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La conciliazione come strumento deflattivo ovvero sistema normativo autonomo. Il percorso del legislatore italiano.

16 Febbraio 2011 - Autore: Avv. Mariarosa Rao


Quella della risoluzione alternativa delle controversie, è una materia che ormai da tempo interessa il legislatore italiano, che sotto la spinta europea è andato sempre più considerando tale sistema come possibile binario parallelo rispetto a quello della giustizia togata. In tema di conciliazione, lo scenario normativo nazionale ha visto i suoi albori già nei primi anni novanta, con la legge 580/1993, la quale si è indirizzata eminentemente alle Camere di Commercio ed a tali organismi ha attribuito poteri conciliativi. In seguito, la normativa in tema di mediazione si è sviluppata ulteriormente, si pensi ad esempio all’attenzione rivolta dal legislatore alla materia in sede di riforma del diritto societario (d. lgs 5/2003). Da ultimo, e ancora a titolo esemplificativo, tralasciando quindi i pur significativi ulteriori interventi del legislatore, non può non menzionarsi il recentissimo d. lgs 28/2010 che ha introdotto diverse innovazioni alla disciplina normativa in discorso, come ad esempio la possibilità per qualsiasi soggetto che sia in possesso di un diploma di laurea, anche triennale, di diventare conciliatore. Ciò nonostante la materia, lungi dall’aver raggiunto una piena organicità e sistematicità, presenta ancora molti punti d’ombra e necessita certamente di ulteriori interventi normativi, nel qual senso il legislatore si è già attivato, che intervengano su taluni aspetti critici. Merita peraltro sottolinearsi, proprio a conferma di questa per così dire “embrionalità” della materia, la circostanza che molti aspetti normativi incontrino in effetti attualmente la resistenza delle categorie professionali chiamate ad operare in prima linea con le norme in discorso e ad esserne in qualche maniera promotori e pionieri. In particolar modo la categoria degli avvocati,valuta ancora con estrema cautela diversi profili della disciplina. Per tali motivi, potendosi definire la normativa in oggetto come ancora in itinere, scopo della presente produzione, non vuole essere quello, seppur di estremo interesse, di fornire una succinta esposizione della vigente legislazione in tema di conciliazione, essendovi da parte di chi scrive la ragionevole convinzione, che molte saranno ancora le modifiche cui il corpo normativo in discorso verrà sottoposto. Ciò che pare interessante indagare, è in effetti l’approccio del legislatore italiano nei confronti della materia della mediazione, nonché la funzione che ad essa viene attribuita. Ad un’organica lettura del corpus normativo in tema di mediazione, sembra, a ben vedere, che la ratio legis, non possa in alcun modo ravvisarsi nella necessità di disciplinare un autonomo procedimento di risoluzione delle controversie, da attivare in casi ad esso strutturalmente confacenti, e dunque “sostanzialmente” alternativo rispetto alla risoluzione giudiziale dei conflitti. Pare, al contrario, che la funzione della procedura di mediazione, così come proposta dal legislatore, finisca per essere un’appendice del processo, restando ad esso inscindibilmente legata; risulta, in ultima analisi, un procedimento voluto dal legislatore per ragioni eminentemente, se non esclusivamente, deflattive. Il sistema di mediazione, viene in effetti prospettato come una risposta all’annoso problema dell’inflazione della macchina della giustizia. L’esperienza dei paesi europei, che già da tempo si sono dotati di sistemi normativi nazionali in materia di mediazione, sposando l’idea della conciliazione come strumento per la risoluzione alternativa delle controversie, fornisce dati incoraggianti circa l’utilità ed efficienza della mediazione. Ciò nondimeno corre l’obbligo di formulare una precisazione, giacché tanto è stato riscontrato in sistemi dotati di una macchina giudiziaria perfettamente snella ed efficiente, vale a dire in quei paesi in cui la conciliazione, lungi dall’essere una risposta alla lentezza dei procedimenti giurisdizionali, si muove nell’ambito di una propria struttura ed occupa un proprio ruolo ben definito nel sistema della giustizia, di cui è una parte considerevole. In tali paesi, la conciliazione viene in effetti avvertita, anche a livello sociale, come ben distinta dalla giustizia forense e non semplicemente come una sua propaggine. La conciliazione, merita sottolinearlo, parte da presupposti diametralmente opposti rispetto a quelli su cui poggia il processo, e per questo è ad esso irriducibile. Mentre il secondo si attaglia sul piano dei diritti, ponendosi in termini di assoluta indifferenza rispetto alle motivazioni ed alle vicende personali delle parti in causa, e anzi dovendo in prima istanza escludere dalla valutazione tutte quelle che esulino dalla materia del contendere, la mediazione opera sul ben distinto piano degli interessi effettivi e trae le mosse dal recupero della comunicazione tra le parti, imprescindibilmente connessa alla conoscenza dell’esperienza personale dei soggetti che prendono parte alla procedura. Quello della conciliazione è dunque un approccio alla lite nettamente distinto da quello che si ha nel corso di una controversia giudiziale, e che come tale va inteso nell’immaginario del legislatore già all’atto della elaborazione della struttura normativa. Si tratta in effetti di un sistema normativo per cui il positivismo giuridico non paga, e che impone un contestuale radicamento a livello sociale, quale risultato di imprescindibili interventi di sensibilizzazione mirata. Proprio in considerazione di tali necessità risulta estremamente opportuno che il legislatore italiano riconosca, anche in sede normativa, un ben preciso e valorizzato ruolo alle categorie di professionisti che nel contesto del nuovo sistema di mediazione sono chiamate ad operare, pena il disinteresse da parte della stesse ed il possibile insuccesso del sistema conciliativo, che si pone però ad oggi come la prospettiva a cui i sistemi normativi internazionali tutti si rivolgono, e dunque non può essere abbandonato. A parere di chi scrive emergono dunque queste criticità sia in merito alla funzione accordata dal legislatore al procedimento, sia di approccio da parte dei professionisti, sia infine di radicamento sociale, che rendono sostanzialmente ancora debole e di difficile attuazione il sistema normativo in discorso. Dottoressa Mariarosa Rao


            

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