducibile (ai soli fini IRES) nell’esercizio della svalutazione dei crediti, nonché al contestuale regime transitorio, in base al quale l’ammontare residuo di ciascuna eccedenza pregressa (precedentemente deducibile in noni) va ulteriormente spalmato, sempre in quote costanti, fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello di origine. Tale previsione – che, come è evidente, non avrà alcun impatto sulla quantificazione dell’acconto IRAP – comporterà, quindi, sia un incremento dell’ammontare di svalutazioni non deducibile nell’esercizio, sia una diminuzione dell’ammontare deducibile dei “noni residui” che si riversano (ora in diciottesimi) nel medesimo periodo d’imposta;

c)      e, limitatamente alle imprese assicurative, alla riduzione al 47,5% della quota immediatamente deducibile – ai fini IRES – della variazione della riserva sinistri netta dei rami danni (voce I.4. “c”), nonché allo specifico regime transitorio, che prevede (anche qui) la necessità di spalmare ulteriormente l’ammontare residuo di ciascuna eccedenza pregressa, fino al raggiungimento del diciottesimo periodo d’imposta successivo a quello di origine. Anche tale misura non avrà alcun impatto sulla quantificazione dell’acconto IRAP e comporterà, sia un incremento dell’ammontare della variazione della riserva sinistri non deducibile nell’esercizio, sia una diminuzione dell’ammontare deducibile dei “noni residui” che si riversano (ora in diciottesimi) nel medesimo periodo d’imposta.

Sotto l’aspetto operativo, si ricorda che, i dati relativi all’eventuale rideterminazione degli acconti 2008, andranno poi indicati nelle apposite sezioni del quadro RS del modello UNICO SC e della dichiarazione IRAP da presentare per il periodo d’imposta 2008.

5.      Aumento dell’imposta sulle riserve matematiche dei rami vita.

Con una disposizione introdotta in sede di conversione del Decreto – mediante l’inserimento, nell’art. 82, del comma 13-bis – è stato altresì sostituito il comma 2-bis del D.L. n. 209/2002, prevedendo l’aumento dell’aliquota applicabile all’imposta sulle riserve matematiche delle imprese di assicurazione operanti nei rami vita.

In particolare, per effetto di tale sostituzione, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2008 (e, dunque, dal 2009 per le società con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare), viene aumentata la percentuale dell’imposta sulle riserve matematiche dei rami vita, che passa dall’attuale 0,30% allo 0,35%.

Inoltre, con disposizione di carattere transitorio, il novellato comma 2-bis prevede che, per il solo periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2008, la suddetta percentuale sia ulteriormente aumentata allo 0,39% e (quanto alle modalità di pagamento) debba essere effettuato – entro il 1° dicembre 2008[15] – un versamento a titolo di acconto in misura pari allo 0,05% delle riserve risultanti dal bilancio d’esercizio per il quale il termine di approvazione sia scaduto prima del 25 giugno 2008.

Stante il carattere transitorio di quest’ultima disposizione, Vi facciamo presente che – a regime – il versamento dell’imposta sulle riserve matematiche dei rami vita dovrà continuare ad essere effettuato esclusivamente a saldo, entro il termine di versamento delle imposte sui redditi.

6.      Modifiche relative ai fondi comuni d’investimento immobiliare.

L’art. 82, comma 21, del Decreto dispone, per la generalità dei fondi comuni immobiliari (costituiti ai sensi dell’art. 37 del TUF), l’elevazione dal 12,5% al 20% della misura della ritenuta di cui all’art. 7, comma 1, del D.L. n. 351/2001[16], applicabile sui proventi distribuiti ai possessori delle quote, sia in costanza di partecipazione al fondo, sia in sede di riscatto o di liquidazione (e quindi al termine della vicenda partecipativa), quale differenza tra il valore di riscatto o di liquidazione delle quote ed il costo ed il costo di sottoscrizione o di acquisto delle stesse[17].

Al riguardo, circa la decorrenza della norma che incrementa l’aliquota, si evidenzia che tale disposizione è applicabile già alle distribuzioni effettuate dal 25 giugno 2008, data di entrata in vigore del Decreto. Tuttavia, va sottolineato che, con il successivo comma 21-bis – aggiunto in sede di conversione – il Legislatore ha dettato una speciale disciplina transitoria, secondo cui, “nel caso di rimborso delle quote”, la ritenuta continua ad operarsi nella (precedente) misura del 12,5%, fino a concorrenza della differenza positiva tra il valore risultante dall’ultimo rendiconto periodico del fondo, redatto prima del 25 giugno 2008, ed il costo di sottoscrizione o acquisto.

