Stocks it
FinanzaeDiritto sui social network
8 Dicembre 2019  le interviste  |  professionisti  |  chi siamo  |  forum  |  area utenti  |  registrati

            




La responsabilità precontrattuale

13 Febbraio 2009 - Autore: Avvocato Francesco Caretti


LA RESPONSABILITA’ PRECONTRATTUALE La tutela apprestata dall’ordinamento giuridico non riguarda soltanto quei soggetti che sono legati da un vincolo obbligatorio, ma si estende anche a coloro i quali intraprendono delle trattative finalizzate alla conclusione di un contratto. La fase delle trattative non genera di per sé un obbligo a concludere il contratto. L’unico vincolo gravante in capo ai soggetti in questione è costituito dall’obbligo previsto dall’art.1337 c.c. che prescrive di comportarsi secondo buona fede per tutta la durata delle trattative sino alla conclusione del contratto. L’art. 1337 costituisce una clausola generale, di contenuto indeterminato la cui specificazione è rimessa all’opera del legislatore e, soprattutto, a quella del giudice. L’opera di concretizzazione del contenuto precettivo della clausola generale di buona fede è in primo luogo compiuta dal legislatore all’art. 1338 c.c., ove è imposto a ciascuna parte l’obbligo di comunicare all’altra le eventuali cause di invalidità del contratto di cui si è o si sarebbe dovuti essere a conoscenza. La clausola dell’art.1337 è stata quindi oggetto di una continua attività di concretizzazione da parte della giurisprudenza. Sono state infatti ravvisate specifiche ipotesi di responsabilità precontrattuale: nel recesso ingiustificato dalle trattative, nella maliziosa instaurazione delle medesime pur nell’assenza di una reale volontà di pervenire ad un accordo e, più in generale, nella lesione del legittimo affidamento nutrito dall’altra parte nella conclusione di un regolare contratto. La giurisprudenza ha enucleato alcuni obblighi gravanti sulle parti impegnate nelle trattative consistenti prevalentemente in: obblighi di informazione circa gli elementi essenziali del contratto, obblighi di comunicazione di eventuali difetti dei beni alienati difficilmente percepibili, obblighi di protezione della sfera giuridica altrui ed obblighi di non divulgare quanto appreso nel corso delle trattative al fine della conclusione del contratto. Ancora aperta è la disputa sulla natura giuridica della responsabilità precontrattuale. Tre sono le teorie che si contrappongono: 1) Teoria contrattualistica. Il contatto instauratosi a seguito delle trattative determina il sorgere di una relazione giuridicamente rilevante tra le parti, le quali sono entrambe gravate dall’obbligo di comportarsi secondo buona fede. Poiché tale obbligo intercorre tra soggetti determinati, la sua violazione non può essere sussunta nella fattispecie astratta delle responsabilità extracontrattuale, di cui all’art. 2043 c.c., giacchè essa è una forma di responsabilità che intercorre tipicamente tra quique de populo, ossia soggetti che prima del compimento del fatto illecito non sono legati dal alcun rapporto ( c.d. responsabilità del passante). 2) Teoria della natura extracontrattuale. Il fondamento di tale tesi poggia sulla circostanza che nella fase delle trattative il contratto non sia ancora stato concluso, sicché il precetto di comportarsi secondo buona fede di cui all’art. 1337 c.c., lungi dall’essere un obbligo, costituisce niente più che una specificazione del generico dovere di neminem laedere contemplato nell’art. 2043 c.c. 3) Teoria del tertium genus. Alle due forme tradizionali di responsabilità se ne affianca una terza, sulla base del rilievo che la responsabilità precontrattuale abbia una specifica disciplina, che ha radici nella singolarità delle violazioni compiute nella fase delle trattative, le quali sono tali da non potere essere ricondotte né all’area della responsabilità aquiliana né a quella della responsabilità contrattuale. La teoria del tertium genus raccoglie ormai pochi consensi. Come si può notare effettuando una ricerca giurisprudenziale è consolidato l’orientamento che riconosce natura extracontrattuale alla culpa in contraendo. Sul piano della risarcibilità del danno, dal combinato disposto dagli artt. 1218 e 1223 c.c. emerge che, nel caso di responsabilità contrattuale, la parte inadempiente è tenuta a risarcire il c.d. interesse positivo, consistente nella pretesa del creditore ad essere posto nella medesima situazione in cui si sarebbe