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L'articolo 8 cancella lo Statuto dei Lavoratori? La parola ai giuslavoristi Gabriele Fava e Stefano Trifirò

7 Settembre 2011 - Autore: Redazione


In attesa che i lavori sul testo della manovra giungano a conclusione, c’è un articolo, il numero 8, il cui emendamento, approvato alcuni giorni fa ha aizzato ancor più le ire della Cgil, alla vigilia dello sciopero generale di ieri, martedì 6 settembre. «Vogliono cancellare lo Statuto dei lavoratori e con esso i loro diritti – ha dichiarato il Segretario della Cgil, Susanna Camusso -. Noi continueremo a chiedere lo stralcio di quella norma (l’Art. 8 della manovra, ndr) quando la discussione arriverà nell’aula del Senato». Il battagliero numero uno della prima organizzazione sindacale minaccia di rivolgersi alla Corte costituzionale, convinta che nella legge sotto accusa esistano «diversi evidenti profili di incostituzionalità». Ma qual è il contenuto di questo testo che sta dividendo il sindacato e la politica? Ed è vero che rende più facile il licenziamento dei lavoratori? Lo abbiamo chiesto a due esperti giuslavoristi, Gabriele Fava, dello Studio Fava & Associati e Stefano Trifirò della Trifirò & Partners – Avvocati.


UN ARTICOLO PER CREARE “ABITI SU MISURA”. «Direi che gli emendamenti non cambiano di molto l’impostazione iniziale prevista dal Decreto legge 138/2011 (detta Manovra di Ferragosto) – ha sottolineato l’Avvocato Fava – . Gli stessi, infatti, da un parte, precisano meglio le intenzioni del legislatore in materia di deroghe alla legge o alla contrattazione collettiva, soprattutto al fine di salvaguardare i diritti previsti dalla Costituzione ed in sede Europea; dall’altra, per altri aspetti, introducono nuove opportunità come, ad esempio, la partecipazione dei lavoratori all’impresa che -di fatto- riprende il già discusso “azionariato diffuso” ai dipendenti». Fava definisce inoltre «falso e pretestuoso» da parte della Cgil affermare che l’emendamento cancelli lo Statuto dei Lavoratori. «Non è questo che emerge dal testo – prosegue –. La manovra introduce in Italia la possibilità di farsi i cosiddetti “abiti su misura”. A questo punto, soltanto le imprese potranno cogliere tale opportunità e, insieme ai propri sindacati, imbastire l’abito perfetto alla propria fisionomia. Costerà fatica e sudore? Certamente sì, ma oggi quale successo o conquista arriva serenamente e senza neanche una goccia di sudore? La mia esperienza dice nessuna».


«SIAMO AL FAR EAST: PUNTIAMO SULLA RICOLLOCAZIONE». «Le nuove norme  che dovrebbero entrare in vigore – ha commentato il giuslavorista Stefano Trifirò – e che prevedono la possibilità di licenziare il lavoratore escludendo l’applicazione della art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, previo accordo con le rappresentanze aziendali, sono norme che devono essere accompagnate  da altre disposizioni legislative che stabiliscano un reimpiego del lavoratore in una nuova struttura in tempi brevi. Semplificando, se posso licenziare più “ facilmente”, devo poter assumere in maniera più veloce e con meno vincoli. Occorrono dunque sistemi di ricerca del lavoro più efficaci e diffusi sul territorio». C’è tuttavia chi si è domandato se fosse questo il momento più opportuno, vista la contingenza economica così difficile, per apportare una modifica sostanziale a un testo datato 1970. «
Proporre proprio adesso questo emendamento sembrerebbe una provocazione – ammette Trifirò -. Tuttavia non possiamo continuare a confrontarci con uno Statuto che risale a 40 anni fa. Si deve cercare di modificarlo per stare al passo con i tempi. Ormai il punto di riferimento non sono più gli Stati Uniti o il mondo anglosassone, ma l’Oriente. In Cina ad esempio di regole non ce ne sono: è il Far West, o meglio, il Far East. Credo allora che se il governo vuole fare un passo intermedio, con la modifica all’Art.18, contemporaneamente deve cercare anche delle misure che facilitino la ricollocazione di chi viene licenziato».


«LO SCIOPERO? UNA REAZIONE FUORI LUOGO».  Editoriali e interventi di ogni sorta durante l’estate hanno riproposto il quesito sull’opportunità o meno, in un contesto di crisi e di dèbacle dei mercati finanziari, di ricorrere alla “misura estrema” di uno sciopero generale. Dubbi espressi all’interno dello stesso mondo sindacale, tanto che Cisl e Uil non vi hanno aderito (il segretario della Cisl Bonanni ha definito l’iniziativa «demenziale») e anche trai ranghi del Pd si è alzata la voce del “rottamatore” Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che ha invitato il suo stesso leader, Pierluigi Bersani a «tirar fuori idee e non solo striscioni». E gli esperti cosa ne pensano? «Premesso che quello allo sciopero è un diritto costituzionalmente garantito – ha dichiarato Gabriele Fava – in questo momento personalmente non lo condivido. È una reazione fuori luogo in un momento in cui sarebbe più consigliabile avere maggior senso di responsabilità. Ovvero sedersi a un tavolo, sindacati e aziende, e cercare insieme, rimboccandosi le maniche, di superare operativamente, seriamente e responsabilmente la crisi. Se io azienda sono quasi in default, ho un calo fortissimo, pari al 40% che mi imporrebbe di mandare a casa il 40% della popolazione, il sindacato sarebbe meglio che prendesse atto della gravità reale della situazione e cercasse una soluzione in termini propositivi, attraverso un compromesso che tuteli l’azienda e l’occupazione, anziché ricorrere allo sciopero che non fa altro che aggravare la situazione.


«ALTRO CHE SCENDERE IN PIAZZA. LA VERA PROTESTA CORRE SU INTERNET». Diffidente sul ricorso alla  serrata anche Trifirò. «Penso che ritrovarsi oggi in piazza per lo sciopero è una cosa superata – commenta tranchant -. La sinistra a Milano ha eletto un sindaco, Giuliano Pisapia, che, a fronte di ingenti risorse dell’avversario, Letizia Moratti,  è riuscito a vincere grazie al tam tam di internet e dei social network, alla mobilitazione dunque di un elettorato più giovane. Sebbene in un contesto diverso, quegli stessi social network hanno avuto un ruolo fondamentale per propagare le rivolte del Nord Africa. La piazza ormai è sorpassata. Io mi chiedo cosa ha concluso la Cgil con lo sciopero di ieri. È stata persa una giornata di lavoro, mentre i mercati vanno sempre peggio. Chi vuole protestare adesso deve usare altri strumenti».


Alessia Liparoti




            

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