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LA DIRIGENZA IDEALE DELLA CINA. L'analisi di Stephen S. Roach, Senior Fellow presso la Yale University Jackson Istituto per gli Affari Globali

30 Novembre 2012 - Autore: Redazione


NEW HAVEN – Il recente passaggio di leadership in Cina è stato ampiamente descritto come un trionfo dei conservatori più intransigenti e una sconfitta della causa della riforma, una caratterizzazione che ha steso un ulteriore velo di tristezza sulla percezione del Paese da parte dell’Occidente. In realtà, niente potrebbe essere più distante dalla verità.

Xi Jinping e Li Keqiang - i due funzionari di spicco del nuovo Consiglio direttivo della Cina (il Comitato permanente del Politburo) - hanno viaggiato molto all’estero e sono dei colti e raffinati intellettuali in grado di apportare un notevole bagaglio di esperienze alle numerose sfide che la Cina deve affrontare. In veste di leader "di quinta generazione", sono la conferma del costante innalzamento del livello di competenza che caratterizza ogni passaggio di leadership in Cina sin dall'ascesa di Deng Xiaoping alla fine degli anni '70.

Pur essendo del tutto prematuro giudicare lo stile e la direzione che i nuovi leader seguiranno, vale la pena soffermarsi su tre aspetti già evidenti. In primo luogo, l'assunzione del potere da parte di Xi è più completa di quanto lo sia mai stata in passaggi precedenti. Assumendo da subito le redini sia del Partito comunista cinese (PCC) che della Commissione militare centrale, Xi ha maggiori possibilità di dare un’impronta personale alla politica rispetto ai suoi predecessori all'inizio dei rispettivi governi.

È vero, la Cina governa con il consenso del Comitato permanente, ma Xi si trova nella posizione ideale per guidare le scelte di un organo decisionale più snello (ridotto da nove membri a sette). Inoltre, egli sostiene da tempo un approccio allo sviluppo economico più scientifico e aperto al mercato, che è fondamentale per il futuro della Cina.

In secondo luogo, Li Keqiang - il presunto futuro premier - potrebbe rivelarsi la grande sorpresa della nuova leadership. A differenza dell'attuale premier Wen Jiabao, che negli ultimi dieci anni ha occupato la terza posizione nella catena di comando, Li è stato promosso a numero due, il che suggerisce la possibilità di una maggiore condivisione del potere tra il PCC e il governo al vertice della nuova dirigenza cinese.

Con un dottorato in economia, Li, che da vice premier esecutivo ha guidato l'importantissimo gruppo dirigente ristretto per la finanza e l’economia del Comitato centrale, è particolarmente idoneo per affrontare la tanto attesa trasformazione strutturale dell'economia cinese. Infatti, dopo aver supervisionato China 2030 - uno straordinario rapporto congiunto realizzato di recente dalla Banca Mondiale e dal Centro ricerca e sviluppo, un gruppo di esperti cinesi di alto livello - possiede un'idea chiara del percorso che la Cina deve seguire. La sua promozione potrebbe segnare un importante passo in avanti rispetto a Wen, che invece puntava sulla retorica e sulla strategia più che sull'attuazione.

In terzo luogo, e in contrasto con l'opinione prevalente in Occidente, Wang Qishan, uno degli alti funzionari più astuti e con maggiore esperienza della Cina, non è stato relegato nell'ombra con il suo nuovo incarico di supervisore della "disciplina" del Comitato permanente. È vero che Wang vanta una vasta esperienza nel settore finanziario e che, quindi, sarebbe stato logico per lui occuparsi di finanza nell'ambito della nuova leadership. Tuttavia, quale uno dei sette esponenti di spicco del PCC, egli continuerà a intervenire in tutte le questioni economiche e finanziarie importanti, assumendosi al tempo stesso la responsabilità di affrontare uno dei problemi più insidiosi della Cina, la corruzione. Conoscendo Wang da più di 15 anni, ritengo che sia molto adatto a svolgere questo compito fondamentale.

Gli altri membri del nuovo Comitato permanente apportano anch'essi un'ampia gamma di esperienze e competenze. Questo vale soprattutto per Yu Zhengsheng e per i due Zhang, Dejiang e Gaoli, che provengono da posizioni di alto livello in tre dei centri urbani più potenti e dinamici della Cina - Shanghai, Chongqing e Tianjin. La loro profonda conoscenza del ruolo chiave svolto dall'urbanizzazione nel promuovere lo sviluppo economico sarà fondamentale per espandere la trasformazione strutturale che la Cina deve ora affrontare.

L'Occidente non solo sta ignorando il notevole insieme di competenze dei nuovi leader cinesi, ma si sta anche facendo un’idea sbagliata dello stato attuale dell'economia del Paese, la quale, lungi dall'essere perfetta, non è lacerata dalla crisi né disperatamente bisognosa di una soluzione lampo. In realtà, la Cina sta uscendo dall’ennesima recessione globale in condizioni discrete. Questo offre ai suoi nuovi leader un margine di tempo, tra oggi e marzo 2013, data dell’elezione dell’Assemblea nazionale del popolo, per concentrarsi sullo sviluppo di tattiche per l’attuazione della loro agenda strategica.

Niente di quanto detto vuole minimizzare l’enormità delle sfide che la Cina deve affrontare. Ma la strategia non è il problema, e il dodicesimo piano quinquennale a favore del consumo lo dice con chiarezza. La nuova dirigenza dovrà ora concentrarsi sull'impegno e sull'applicazione di tale strategia attraverso la promulgazione di una serie di riforme coraggiose, in particolare riguardanti il settore dei servizi, la rete di sicurezza sociale e le imprese di proprietà dello Stato. L'enfasi di Xi sul "design di alto livello" delle riforme si presta particolarmente bene a questa agenda, così come la grande familiarità di Li con il dettagliato piano presentato da China 2030.

Alcuni osservatori occidentali, riferendosi alle recenti dichiarazioni pubbliche di Xi e Li, evidenziano una scarsità di commenti a favore di riforme economiche o politiche. Lo stesso, però, si sarebbe potuto dire dei primi discorsi di Deng, il più grande riformatore della Cina moderna. Come osserva Ezra Vogel in Deng Xiaoping and the Transformation of China, la prima dichiarazione pubblica di Deng dopo la sua riabilitazione politica nel 1976 fu: "il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong costituiscono l'ideologia-guida del partito".

Non furono esattamente parole illuminate, soprattutto in vista di quello che di lì a poco sarebbe successo. Deng, però, colse l'attimo in un momento critico, che ricorda in maniera sorprendente quello che oggi vivono Xi e Li.

Come accade in qualunque passaggio di leadership nel mondo, nessuno sa con certezza se il futuro governo cinese sarà all'altezza delle molteplici sfide che lo attendono. Fin dai tempi di Deng, la Cina manifesta un’inspiegabile capacità di affrontare di petto le situazioni più difficili. La nuova generazione di leader ha le giuste competenze e l'esperienza per farlo e, malgrado i pregiudizi occidentali, presto sapremo se è in grado di tradurre la propria strategia in azione.

 

Traduzione di Federica Frasca






            

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