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La natura della provocatio ad populum

10 Novembre 2008 - Autore:

La scomparsa del processo comiziale, conseguente al consolidamento delle quaestiones perpetuae, è uno dei fattori di crisi della provocatio ad populum, quale garanzia del civis rispetto alla sanzione del magistrato. Nella fase repubblicana l’esperimento del rimedio della provocatio ad populum aveva come effetto diretto la devoluzione del giudizio definitivo sull'esercizio dell’imperium del magistrato al popolo riunito in Comizi, mentre è chiaro che sulla natura della provocatio riconosciuta dalla Lex Iulia de vi non possa che incidere pesantemente la crisi del processo comiziale (cfr. Mommsen, Römisches Straafrecht, Lipsia 1899).

 

Nonostante ciò la Lex Iulia de vi considera la provocatio ad populum come uno dei presupposti delle garanzie e delle libertà del cittadino romano, tanto che dalla lettura delle opere di Paolo[1] e di Ulpiano[2] sembra quasi che l’istituto mantenga questa sua primaria funzione anche nei primi anni del III Secolo d.C.. La Lex Iulia de vi trovò applicazione durante tutta la fase del Principato, quando ormai il popolo riunito in Comizi non aveva più il potere di pronunciarsi sul provvedimento sanzionatorio del magistrato: in tal senso, la domanda alla quale cerchiamo una risposta, e cioè quali fossero gli effetti della provocatio a partire dal I Secolo d.C. , è una domanda che ha chiaramente una sua ragion d’essere.

 

La maggioranza degli studiosi ha teorizzato un trasformarsi, quasi immediato, della provocatio ad populum nell’appello all'imperatore, così che il problema che si viene a porre non è quello della natura e degli effetti della provocatio, ma quello di capire se l’imperatore si sia semplicemente sostituito al popolo, tanto da poter parlare di provocatio ad imperatorem, oppure se, scartata l’ipotesi di una vera e propria provocatio  all'imperatore, si deve riconoscere l’esistenza di un unico rimedio, l’appellatio.

Emblematica in tal senso è l’impostazione di Mommsen: l’insigne storico del diritto pone il fondamento della sua concezione nella distinzione tra la provocatio comiziale, esperita contro il provvedimento del magistrato urbano, e la provocatio provinciale, e considera che quella, cessata la funzione penale del popolo riunito, doveva obbligatoriamente scomparire, mentre l’altra, dato che aveva come giustificazione la ricusazione sulla base dell’incompetenza del magistrato, poteva continuare a sopravvivere anche nella fase del Principato, tanto che, una volta conferito al Principe l’imperium militiae, cominciò un processo di trasformazione della provocatio in appellatio.

Del resto, l’altra colonna portante del tempio mommseniano è che sia esistita una provocatio ad imperatorem diversa e distinta rispetto all'appellatio, la seconda con l’effetto di riformare la decisione di un giudice competente e non preclusa ai non cittadini, la prima finalizzata a cancellare la decisione di un magistrato incompetente e caratteristica propria dell’essere civis.

Contro questa concezione di Mommsen, possiamo citare, tra gli altri, Pugliese (Appunti sui limiti dell’imperium nella repressione penale, Torino 1939), il quale ritiene non corrispondente alla realtà storico – giuridica tale l’impostazione, non crede alla distinzione concettuale tra provocatio esperita in Roma e provocatio esperita fuori Roma.

Inoltre la teoria di Mommsen ha una pecca: secondo detta teoria, venuta meno la provocatio comiziale, i magistrati urbani vennero a trovarsi nella condizione di poter esercitare la coercitio con una libertà maggiore che in età repubblicana; certo, residuava il pur basilare rimedio dell’appellatio imperiale, ma la teoria di Mommsen non spiega perché il cittadino romano, minacciato di una punizione corporale (dalla fustigazione alla messa a morte) in Roma, non potesse avere la possibilità di esperire un rimedio, la provocatio, che sarebbe stato invece nella facoltà del cittadino provinciale.

È chiaro che alla base della teoria di Mommsen c’è l’idea che i magistrati urbani erano competenti in materia penale, mentre i magistrati extraurbani non avevano alcun potere di repressione criminale; tuttavia (è ancora l’obiezione di Pugliese) una volta scomparso il processo comiziale, la stessa ratio in forza della quale il magistrato provinciale era considerato incompetente cominciano a dover essere considerate valide anche per affermare l’incompetenza del magistrato urbano.

Resta meritevole di un breve cenno l’impostazione, di stampo mommsensiano, di Volkamann (Zur Rechtssprechung im principat des Augustus, Monaco 1935), che afferma che a Roma l’appello penale doveva essere diretto al tribuno imperiale e che detta procedura prese il posto della provocatio ad populum.

 

Parimente, è possibile, però, negare l’assoluto parallelismo tra provocatio ed appellatio e considerare la possibilità che la provocatio ad populum, non avendo più la funzione di chiamare il popolo ad esprimersi sulla decisione del magistrato riguardo ad una sanzione contro il cittadino romano, acquistasse un diverso effetto, pur non avendo come referente diretto l’imperatore o un suo delegato.

Al riguardo si veda in particolar modo Arangio-Ruiz (Storia del diritto romano, Napoli 1957): dopo aver affermato che nella costruzione dello stato augusteo il processo comiziale veniva ad essere un istituto inutile e poco conveniente, egli asserisce che conseguenza diretta è l’abolizione, nella sua diretta ed effettiva applicazione, del rimedio della provocatio ad populum. Tuttavia è lo stesso Arangio-Ruiz a ricordare che le quaestiones devono essere considerate come rappresentanze del popolo riunito in Comizi.