Stando al tenore letterale della norma, quindi, il suddetto regime transitorio sembrerebbe fare salvi soltanto i proventi conseguiti dal fondo prima dell’entrata in vigore del Decreto, che saranno distribuiti in sede di riscatto o liquidazione della quota. Diversamente, i proventi distribuiti – a partire dal 25 giugno 2008 – in costanza di partecipazione (ossia sotto forma di distribuzioni periodiche) dovrebbero comunque essere soggetti alla nuova aliquota del 20%, a prescindere dalla circostanza che la loro maturazione sia avvenuta anteriormente all’entrata in vigore della nuova disciplina[18].

Nell’ambito della nuova disciplina fiscale dei fondi immobiliari è stato introdotto, altresì, un regime speciale di imposizione patrimoniale (commi 17 e ss.), rivolto ai fondi di natura “familiare”[19], per i quali i regolamenti di gestione non prevedono la quotazione dei certificati partecipativi in mercati regolamentati italiani o esteri, che abbiano un patrimonio inferiore a 440 milioni di euro.

Tale regime, che si aggiunge alla ritenuta alla fonte sui proventi distribuiti ai partecipanti, prevede – a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 25 giugno 2008 – l’applicazione di un’imposta patrimoniale dell’1% del valore del patrimonio netto contabile dei predetti fondi, da calcolarsi come media annuale dei valori risultanti dai prospetti periodici redatti ai sensi dell’art. 6, comma 1, lett. c), n. 3, del TUF. L’applicazione dell’imposta è demandata alla SGR, che, in assenza di una soggettività passiva del fondo, è tenuta a prelevare l’imposta e a versarla, in unica soluzione, entro il 16 febbraio dell’anno successivo al periodo di riferimento (ad esempio entro il 16 febbraio 2009, con riferimento al periodo d’imposta 2008).

Entro il 31 dicembre di ogni anno, invece, i possessori delle quote devono inoltrare una comunicazione scritta alla SGR, con l’indicazione delle informazioni necessarie e aggiornate per l’applicazione dell’imposta. In mancanza (in tutto o in parte) della comunicazione, in modo tale da non rendere possibile l’applicazione dell’imposta, la SGR deve segnalare l’omissione all’Agenzia delle Entrate, con le modalità e i termini che saranno stabiliti con apposito provvedimento direttoriale[20].

Sempre nei confronti dei fondi immobiliari di natura “familiare”, il Decreto ha previsto le seguenti due ulteriori misure restrittive:

–           è stata elevata al 20% l’aliquota dell’imposta sostitutiva sui redditi diversi di natura finanziaria realizzati in dipendenza della cessione o del rimborso delle quote di partecipazione. Trattandosi di una norma inserita in sede di conversione, siamo dell’avviso che la maggiore aliquota sia applicabile solo sulle plusvalenze realizzate a partire dall’entrata in vigore della Legge di conversione (ossia dal 22 agosto 2008), senza peraltro dover attribuire alcuna rilevanza alla data di erogazione del corrispettivo;

–           è stata, inoltre, introdotta una presunzione relativa di residenza fiscale in Italia delle società o enti costituiti all’estero il cui patrimonio sia investito in misura prevalente in quote di fondi immobiliari nazionali e siano controllati direttamente o indirettamente da soggetti residenti in Italia.

 



[1] Cfr. S. Giannini – D. Stevanato – R. Lupi, “Quali giustificazioni per l’indeducibilità degli interessi passivi?”, in Dialoghi Tributari n. 1/2008, pag. 13.

[2]Per una sommaria elencazione degli oneri assimilati agli interessi passivi ai fini contabili può farsi utile riferimento alla nozione contenuta nel documento interpretativo al principio contabile nazionale n. 12, che considera come tali, ad esempio:

–         le commissioni passive su finanziamenti e per fidejussioni o altre garanzie rilasciate da terzi, nonché le spese e le commissioni di factoring;

–         gli interessi passivi e gli altri oneri da titoli di debito emessi, compresi i disaggi di emissione;

–         gli oneri connessi ad operazioni di pronti contro termine su titoli e quelli sostenuti dal prestatario nelle operazioni di prestito titoli.

[3] Cosi, testualmente, la Circolare ANIA n. 291 del 30 settembre 2008.

[4] Secondo cui, ai fini della determinazione del reddito d’impresa, valgono i criteri di qualificazione, imputazione temporale e classificazione in bilancio previsti dai principi contabili internazionali.

[5] Cfr. la Circolare Banca d’Italia 22 dicembre 2005, n. 262.

[6] Cfr. la citata Circolare n. 291 del 30 settembre 2008.

[7]  Ora art. 89, comma 6, del TUIR.

