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LA TAPPA ROMANA DI BARACK OBAMA TRA POLITICA E COSTUME

31 Marzo 2014 - Autore: Redazione


Con il G7 alle spalle e la gestione delle tensioni con la Russia come priorità per l'immediato futuro, per il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama quello romano è stato un intermezzo decisamente più rilassante.


Di certo denso di appuntamenti, in primis l'atteso incontro con Papa Francesco, il colloquio con il Capo dello Stato Napolitano, la conferenza stampa col Presidente del Consiglio Renzi, ma in ogni caso più «easy», come direbbero gli americani.


Americani nel cui immaginario la capitale visitata il 27 marzo dal loro leader, non può oggi non coincidere con quella ritratta da Paolo Sorrentino nella «Grande bellezza». Obama come Jep Gambardella? Non proprio.


Mancano le feste chiassose (solo una cena con l'ambasciatore Usa e, tra gli altri, il sempre compassato Presidente di Fiat, John Elkann) e manca lo stile ricercato del personaggio di Toni Servillo: durante la sua visita privata al Colosseo, Obama ha rinunciato alla cravatta d'ordinanza optando per un look più informale, si è abbandonato in paragoni azzardati e non proprio raffinati («è persino più grande di uno stadio di baseball») e ha perseverato durante l’ora di visita a masticare il suo chewingum con nonchalance, mentre l’architetto Barbara Nazzaro, direttore tecnico del celebre monumento, ne illustrava la storia.


L’emblema delle vestigia dell’antico impero, le più famose nel mondo, visitate dall’uomo più potente della terra, catapultato dall’arena politica a quella dei gladiatori. Due universi in fondo non così distanti. Soprattutto considerate le aspirazioni imperialistiche palesate nuovamente da Vladimir Putin con la recente annessione della Crimea.


Eppure la maestosità del Colosseo, la sua decadente, ma al contempo millenaria bellezza insieme alla ritrovata cordialità di Giorgio Napolitano devono aver allontanato almeno per un giorno le nubi all’orizzonte. Per non parlare dell’ammirazione manifesta di Matteo Renzi, che oltre a citare lo slogan della corsa alle presidenziali del 2009, il poco fortunato in Italia «Yes, we can», ha confessato di avere in Obama il suo modello.
 

Infine la palpabile emozione nella conversazione con il Pontefice, omaggiato di alcuni semi dell’orto della moglie Michelle: un dono semplice, ma che racchiude una simbologia meno «epidermica» di quella rivelata al Colosseo. E che per lo meno si smarca, è il caso di dirlo, dalle magliette dei calciatori che sembrano imperversare come regalo del momento tra i premier europei.


Il sostegno al piglio riformista di Renzi, la cautela da adottare con Putin suggerita dal Capo dello Stato e l’invito alla Casa Bianca rivolto a Papa Bergoglio, sono quanto Barack Obama lascia e porta via della sua «vacanza romana». Molto «easy».


Alessia Liparoti
 




            

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