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La provocatio nella prima fase del principato

10 Novembre 2008 - Autore:

Nella prima fase del Principato i Comizi non sono più convocati, così che la provocatio ad populum perde il suo vero ed autentico significato.

Basterebbe pensare ai rari episodi di processo comiziale, dei quali si ha notizia nell’ultimo periodo repubblicano, per capire come i Comizi avevano ormai assunto il carattere di suprema corte repubblicana con competenza limitata ai processi di maggiore interesse politico, funzione nella quale furono poi sostituiti dal Tribunale consolare - senatorio: il cambiamento costituzionale avvenuto a cavallo tra il I Secolo a.C. ed il I Secolo d.C. non comportò alcun sostanziale cambiamento nella competenza dei Comizi, ma ciò che avvenne fu quasi come una presa d’atto della fine della funzione giudiziaria dei Comizi stessi.

Tuttavia, non risulta da alcuna fonte che l’instaurazione del Principato abbia portato come diretta conseguenza l’immediata sostituzione dell’imperatore al popolo come destinatario della provocatio, così come non c’è prova che l’appellatio ad imperatorem, le cui prime applicazioni si hanno già sotto il regno di Ottaviano Augusto, sia subentrata in luogo della provocatio ad populum.

 

È a tale riguardo che bisogna considerare il ruolo ed il consolidamento della procedura delle quaestiones perpetuae, così come è necessario tenere conto del ruolo di rappresentante del popolo ricoperto dalle giurie. È chiaro che il processo davanti ad una quaestio non poteva avere la stessa struttura e le stesse cadenze del processo comiziale, che aveva come presupposto logico – giuridico una precedente decisione o almeno una previa attività istruttoria del magistrato, alla quale seguiva il giudizio vero e proprio.

Invece nella procedura delle quaestiones perpetuae una previa cognizione del magistrato, sia pure con mera finalità istruttoria, era priva di qualsivoglia significato: il processo si svolgeva interamente dinanzi alla quaestio su impulso privato.

 

Nella nuova procedura della quaestio, la provocatio, priva ormai anche di quella funzione formale che aveva mantenuto sotto la procedura comiziale, consisteva nell’opposizione ad una cognitio autonoma del magistrato e nella richiesta di un giudizio da parte dell’organo competente: in questa forma di provocatio si era riversata l’antica funzione di limite all'arbitrio del magistrato ed è in quest’ottica che la provocatio trova ancora cittadinanza nella Lex Iulia de vi.

Tale tipo di provocatio poteva avere cittadinanza anche nella fase del Principato, per via della funzione di impedire che il magistrato, sulla base di una propria autonoma cognitio, mettesse a morte, o comunque infliggesse una pena corporale, ad un cittadino romano: in pratica, era una domanda di devoluzione del processo all'’organo competente (una quaestio o altri organi con funzione di repressione criminale).

L’organo competente era costituito, nella maggioranza dei casi, da una delle quaestiones perpetuae, le quali, arrestate nella loro evoluzione dalla Lex Iulia iudiciorum publiciorum, funzionarono comunque durante tutta la fase del Principato, soprattutto nei primi decenni dell’età imperiale: tracce ve ne sono in Tacito, Annales, I, 72; I, 75; Svetonio, Vita di Augusto, 56; Vita di Tiberio 8, 58.

Le quaestiones sono Tribunale di primo grado ed in questo loro ruolo concorrono con altri organi, che in età imperiale ebbero la stessa funzione, ovverosia col Tribunale senatorio – consolare e con la giurisdizione imperiale. Per questo bisogna riconoscere che la provocatio potesse avere anche l’effetto di devolvere la causa al giudizio congiunto dei consoli e del Senato o di una speciale commissione senatoria.

Sulla giurisdizione senatoria si veda Mommsen (Römisches Staatsrecht, Lipsia 1899) che teorizza un appello al Senato, sulla base di fonti letterarie che fanno cenno a casi di appello al Senato in ambito civile facendo leva sul principio della diarchia, in forza del quale se è vero che il Senato divide con il Principe la sovranità, è ovvio che l’appello abbia come destinatari alternativi Senato e Principe.

Su questa teoria potrebbero essere sollevate varie obiezioni: basti quella di Pugliese (Appunti sui limiti dell’imperium nella repressione penale, Torino 1939) , che evidenzia come la diarchia sia soltanto una costruzione ideale e come l’assetto costituzionale nella fase del Principato sia incentrato introno alla figura unica del Principe.

Resta comunque la già menzionata possibilità per il Principe di avocare a sé la cognizione di un processo, anche nel caso fosse preordinata alla sua cognizione una quaestio.

È emblematico in tal senso un brano degli Annales di Tacito (II, 10 – 2): in occasione del processo contro Calpurnio Pisone viene avanzata al Principe formale richiesta di rito affinché lo avochi a sé, ed è solo per volontà imperiale che della causa giudicherà il Senato, volontà dalla quale dipende (emerge con chiarezza nel brano citato) la concorrenza tra la giurisdizione consolare - senatoria e quella delle quaestiones perpetuae.

 

Da quanto esposto è possibile ricavare con quasi assoluta certezza che la Lex Iulia de vi conferiva al cittadino romano la facoltà di impedire una cognitio autonoma, in ordine alle misure sanzionatorie nella stessa previste, da parte di un magistrato che non fosse un delegato imperiale e di fare in modo che il processo venisse instaurato presso una quaestio o presso il Tribunale consolare – senatorio o presso il Tribunale imperiale.

 

 

 




            

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