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La legislazione decemvirale

10 Novembre 2008 - Autore:

Il principio fondamentale portato avanti nella legislazione delle XII Tavole consiste nell’affermazione che un cittadino romano non può venire condannato a morte, se non in forza di un giudizio dei Comizi centuriati: conquista per la quale la plebe si era battuta fin dai primi anni della Repubblica.

Con la legislazione decemvirale assistiamo ad una rivoluzione copernicana del diritto penale: con lo stabilire che nel caso in cui si doveva giudicare de capite civis fosse giurisdizionalmente competente la massima assemblea di tutta la cittadinanza romana, i decemviri legibus scribundis sottrassero ai Comizi curiati la cognizione dei delitti capitali ed individuarono come unico organo competente l’assemblea delle centurie.

 

Nella riforma decemvirale era indicata anche la procedura che doveva essere seguita nel giudizio dinnanzi al Comitiatus maximus.

Questa considerazione si basa su un brano di Pomponio, che richiama una disposizione delle XII Tavole nella quale veniva fatta menzione dei quaestores parricidii, che, fin dalla fase monarchica, erano investiti del compito di svolgere le indagini nei casi di omicidio (D. 1. 2. 2. 23):

 

“Quaestores […] qui capitalibus rebus praeessent […] appellabantur quaestores parricidii, quorum etiam meminit lex duodecim tabularum”.

 

Le competenze riconosciute a detti magistrati, al momento della legislazione decemvirale, sono nozione non ben delineata nelle fonti a nostra disposizione, che si limitano a precisare come l’ambito di attività dei quaestores concernesse la persecuzione dei delitti per i quali era prevista la pena capitale: è comunque probabile che ad essi fosse, fin dai primi anni della Repubblica, affidato il compito di istruire la causa e di esercitare la pubblica accusa in sede di giudizio.

I quaestores, che ebbero in seguito anche l’appellativo di aerarii perché fu loro affidato l’incarico di custodire il quantum ricavato dalle confische ordinate nei processi capitali di maggiore importanza, così che gradatamente le loro funzioni si estesero anche all’amministrazione dell’erario pubblico alle dipendenze e sotto la guida dei consoli, erano, quindi, gli accusatori e coloro che curavano l’istruzione di un giudizio di primo ed unico grado davanti al popolo.

 

Da questa tesi si discosta nettamente Mommsen (Römisches Staatsrecht, Lipsia 1899) secondo il quale i Comizi centuriati avevano competenza giurisdizionale in grado d’appello della condanna emessa dai quaestores nell’esercizio della loro attività punitiva.

 

Detta ricostruzione, pur operata da uno dei maggiori studiosi del diritto romano, presenta tuttavia molti lati oscuri e sicuramente non trova nelle fonti storiche alcun fondamento stabile; come nota Brecht (Zum römischen Komitialverfahren, Monaco 1939), il processo davanti alle assemblee popolari, e quindi anche quello davanti all’assemblea riunita per centurie, non aveva come precedente logico – giuridico una condanna da parte del magistrato, che, invece, fin dall’inizio del procedimento, agiva come accusatore, istruiva la causa e proponeva l’accusa dinnanzi al popolo che rimane l’unico vero giudice della vicenda: i brani tramandatici dalle fonti riportano tutti locuzioni quale “aliquid (alicuius rei) alicui iudicare”, che allude chiaramente non ad una sanzione già irrogata dal magistrato, ma ad una pena proposta da chi svolge il ruolo di accusa pubblica all’interno di un procedimento criminale.

Bisogna riconoscere che anche Brecht stesso introduce delle differenze, dato che distingue tra processi promossi dai quaestores e processi promossi dal pontifex maximus o dai duoviri perduellionis: in questa seconda ipotesi, Brecht sostiene che il giudizio del popolo sarebbe giudizio in grado d’appello, anche se bisogna riconoscere che la decisione del pontifex (come del resto la decisione dei duoviri ) non ha la natura di sentenza, stante il suo decidere non in forza di iurisdictio, ma, usando una categoria cara al diritto moderno, di gubernaculum.

 

Che l’adunanza per centurie fosse un vero e proprio tribunale di primo grado e come il ruolo dei quaestores fosse quello di condurre la pubblica accusa, è ricavabile anche da una breve analisi concernente quello che era il procedimento davanti ai Comizi.

Nonostante la non precisione sul tema delle fonti a nostra disposizione, possiamo affermare con sufficiente sicurezza che il processo si svolgeva secondo tre fasi a scadenze ben definite: era promosso d’ufficio dal magistrato, che intimava la comparizione dell’imputato in data certa, contestando inoltre il capo di imputazione e la relativa pena; seguivano tre adunanze del popolo riunito per centurie, nel corso delle quali si procedeva, sotto l’impulso del magistrato, all’istruzione della causa ed al termine delle quali veniva ufficialmente formulato il capo d’accusa.

 

In questa sede vale solo la pena di ricordare come al momento della contestazione pena capitale e pena pecuniaria non fossero tra loro cumulabili e come proprio in tale fase procedimentale fosse rimessa alla discrezionalità del magistrato decidere dell’incarcerazione preventiva dell’imputato (rectius: del soggetto sottoposto alle indagini). Stante il divieto di cumulo delle pene di specie diversa al momento della contestazione, era comunque concesso al magistrato di mutare la richiesta contenuta all’interno della prima contestazione fino almeno al termine della fase istruttoria.

Al riguardo ricordiamo Livio (2, 52, 5): “Cum bis pecunia anquisisset, tertio capitis se anquirere dicit”.

 

A distanza di ventiquattro giorni si riuniva una quarta adunanza nel corso della quale il magistrato, sulla base di quanto raccolto nella fase istruttoria, chiedeva ai Comizi centuriati di esprimersi riguardo la colpevolezza dell’imputato, nei confronti del quale questi ultimi emanavano sentenza.

Era sempre possibile all’imputato di sottrarsi alla condanna, fino a che la sentenza non fosse stata emanata: egli, infatti, poteva, di sua spontanea volontà, allontanarsi dall’Urbe e trovare riparo in una città con la quale Roma avesse un accordo internazionale che riconosceva tale facoltà: sul piano interno la conseguenza era il provvedimento dell’ “aqua et igni interdictio”, in conseguenza del quale il civis fuggito perdeva la cittadinanza, vedeva confiscati tutti i suoi beni e non poteva più far rientro a Roma, pena la morte.

Questa “fuga legale” era attuabile perché l’incarcerazione preventiva era possibile, ma non obbligatoria, stante inoltre, nel caso fosse stata disposta, la facoltà per i tribuni della plebe di adoperare il loro potere di intercessio per consentire la rimessione in libertà del civis preventivamente incarcerato.

Tuttavia non bisogna credere che l’intervento dei tribuni fosse, in questo caso, la regola; la tradizione ha fatto giungere fino a noi notizia di carcerazione preventive “infinite”, quale quella del poeta Nevio che in carcere scrisse due commedie (Gellio, Notti Attiche, III, 3, 15) o quella di Munazio che morì in carcere perché i tribuni non intercedettero per lui che aveva violato le divinità (Plinio, Naturales Quaestiones, 21, 6, 8).

 

Infine occorre sottolineare come una delle maggiori innovazioni decemvirali, nell’ambito del diritto criminale, sia stata la distinzione tra i crimina, cioè i delitti pubblici, perseguiti dallo Stato attraverso la giurisdizione del magistrato e sanzionati con pena pubblica, ed i delitti privati, i cosiddetti delicta, perseguiti dall’offeso nella forma del processo privato e sanzionati con pena privata.

 

 

 




            

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