corporatecounsel
FinanzaeDiritto sui social network
23 Agosto 2019  le interviste  |  professionisti  |  chi siamo  |  forum  |  area utenti  |  registrati

            




LA RIFORMA DEL LAVORO ALLA PROVA DEI FATTI. E INTANTO PRENDE QUOTA UN'INIZIATIVA INNOVATIVA SULLA MEDIAZIONE. L'intervista con Paolo Stern, Consulente del Lavoro e Fondatore dello Studio Stern Zanin

23 Luglio 2012 - Autore: Redazione


 A pochi giorni dall’entrata in vigore della Riforma del mercato del lavoro, l’attività di consulenti e giuslavoristi si concentra sul fugare dubbi e perplessità dei propri clienti, sebbene gli stessi professionisti continuino a interrogarsi sulle conseguenze che la normativa porterà con sé. Nel contempo tornano in auge i fautori della giustizia alternativa, come la mediazione per cui di recente il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha speso parole positive. Di questo e molto altro ancora abbiamo parlato con Paolo Stern, Consulente del Lavoro e Fondatore dello Studio Stern Zanin & Avvocati Associati.

 

 

In un contesto di transizione per il mercato del lavoro, come il vostro studio sta rispondendo alle sfide di aggiornamento e adeguamento alla nuova normativa?

 

L’attività in essere del nostro Studio è di tipo straordinario, rivolta all’informativa e all’aggiornamento relativo ai nostri clienti e non solo, grazie a un ciclo di web conference che abbiamo attivato e in cui permettiamo a chi ci chiede l’accesso, di entrare in connessione con noi. In queste web conference noi commentiamo la riforma, rispondendo tramite chat ai vari quesiti che ci vengono posti. È una modalità che sta riscuotendo grande successo e si sta rivelando più efficace delle tradizionali circolari. Ascoltare in diretta un professionista che spiega la riforma è più indicato come strumento divulgativo. Sono inoltre in libreria quattro volumi di facile lettura editi da Maggioli e redatti dai professionisti delle diverse aree del nostro studio (legale, fiscale, aziendale e del lavoro) che forniscono input di primissimo impatto sulla normativa appena entrata in vigore. Abbiamo bruciato i tempi con la pubblicazione e, altro motivo di vanto, è che gli autori sono tutti collaboratori dello studio. Siamo orgogliosi di aver gestito un’attività editoriale così forte, in tempi ristretti e con mezzi propri.

 

E veniamo proprio ai contenuti della riforma del lavoro. Lei non ha risparmiato critiche in alcuni suoi interventi…

 

Sì, in alcuni commenti pubblicati dall’associazione ADAPT, mi sono espresso in termini piuttosto critici riguardo all’approccio utilizzato. Posta l’esistenza di una problematica congiunta al tema della flessibilità, oggi tendiamo a difendere i lavoratori dalla flessibilità, mentre le precedenti impostazioni cercavano di farlo nella flessibilità. Attualmente si guarda con molta diffidenza a questa modalità occupazionale, tanto che si sono moltiplicati gli adempimenti burocratici e le sanzioni ad essa collegate, come se le aziende fossero composte da bande di briganti. C’è una sorta di antropologia negativa in questo approccio. Alcune regole dovevano essere riscritte sicuramente, ma evolvendo più verso uno statuto dei lavoratori che rimpastando quanto già esistente a colpi di ammende e disposizioni amministrative. Il rischio è che si andranno a sanzionare quelle imprese virtuose che si fanno carico delle comunicazioni, magari sbagliando poiché sopraffatte dal dedalo di norme burocratiche, mentre ne resteranno immuni quelle che evadono totalmente. Le verifiche torneranno ad essere incentrate sul controllo degli adempimenti e non sulla sostanzialità del rapporto di lavoro.

 

Ci faccia qualche esempio.

 

Prendiamo le dimissioni: torna con questa riforma un meccanismo burocratico micidiale di conferme e comunicazioni che, per quanto sia destinato ad arginare il problema delle dimissioni in bianco, in realtà va a colpire tutti. Se il problema c’è - sebbene in 20 anni di attività con la difesa di migliaia di lavoratori e centinaia di imprese non l’abbia mai riscontrato – bisogna punire chi si copre di tali nefandezze. Basterebbe introdurre nella presentazione delle dimissioni l’apposizione, insieme alla firma, anche della data oppure dare al lavoratore il diritto di ripensamento entro 24 ore. Un altro caso è quello dei contratti a chiamata: anche qui si fa precedere la chiamata del lavoratore da una comunicazione amministrativa sanzionabile, in caso di applicazione errata della normativa, con migliaia di euro e che, visti i controlli limitati, molti piccoli imprenditori, pur di evitare, decideranno di bypassare assumendo direttamente in nero.

 

Qualche elemento positivo?

 

Bisogna comunque riconoscere alla competenza di Elsa Fornero di aver veramente affrontato il problema lavoro a 360 gradi, dall’entrata all’uscita fino all’articolo 18 fino ai tirocini e agli ammortizzatori sociali. Un plauso va quindi al Ministro per aver portato avanti con tanta determinazione questo percorso.

 

 

In questa fase così delicata quali sono le maggiori richieste che vi pervengono dalle imprese?

