ActivTraderApp
FinanzaeDiritto sui social network
20 Luglio 2019  le interviste  |  professionisti  |  chi siamo  |  forum  |  area utenti  |  registrati

            




LA CONVERGENZA E' FINITA? Il quesito posto da Kemal Dervis, ex Ministro agli Affari Economici in Turchia

8 Ottobre 2013 - Autore: Redazione


 WASHINGTON, DC – Fino a poco tempo fa, c'era ampio consenso sul fatto che questo sarebbe stato il secolo dei paesi emergenti. Tuttavia, la reazione dei mercati finanziari all'annuncio della Federal Reserve, nel maggio scorso, del possibile ridimensionamento delle sue politiche monetarie non convenzionali ha portato molti analisti a porsi delle domande sui tempi di crescita di questi mercati. Durante gli incontri annuali della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale nel mese corrente, le prospettive dei paesi emergenti saranno al centro di un acceso dibattito.

Fino a metà 2013, il FMI e la Banca Mondiale avevano previsto, per il prossimo decennio, una crescita del Pil aggregato pro capite nei paesi emergenti e in via di sviluppo superiore di quasi tre punti percentuali rispetto a quella dei paesi avanzati. Secondo l’opinione dei più, una sostanziale differenza in termini di crescita pro capite si sarebbe protratta ben oltre i prossimi dieci anni, e l’unico punto su cui bisognava trovare un accordo era l'entità del vantaggio di crescita dei paesi emergenti.

Le previsioni di Arvind Subramanian per la Cina, e di Uri Dadush per i paesi emergenti e in via di sviluppo, erano le più ottimistiche. Altri economisti, come Dani Rodrik, sono sempre stati più cauti, sostenendo che, in gran parte, la trascorsa impennata di crescita nelle principali economie emergenti e in via di sviluppo è dipesa da un periodo di "recupero" tecnologico nel settore manifatturiero, che però aveva raggiunto il suo limite e non poteva facilmente estendersi all’immenso settore dei servizi o ad altri ambiti economici.

Come si è visto più avanti, l'annuncio del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, di una possibile riduzione, entro la fine del 2013, del quantitative easing (QE) – l'impegno all'acquisto mensile, per un periodo illimitato, di attività di lungo termine per un valore pari a 85 miliardi di dollari – è stato seguito da una "mini crisi". I mercati azionari e le valute di molte economie emergenti hanno registrato un notevole calo, che si è subito tradotto in titoli di apertura che annunciavano la fine del boom dei rispettivi mercati.

In verità, da allora il valore di molte attività dei paesi emergenti ha recuperato terreno, al punto che, nel mese di settembre, la Fed ha fatto marcia indietro sull'imminente riduzione del QE. Ormai, però, l'umore era cambiato, e di conseguenza la proiezione "media" delle prospettive di crescita delle economie emergenti è mutata. In particolare, gli economisti latinoamericani appaiono pessimisti. Dopo una revisione al ribasso delle sue previsioni di crescita per i paesi emergenti nel luglio scorso, il FMI è pronto a ripetere l’operazione (anche se moderatamente) in vista degli incontri annuali.

Gli eventi recenti sono, dunque, il segnale della fine della "convergenza"? Il mondo sta forse ritornando a un modello di crescita in cui il divario percentuale tra i livelli di reddito aggregato di "Nord" e "Sud" non accenna a diminuire? Oppure, le attuali allusioni a un "tramonto della convergenza" sono un mero riflesso della consueta reazione eccessiva dei mercati finanziari a qualunque notizia, sia buona che cattiva?

Il futuro, va da sé, è incerto. Io, però, continuo a pensare che la convergenza andrà avanti, anche se non ai ritmi straordinari del periodo 2008-2012, in cui la crisi finanziaria globale e le difficoltà dell'eurozona causarono il forte rallentamento delle economie avanzate. Ciò che appare probabile è un ritorno al differenziale pre-crisi: tra il 1990 e il 2008 (escludendo la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998), la crescita aggregata pro capite nei paesi emergenti era superiore a quella dei paesi avanzati di circa 2,5 punti percentuali. Nel periodo 2008-2012, tale differenziale ha superato i quattro punti percentuali, e ora sembra destinato a tornare di nuovo ai livelli precedenti.

La Cina continuerà a rappresentare un’ampia quota del differenziale. Anche se la sua crescita annua è scesa al 6%-7% dai livelli record del 9%-10% raggiunti prima del 2010, il suo peso economico è in aumento. Va anche detto che, nel complesso, i paesi dell'Asia emergente – come pure la Turchia, la Colombia, il Perù e il Cile – non hanno abbandonato la strada della convergenza, cui continuerà a fare da propulsore il recupero tecnologico, oltre agli shock di breve termine e ai problemi temporanei che la volatilità dei flussi di capitale può causare.

Ovviamente, i paesi "prudenti", cioè con deficit o surplus di parte corrente di piccole dimensioni, saranno più al riparo da shock temporanei. Le economie diversificate avranno anch'esse una performance migliore rispetto a quelle esportatrici di beni primari. Inoltre, i paesi che investono più del 25% del proprio reddito nazionale cresceranno a un ritmo più rapido di quelli – tra cui molti dell’America Latina – che risparmiano e investono poco. L'Asia è destinata a crescere più velocemente perché sta accumulando capitale fisico e umano a un ritmo più rapido, il che non solo aumenta la produzione, ma facilita anche il progresso tecnologico e un tipo di diversificazione che, secondo Ricardo Hausmann e Cesar Hidalgo, è il segreto per una crescita sostenuta.

La convergenza non si è mai affermata in tutti i paesi emergenti e in via di sviluppo, ma ha già modificato – e continuerà a farlo – la natura e la struttura dell'economia mondiale, in particolare per quanto riguarda il tradizionale divario Nord-Sud. Alcuni trend di crescita aggregata hanno subito una scissione pur se i loro cicli interni sono correlati, e questo a causa della globalizzazione finanziaria e delle interdipendenze commerciali. Un forte rallentamento delle economie emergenti porterebbe a un netto rallentamento anche nelle economie avanzate e, di conseguenza, il differenziale di crescita resterebbe probabilmente stabile, almeno nei dati annuali.

Una crescita di lungo periodo è determinata dalla capacità di accumulare capacità tecnologiche e istituzionali e dalla qualità delle politiche nazionali. Nel corso degli ultimi vent'anni, molti paesi emergenti, tra cui alcuni dei più grandi, hanno ottenuto buoni risultati in tal senso. I loro sforzi continueranno a essere il presupposto della convergenza aggregata. Dal canto nostro, non dovremmo permettere che le numerose eccezioni o i temporanei turbamenti del mercato finanziario oscurino questa realtà di fondo.




            

Ultimi commenti degli utenti

Nessun commento












Powered by Share Trading
Everlasting

activtrades