trovato se l’obbligazione fosse stata esattamente adempiuta. L’interesse positivo è a sua volta composto da due voci: il danno emergente ed il lucro cessante. Il danno emergente consiste nella perdita subita dal creditore a seguito del mancato soddisfacimento dell’interesse che l’obbligazione è volta a realizzare, perdita che coincide con il valore della prestazione. Il lucro cessante si identifica con l’ulteriore danno derivante dalla mancata utilizzazione del bene o dell’utilità che il creditore avrebbe dovuto ottenere attraverso l’adempimento dell’obbligazione. Il mancato guadagno si determina calcolando la differenza tra il valore del bene o dell’utilità che il creditore avrebbe dovuto conseguire ed il loro valore di mercato, al quale il creditore avrebbe potuto rivendere i medesimi, lucrando sulla differenza. Costituisce limite alla risarcibilità tanto del danno emergente quanto del lucro cessante il requisito della loro diretta ed immediata consequenzialità dall’inadempimento. La dottrina ritiene che il nesso di causalità debba essere inteso come un rapporto di “causalità adeguata”, in virtù del quale ad essere risarcite possano essere esclusivamente quelle conseguenze dannose che, sulla base della comune esperienza, era oggettivamente prevedibile derivassero dall’inadempimento, in quanto effetto normale di esso. Se ad essere inadempiuta è un’obbligazione contrattuale, il limite della consequenzialità immediata e diretta del danno non costituisce più un criterio sufficiente, poiché si rende necessario tenere conto del piano di interessi dedotto nel contratto e limitare, pertanto, il risarcimento alle normali e prevedibili conseguenze negative derivanti dallo scompaginamento del piano medesimo (c.d. danni consequenziali). La violazione dell’obbligo precontrattuale di agire secondo buona fede comporta il sorgere dell’obbligazione di risarcire esclusivamente il c.d. interesse negativo. Esso consiste nell’interesse alla non conclusione del contratto del soggetto il cui affidamento è stato leso. Così come l’interesse positivo, anche quello negativo consta di due componenti: il danno emergente ed il lucro cessante. Il danno emergente consiste, come recentemente ribadito dalla Corte di Cassazione (Cass. 14 febbraio 2000, n. 1632), nell’ammontare delle spese inutilmente sopportate nel corso delle trattative al fine della conclusione del contratto. Il lucro cessante è rappresentato dalle perdite sofferte per non aver usufruito di ulteriori occasioni finalizzate alla conclusione di contratti di uguale o maggior vantaggio. La determinazione del mancato guadagno, a differenza di quanto accade nell’ambito dell’interesse positivo, si ottiene facendo riferimento ad un terzo parametro che si affianca al valore della prestazione oggetto del contratto non concluso ed al valore di mercato dei beni oggetto del contratto medesimo, ossia il valore della prestazione del contratto trascurato per portare avanti le trattative andate a vuoto. Il lucro cessante coincide, in tal caso, con la differenza tra il valore della prestazione oggetto dell’occasione perduta ed il prezzo al quale il soggetto deluso avrebbe potuto rivendere il bene sul mercato, qualora avesse concluso il contratto trascurato. Di regola, l’occasione mancata è meno favorevole rispetto al valore dell’accordo non concluso, sicché il lucro cessante nell’interesse negativo, di norma, è inferiore rispetto al lucro cessante nell’interesse positivo. Non è, tuttavia, escluso che vi siano circostanze nelle quali il lucro cessante nell’interesse negativo risulti essere superiore al mancato guadagno nell’interesse positivo. Tale ipotesi si verifica quando l’occasione perduta sia più favorevole rispetto all’accordo non perfezionato, come nel caso in cui le trattative fallite siano intercorse tra due società appartenenti al medesimo gruppo. La società controllata può ritenere più opportuno concludere il contratto con la società capo gruppo a condizioni più onerose rispetto a quelle che otterrebbe concludendo il contratto con altri operatori del mercato, se tale scelta si giustifica nell’ambito della più ampia strategia economica del gruppo ( si pensi al caso di un contratto funzionale all’attuazione della ristrutturazione dello stesso).




            

Altri articoli scritti da Avvocato Francesco Caretti

Ultimi commenti degli utenti

Nessun commento











Powered by Share Trading
Everlasting

activtrades