 

Le richieste che ci arrivano in questo momento riguardano tre macro-aree. La prima è quella della ristrutturazione dei debiti anche di tipo fiscale e contributivo. Molte aziende si sono trovate nella condizione di dover decidere se pagare prima le retribuzioni ai dipendenti, i fornitori, i contributi o le ritenute fiscali a Equitalia. Vivono questo peso dei contributi e delle imposte non pagate con la necessità di piani di rientro o di rateizzazione sia nei confronti di Equitalia che nei confronti dell’Inps. Poi ci domandano la possibilità di definire nuovi contratti di lavoro flessibile, mentre attendono quale sarà l’impatto della riforma sui Co.Co.Co e le partite Iva. Infine il ricorso agli ammortizzatori sociali: gli ultimi dati testimoniano elevate richieste di cassa integrazione ordinaria e in deroga. Per chi ha una crisi di domanda, spesso prima di affrontare il problema riducendo gli organici con il licenziamento, si prova a ricorrere alla cassa integrazione o alla riduzione del proprio personale.

 

Una situazione ancora molto complicata…

 

Viviamo in un periodo di estrema difficoltà soprattutto per le PMI. Registriamo una grandissima fatica ad affrontare il mercato che spesso non deriva da problematiche gestionali o di carenza di domanda. Ci sono imprese dinamiche in grado di ristrutturarsi, mettendo in equilibrio costi e ricavi e altre capaci di trovare spazi di mercato che stanno andando benissimo. Eppure soffrono come le altre di un problema finanziario con il venir meno della liquidità. Ci sono clienti con utili interessanti, ma che poi hanno i conti in rosso perché non riescono ad ottenere crediti solvibili. Questa mancanza di solvibilità li sta inchiodando più della crisi della domanda e sta impedendo anche ad aziende virtuose e di sicura capacità di crescita di andare avanti. Per non parlare di quelle che già devono fare i conti con il venir meno della domanda.

 

 

Di chi sono le responsabilità di questa impasse?

 

Molti imprenditori nostri clienti, alla domanda: “se tu potessi parlare col governo cosa chiederesti?” rispondono: “Io chiederei la possibilità che venga pagato il mio lavoro”. Ci sono imprese che impiegano risorse, danno occupazione, hanno un buon fatturato e al momento di chiudere la prestazione vedono il proprio credito rimanere in ballo, oppure attendono il saldo dopo 180/270 giorni e tutto ciò mette in ginocchio soprattutto chi non ha le spalle larghe dal punto di vista finanziario. C’è un’enorme responsabilità del sistema bancario italiano che ha completamente chiuso il cordone alle PMI, non consente loro l’ossigeno necessario per andare avanti e diventa una trappola infernale.

 

 

Passando a tematiche più “concilianti”, il vostro studio è particolarmente attivo sul fronte della mediazione che anche nel mercato del lavoro sta prendendo sempre più piede…

 

Sì, distinguiamo due tipologie: la mediazione e le conciliazioni in materia di lavoro e la mediazione ai sensi del Decreto Legislativo 28 del 2010 per tutte le altre materie. Riguardo al lavoro è una possibilità molto interessante e utilizzata che viene data alle parti per definire in modo transattivo le loro liti. Il nostro studio - per connessioni legate ai sindacati e all’ordine dei consulenti del lavoro di cui faccio parte – è in grado di fornire risoluzioni transattive senza arrivare al giudice. Per quanto concerne la mediazione civile è una scommessa su cui abbiamo puntato.

 

Parla dell’iniziativa da voi lanciata che punta a coinvolgere i professionisti attraverso canali mirati?

 

Esatto. Di fronte alla nascita di diversi organismi, ci siamo prefissati di creare una struttura professionale che sappia condurre nel giusto modo la volontà transattiva delle parti. Allora abbiamo deciso di creare una rete interprofessionale e interterritoriale in cui il denominatore comune sia che gli affiliati siano dei professionisti dislocati su tutto il territorio nazionale e che coinvolgano vari profili al fine di dare una risposta qualificata alle esigenze del cliente, oltre alle caratteristiche precipue di un mediatore, ovvero la terzietà e il rispetto degli obblighi deontologici. Questo darà modo di avere una ramificata serie di punti di mediazione gestiti con qualità e professionalità, controllati da best practises comuni con risposte sfaccettate.

 

Un modo di fare network e di riscrivere il ruolo del professionista.

 

Sì, è un’idea innovativa che abbiamo voluto dare per riscrivere in modo nuovo il “fare professione” oggi dopo la riforma delle professioni. Serve ricalibrare alcuni canoni degli anni passati, seguendo le nuove necessità del mercato. Di fronte alla crescita delle multinazionali dei servizi e della consulenza anche nel nostro Paese, vogliamo accettare la sfida con questi colossi dando vita a dei veri e propri network. La mediazione riveste dunque un duplice ruolo: quello di rispondere in modo professionale alle esigenze del cliente e di mettere in rete professioni diverse su territori diversi per dare risposte più efficaci e complete.

 

«Quanto più si sensibilizzerà l’adesione al meccanismo della mediazione, tanto più si accrescerà l’effetto deflattivo sui carichi di lavoro della giustizia civile. In quest’ottica è importante il lavoro dell’avvocato», ha dichiarato di recente il Ministro Severino. La giustizia alternativa può avere un ruolo di prim’ordine nella risoluzione delle controversie…

 

Concordo pienamente. I numeri sono in crescita e lasciano ben sperare per il futuro. Mi auguro anche che sia superata l’endemica propensione italica al litigio e pertanto si ricorra al giudice solo in casi veramente gravi. Un esempio: abbiamo chiuso una mediazione in cui le parti stavano per farsi causa per un problema di sciorinamento dei panni lavati sulla terrazza condominiale. È  evidente che in questo caso il giudice individuerà un torto e una ragione ma non risolverà il problema. Dalla mattina dopo quei due condomini saranno di nuovo in conflitto. Con la mediazione viene privilegiata la ricerca degli interessi delle parti e non il “giusto e lo sbagliato”. 

 

Alessia Liparoti




            

Ultimi commenti degli utenti

Nessun commento












Powered by Share Trading
Everlasting

activtrades