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LE DIFFICOLTA' DELL'AMERICA di Nouriel Roubini

20 Gennaio 2012 - Autore: Redazione


 Gli indicatori macroeconomici relativi agli Stati Uniti sono andati meglio del previsto negli ultimi mesi. La creazione di posti di lavoro ha registrato un incremento. Gli indicatori riguardanti la produzione e i servizi hanno evidenziato un moderato miglioramento. Anche il settore immobiliare ha mostrato alcuni segnali di ripresa. E la crescita dei consumi si è rivelata piuttosto resistente.

Nonostante i dati favorevoli, la crescita economica degli Usa resterà però debole e al di sotto del trend per tutto il 2012. Per quale motivo, dunque, sono poco affidabili queste notizie economiche positive?

Innanzitutto, i consumatori americani sono combattuti sul fronte del reddito e della ricchezza e sono intrappolati nella morsa dei debiti. Il reddito disponibile è cresciuto abbastanza – malgrado la stagnazione dei salari reali – soprattutto grazie ai tagli fiscali e ai sussidi. Questa situazione non è comunque sostenibile: alla fine, i sussidi saranno ridotti e le tasse verranno aumentate per ridurre il deficit fiscale. I recenti dati sui consumi evidenziano già un indebolimento rispetto a un paio di mesi fa, dettato dalle vendite natalizie che non sono andate come sperato.

Allo stesso tempo, la crescita dei posti di lavoro negli Usa è ancora troppo scarsa per intaccare il tasso di disoccupazione e il reddito da lavoro. Gli Stati Uniti devono creare almeno 150.000 posti di lavoro al mese su base omogenea solo per stabilizzare il tasso di disoccupazione. Oltre il 40% dei disoccupati ora sono disoccupati a lungo termine, e ciò riduce le loro chance di ritrovare un lavoro decente. In effetti, le aziende stanno tuttora cercando di abbattere il costo del lavoro.

Anche la crescente disuguaglianza nella distribuzione dei redditi frenerà la crescita dei consumi, dal momento che le quote di reddito si sono spostate dai soggetti con una maggiore propensione a spendere (lavoratori e meno abbienti) a quelli con una maggiore propensione a risparmiare (aziende e famiglie ricche).

Inoltre, il recente rimbalzo nella spesa per gli investimenti (e il settore immobiliare) subirà una frenata, lasciando cupe prospettive per il 2012, visto che gli sgravi fiscali finiranno, le aziende attenderanno la fine dei cosiddetti “tail risks” (ossia dei rischi con una bassa probabilità di accadimento e ad alto impatto) e l’insufficiente domanda finale frenerà i tassi di utilizzo della capacità produttiva. Gran parte della spesa di capitale continuerà ad essere dedicata alle tecnologie che consentono di risparmiare sulla manodopera, e ciò si traduce nuovamente in una limitata creazione di posti di lavoro.

Allo stesso tempo, pur avendo già attraversato sei anni di recessione, il settore immobiliare resta ancora in uno stato comatoso. Dato che la domanda per nuove abitazioni è scesa dell’80% rispetto al picco massimo, anche per il 2012 si prevede un aggiustamento al ribasso dei prezzi, poiché l’offerta di case nuove ed esistenti continua a superare la domanda. Fino al 40% delle famiglie con un mutuo (20 milioni) potrebbe veder scendere il valore patrimoniale delle proprie case. Di conseguenza, il circolo vizioso di pignoramenti e prezzi al ribasso persisterà – e considerato il numero così elevato di famiglie indebitate, la fiducia dei consumatori, invece di migliorare, resterà debole.

Data la crescita anemica della domanda domestica, l’unica chance che l’America ha di avvicinarsi al proprio tasso potenziale di crescita sarebbe quella di ridurre l’ampio deficit commerciale. Ma le esportazioni nette rappresenteranno un ostacolo per la crescita nel 2012, per una serie di motivi:

·         Il dollaro dovrebbe indebolirsi ulteriormente – cosa improbabile dal momento che numerose banche centrali hanno seguito la Federal Reserve nella prosecuzione di un’ulteriore tornata di quantitative easing (allentamento quantitativo); l’euro è destinato a restare sotto una pressione al ribasso, mentre la Cina e gli altri Paesi emergenti continueranno ad intervenire in modo aggressivo per evitare che le loro valute si apprezzino troppo rapidamente.

·         Un rallentamento in termini di crescita in numerosi Paesi avanzati, in Cina e in altri mercati emergenti si tradurrà in una diminuzione della domanda per le esportazioni americane.

·         I prezzi petroliferi resteranno con buona probabilità elevati, considerati i rischi geopolitici nel Medio Oriente, mantenendo alti i conti americani per le importazioni energetiche.

È improbabile che la politica americana venga in soccorso, anzi ci sarà un significativo drenaggio fiscale nel 2012, e l’impasse politica dettata dalla corsa alle elezioni presidenziali di novembre distoglierà le autorità dalle questioni fiscali a lungo termine.

Tenuto conto delle prospettive al ribasso per la crescita economica americana, è possibile che la Fed rilanci un’altra tornata di quantitative easing. Dovrà comunque fare i conti con le restrizioni politiche, non farà comunque abbastanza e si muoverà troppo tardi per aiutare l’economia in modo significativo. Inoltre, una forte minoranza del Federal Open Market Committee (il comitato di politica monetaria della Fed che si occupa dei tassi d’interesse) si dichiara contraria a un’ulteriore alleggerimento quantitativo. In ogni caso, la politica monetaria può affrontare solo i problemi di liquidità (tra l’altro, le banche sono stracolme di riserve in eccesso).

Gli Usa – e molte altre economie avanzate – sono ferme alle prime fasi di deleveraging, ossia della riduzione dei debiti. Una recessione causata dai troppi debiti (prima nel settore privato e poi nei bilanci pubblici) richiederà un lungo periodo di tagli alle spese e di risparmi. Quest’anno non andrà diversamente, dal momento che il deleveraging del settore pubblico è appena iniziato.

Infine, esistono quei “tail risks” che rendono gli investitori, le aziende e i consumatori iper-cauti: l’Eurozona, dove le ristrutturazioni dei debiti – o peggio, un eventuale crollo dell’area – rappresentano rischi di tipo sistemico; il risultato delle elezioni presidenziali americane; i rischi geopolitici come la Primavera araba, il confronto militare con l’Iran, l’instabilità in Afghanistan e Pakistan, la successione in Corea del Nord e il passaggio di leadership in Cina; le conseguenze di un rallentamento economico globale.

Considerati tutti questi piccoli e grandi rischi, le imprese, i consumatori e gli investitori non possono fare altro che attendere. Il problema, ovviamente, è che quando sono in troppi ad attendere e a non agire, si intensificano proprio quei rischi che si cerca di evitare.

 

Nouriel Roubini è presidente della società di consulenza economica Roubini Global Economics (www.roubini.com) e professore presso la Stern School of Business, NYU.




            

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