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L'ECONOMIA DI SVILUPPO 3.0 PER FAVORIRE CRESCITA E REDDITI PIU' ALTI. La proposta di Justin Yifu Lin, Capo Economista e Vice Presidente per lo Sviluppo Economico alla Banca Mondiale

20 Giugno 2012 - Autore: Redazione


PECHINO – Fino alla rivoluzione industriale il reddito pro capite risultava piuttosto ristagnante in tutto il mondo. Ma la ricchezza ha poi iniziato a diversificarsi rapidamente ed alcuni paesi occidentali industrializzati hanno raggiunto in poco tempo la predominanza politica ed economica a livello mondiale. Pochi anni fa, prima dello scoppio della crisi finanziaria nel 2008, è diventato chiaro che il panorama economico globale si era nuovamente spostato. Fino al 2000, il G7 rappresentava circa due terzi del PIL globale, oggi, la Cina e pochi altri grandi paesi in via di sviluppo sono diventati i leader della crescita mondiale.

Tuttavia, sebbene si parli di un’Asia in rapida crescita, negli ultimi decenni solo poche economie dell’Asia orientale sono passate da redditi bassi a redditi alti. Inoltre, tra il 1950 ed il 2008, solo 28 economie al mondo, e solo 12 tra le economie non occidentali, sono state in grado di ridurre il divario con gli Stati Uniti in termini di reddito pro capite di 10 o più punti percentuali. Nel frattempo, più di 150 paesi sono rimasti intrappolati in uno status di reddito medio-basso. La riduzione del divario con i paesi industrializzati ad alto reddito rimane quindi la sfida principale dello sviluppo a livello mondiale

Nel periodo post-coloniale, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il paradigma di sviluppo predominante era una forma di strutturalismo mirato a modificare la struttura industriale dei paesi poveri affinché rispecchiassero quella dei paesi ad alto reddito. Gli strutturalisti suggerivano ai governi di adottare delle strategie di sostituzione delle importazioni, utilizzando l’intervento del settore pubblico per superare i “fallimenti di mercato”. Definiamo questo tipo di strategia “Sviluppo 1.0”. I paesi che vi aderirono ottennero un grande profitto attraverso una politica di investimenti, che fu poi tuttavia seguito da una serie di crisi e dalla stagnazione.

Le teorie sullo sviluppo sono poi approdate al consensus neoliberale di Washington che sosteneva l’introduzione nei paesi in via di sviluppo delle istituzioni di mercato idealizzate dei paesi avanzati attraverso la privatizzazione, la liberalizzazione e la stabilizzazione. Definiamo questo tipo di strategia “Sviluppo 2.0”. I risultati delle riforme del consensus di Washington furono, nel migliore delle ipotesi, controverse, ed alcuni economisti hanno addirittura descritto gli anni ’80 e ’90 come “decenni persi” in molti paesi in via di sviluppo.

Data la povertà persistente nei paesi in via di sviluppo, i donatori bilaterali e la comunità per lo sviluppo globale si sono sempre più focalizzati su programmi d’istruzione e sanità sia per ragioni umanitarie sia per indurre la crescita. Ma la performance dei servizi ha continuato ad essere scarsa, pertanto la focalizzazione si è trasferita sul miglioramento della prestazione dei progetti che ricercatori come Esther Duflo presso il Poverty Action Lab dell’MIT hanno testato con esperimenti controllati randomizzati.

 Definiamo questo tipo di strategia “Sviluppo 2.5”. Ma, a giudicare dall’esperienza nel Nord Afric, dove l’istruzione è migliorata in modo significativo con i vecchi regimi ma non è riuscita a migliorare la crescita e a creare opportunità di lavoro per i giovani con un buon livello di istruzione, la validità di quest’approccio come modello base per la politica dello sviluppo è discutibile.

Le economie dell’Asia orientale, così come altre economie che hanno raggiunto una crescita dinamica diventando industrializzate, non hanno seguito delle strategie di sostituzione delle importazioni, bensì una politica di esportazioni orientata alla crescita. Allo stesso modo, paesi come le Mauritius, la Cina ed il Vietnam non hanno implementato una liberalizzazione rapida (detta “terapia shock”), suggerita dal consensus di Washington, ma hanno seguito un approccio graduale a due binari (e hanno continuato a registrare una performance di basso livello rispetto a diversi indicatori di governance).