[8] Cfr. la citata Circolare n. 291 del 30 settembre 2008.

[9] In particolare, il suddetto comma 36 ha stabilito che resta ferma – fino alla riforma fiscale del settore immobiliare – la non rilevanza, ai fini dell’applicazione dell’art. 96 del TUIR, degli interessi passivi relativi a finanziamenti garantiti da ipoteca su immobili destinati alla locazione. Al riguardo, poiché non è espressamente previsto che debba trattarsi di immobili “patrimoniali”, si dovrebbe ritenere che tale previsione riguardi anche gli immobili strumentali per natura destinati alla locazione.

[10] Si ipotizzi, ad esempio, che la società Beta, partecipante al consolidato di Alfa, riceva un finanziamento di €2.000 da un soggetto esterno al gruppo, sui cui nel 2008 maturino interessi passivi pari ad euro €100. Si supponga, altresì, che la stessa società Beta conceda un finanziamento (di pari importo) alla società Gamma, anch’essa partecipante al consolidato di Alfa, su cui nel 2008 maturino interessi di pari ammontare (€100). Orbene, in tal caso – considerata la capienza del limite costituito dagli interessi passivi maturati a favore di soggetti esterni al consolidato – sarà possibile, in sede di liquidazione dell’IRES di gruppo, dedurre integralmente la quota parte degli interessi passivi indeducibili scaturenti dal finanziamento infragruppo (pari ad €3), mediante una corrispondente variazione in diminuzione “della somma algebrica dei redditi complessivi netti dei soggetti partecipanti” alla tassazione di gruppo, sterilizzando così l’effetto di duplicazione dell’indeducibilità (parziale) degli interessi passivi che altrimenti graverebbe sia in capo a Beta che in capo a Gamma, per un ammontare complessivo, a livello di gruppo, di €6.

[11] Continuando il precedente esempio, si ipotizzi che “a cascata” la società Gamma, conceda a sua volta un finanziamento di pari importo (€2.000) alla società Delta (rientrante nel medesimo perimetro di consolidamento) su cui nel 2008 maturino interessi per €100. In tal caso, non essendo variato l’ammontare degli interessi passivi maturati a favore di soggetti esterni al consolidato – ossia il limite massimo entro il quale è consentito beneficiare del meccanismo di sterilizzazione in parola – non sarà possibile, in sede di liquidazione dell’IRES di gruppo, dedurre integralmente (anche) l’ulteriore quota parte degli interessi passivi indeducibili scaturenti dal finanziamento infragruppo concesso a Delta (pari ad €3), con la conseguenza che – anche a livello di consolidato – tale ammontare resterà definitivamente indeducibile.

[12] Eliminate, com’è noto, dalla citata Legge n. 244/2007 (Finanziaria per il 2008).

[13] In tal caso, infatti, le novità introdotte dal Decreto – così come quelle recate dalla Finanziaria per il 2008, compresa la riduzione delle aliquote nominali – incideranno in modo automatico sulla determinazione degli acconti dovuti, in applicazione dell’art. 4 del D.L. n. 69/1989, convertito con modificazioni dalla Legge n. 154/1989.

[14] Per una panoramica completa delle norme che prevedono la rideterminazione degli acconti IRES ed IRAP 2008, si rimanda alla Circolare ANIA n. 190, del 9 giugno 2008.

[15] Cadendo il 30 novembre di domenica.

[16] Giova ricordare che tale ritenuta è dovuta a titolo di acconto, nei confronti delle imprese e a titolo d’imposta per le persone fisiche. La ritenuta, inoltre, non si applica nell’ipotesi di proventi percepiti da:

–         forme di previdenza complementare di cui al D.Lgs. n. 252/2005;

–         OICR istituiti in Italia e disciplinati dal TUF;

–         soggetti non residenti individuati dall’art. 6 del D.Lgs. n. 239/1996.

[17] Il Decreto non ha, invece, modificato il regime di tassazione delle plusvalenze realizzate in dipendenza della cessione delle quote, fatta eccezione, come si dirà nel prosieguo, per i fondi di natura “familiare”.

[18] Cfr., in tal senso, anche la Circolare del Consorzio Studi e Ricerche Fiscali del Gruppo Intesa San Paolo, n. 10, del 4 agosto 2008.

[19] Si tratta, in particolare, dei cc.dd. “fondi a ristretta base partecipativa” e dei “fondi familiari”, per le cui definizioni si rinvia alla nostra nota n. 15/2008.

[20] In tal caso, l’imposta patrimoniale sarà accertata in capo ai singoli partecipanti, in proporzione al valore delle quote da essi detenute nel periodo d’imposta.




            

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