 

Bisogna riconoscere che le fonti storiche non danno al riguardo notizie certe e determinate: Tacito (Annales, IV, 13) scrive del processo contro Vibio Sereno, condannato de vi publica per aver trasgredito i limiti dell’imperium, ma dalla narrazione dello storico non è possibile ricavare alcuna notizia concernente lo svolgimento del processo, i suoi presupposti ed il funzionamento della provocatio, la sua natura ed i suoi effetti.

È anche vero che le uniche fonti di cui disponiamo sono di carattere letterario e storico, e che le estese trattazioni giuridiche sui crimina publica si collocano negli ultimi decenni del II Secolo d.C. , periodo nel quale il dato normativo della Lex Iulia de vi aveva grandemente perso di valore ed era comunque riferito alla sola appellatio imperiale.

 

Passiamo adesso ad analizzare il destino della provocatio, limitatamente alla sua natura ed ai suoi effetti.

Abbiamo visto che le teorie - base sono due: quella che vede una sostituzione dell’imperatore al popolo e quella che, dato il nuovo ruolo del magistrato nella procedura delle quaestiones perpetuae, vede la provocatio come una mera eccezione preliminare di incompetenza, in forza della quale il cittadino romano si oppone alla decisione dell’incompetente magistrato e chiede che il processo venga incardinato davanti all'organo competente.  

Del resto abbiamo in precedenza già visto che il sorgere di una giurisdizione per quaestiones aveva fatto sì che il magistrato fosse in definitiva incompetente nell’ambito di un’ipotetica repressione criminale autonoma, e che il cittadino, con il rimedio della provocatio, poteva ottenere l’instaurazione di un processo davanti all'organo competente. Tuttavia, l’organo competente era la quaestio, così che la provocatio restava sempre, bene o male, diretta al popolo, dato che era indirizzata a richiedere un giudizio popolare.

È qui che sta il primo grande punto di cambiamento.

La giurisdizione imperiale si sovrappone ed assorbe poi le funzioni ed i compiti che erano prima distinti e distribuiti tra magistrato e quaestio: la logica conseguenza sarà la sostituzione della provocatio con l’appellatio, stante l’inutilità del primo rimedio. Per meglio analizzare le citate impostazioni, è bene guardare le pur poche fonti giuridiche a nostra disposizione.

Possiamo leggere in Paolo (Sententiarum Receptarum libri quinque qui vulgo Iulio Paulo adhuc tribuntur, V, 26):

 

“Lege Iulia de vi publica damnatur qui […] civem Romanum antea ad populum + provocationem + nunc imperatorem appellantem necaverit necarive iusserit”.

 

La profilata contrapposizione tra provocatio ad populum e appellatio ad imperatorem, così come la loro successione cronologica nel tempo, mostrano come inizialmente il rimedio di cui alla Lex Iulia fosse la provocatio.

È affascinante, ma è anche destinata a rimanere solo una congettura, l’ipotesi che vede nella contrapposizione “antea” – “nunc” l’abile tratto dello stilo di un glossatore, con l’intenzione di riconnettere storicamente l’appellatio e la provocatio. A scacciare questo flebile dubbio dovrebbe essere sufficiente il seguente brano di Ulpiano:

 

Lege Iulia de vi publica tenetur qui […] civem Romanum adversus provocationem necaverit”.

 

 



[1] Giulio Paolo fu giurista romano e prefetto del pretorio al tempo dell’imperatore Alessandro Severo: è ricordato per i suoi commenti ad opere di diritto compilate durante la Roma imperiale. Dopo Ulpiano, di cui fu contemporaneo, risulta essere l’autore più utilizzato nella compilazione del "Corpus iuris civiis" voluto dall'imperatore Giustiniano con l'utilizzo di passi tratti dalle sue 86 opere in 319 libri. In epoca post classica un adattamento delle sue opere dal titolo Pauli sententiae ebbe grande fortuna e influenzò notevolmente la scienza giuridica del tempo.

[2] Di Gneo Domizio Ulpiano non si hanno riferimenti anagrafici certi, ma è giusto pensare di fissare la sua nascita intorno al II secolo. Fu fra i basilari esponenti della giurisprudenza romana del suo tempo; basilarità dovuta alla formulazione e alla sistemazione di molte norme del diritto amministrativo, diritto civile romano dell’epoca. Fu mentore dell’imperatore Alessandro Severo, con il quale intrattenne una relazione stretta. Capo del consiglio di reggenza dell’imperatore Severo, Ulpiano rimediò alle nefandezze giuridiche e finanziarie imposte dal precedente imperatore Eliogabalo, dando di nuovo autorità al Senato. Il Senato, grato, ricambiò la sua difesa conferendogli dapprima la prefettura dell’annona e poi la prefettura del pretorio. Ulpiano instaurò fra i pretoriani un clima di rigidità e di austerità, cosa che causò malcontento, sfociato infine nella congiura di palazzo guidato da Marco Aurelio Epagato, ex liberto di Caracalla, e nella sua conseguente uccisione. Ulpiano è uno dei cinque giuristi che hanno avuto più considerazione nel periodo imperiale. Inoltre, le sue opere furono ampiamente impiegate nella redazione del Digesto di Giustiniano.

 

 

 




            

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