 Entrambi i gruppi di paesi hanno fatto enormi progressi nel campo dell’istruzione, della riduzione della povertà e rispetto ad altri indicatori di sviluppo umano. Nessuno di questi ha tuttavia utilizzato gli esperimenti di controllo randomizzato per delineare i programmi sociali o economici. 

Oggi abbiamo bisogno di un’ “Economia di Sviluppo 3.0”. A mio avviso, il passaggio dal comprendere i fattori determinanti della struttura economica del paese e facilitarne il cambiamento è pari a fare di ogni erba un fascio. Dobbiamo ricordare che Adam Smith ha chiamato il suo grande lavoro An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations (Un’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, ndt). Con uno spirito simile, l’economia dello sviluppo dovrebbe essere fondata su un’indagine sulla natura e le cause della crescita economica moderna, ovvero sul cambiamento strutturale nel processo di sviluppo economico.

Finora le teorie sullo sviluppo si sono focalizzate su quello che i paesi in via di sviluppo non hanno (ovvero le industrie ad uso intensivo di capitale dei paesi sviluppati), sulle aree in cui i paesi sviluppati hanno una performance migliore (le politiche e la governance del consensus di Washington), oppure su aree importanti da un punto di vista umanitario ma che non contribuiscono direttamente ad un cambiamento strutturale (sanità ed istruzione).

Nel mio libro New Structural Economics (La nuova economia strutturale, ndt), propongo di spostare la focalizzazione su aree in cui i paesi in via di sviluppo possono ottenere una buona performance (i loro vantaggi comparativi) sulla base di quello di cui dispongono (strumenti in dotazione). Con un cambiamento dinamico e strutturale che parta da queste basi, il successo ottenuto genererà altro successo.

Nel nostro mondo globalizzato, la struttura industriale ottimale di un paese, in cui le industrie siano compatibili con i vantaggi comparativi del paese e competitive nei mercati interni ed internazionali, è determinata dalla struttura in dotazione. Un mercato ben funzionante è necessario per dare incentivi alle aziende interne al fine di allineare le scelte di investimento con i vantaggi comparativi del paese.

Se le aziende di un paese riescono a farlo, l’economia sarà competitiva, il capitale verrà accumulato rapidamente, la struttura in dotazione cambierà, le aree dei vantaggi comparativi si sposteranno e l’economia avrà bisogno di potenziare la sua struttura industriale ad un livello più alto di uso intenso di capitale. Un potenziamento industriale di successo ed una diversificazione economica richiedono dei precursori ed un miglioramento delle competenze, della logistica, del trasporto, dell’accesso ai fondi e molti altri cambiamenti, alcuni dei quali sono oltre la capacità dei precursori stessi. I governi devono fornire degli incentivi adeguati per incoraggiare i precursori e dovrebbero poi svolgere un ruolo attivo nel fornire i miglioramenti necessari o nel coordinare gli investimenti delle aziende private in quelle aree.

Il cambiamento strutturale è, per definizione, innovativo. I paesi in via di sviluppo possono beneficiare del vantaggio dell’arretratezza riproducendo il cambiamento strutturale già verificatosi nei paesi ad alto reddito. Sulla base delle esperienze dei paesi di successo, ogni paese in via di sviluppo ha il potenziale per sostenere una crescita annuale dell’8% (o di una percentuale persino più alta) per diversi decenni e per diventare un paese con un reddito pro capite medio o persino alto tra una o due generazioni. L’elemento chiave è avere la struttura politica giusta per facilitare l’allineamento del settore privato con i vantaggi comparativi del paese e per trarre vantaggio dai paesi ritardatari nel processo di cambiamento strutturale.


 

Justin Yifu Lin è Capo Economista e Vice Presidente per lo Sviluppo Economico alla Banca Mondiale. E il fondatore e primo direttore del China Center for Economic Research.

 

 

Traduzione di Marzia Pecorari




            

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