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La Cassazione sulle ragioni giustificatrici di riduzione del personale

19 Novembre 2009 - Autore:

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 29 settembre - 28 ottobre 2009, n. 22824
Presidente Sciarelli - Relatore Ianniello
Ricorrente Stelluti


Svolgimento del processo


Con sentenza depositata il 27 luglio 2005, la Corte d'appello di Torino ha confermato integralmente la sentenza in data 21 ottobre 2004, con la quale il Tribunale della medesima città, adito quale giudice del lavoro, aveva respinto le domande proposte da P.S. nei confronti della s.p.a. Cortiplast MP-K avverso il licenziamento da quest'ultima comunicatogli l'11 giugno 2003, a conclusione della procedura di riduzione del personale avviata, ai sensi degli artt. 4 e 24 della legge 23 luglio 1991 n. 223, con comunicazione del 23 aprile 2003.
In proposito, la Corte territoriale ha respinto le deduzioni del lavoratore relativamente alla non effettività del presupposti per il licenziamento collettivo, alla mancata esplicitazione delle ragioni del rifiuto di ricorrere a soluzioni alternative allo stesso, alla inosservanza, da parte della società, della procedura di cui all'A.I. 18 aprile 1966 nei riguardi dell'appellante in quanto membro della R.S.U. aziendale, alla illegittima applicazione dei criteri legali di scelta del personale da porre in mobilità e di cui all'art. 5 della legge citata nonché alla natura discriminatoria del licenziamento ex art. 3 della legge 11 maggio 1990 n. 108.
Avverso la sentenza della Corte d'appello, P.S. propone rituale ricorso per cassazione, affidandolo a cinque motivi, illustrati poi con memoria depositata ai sensi dell'art. 378 c.p.c..
Resiste alle domande la Cortiplast MP-K s.p.a. con proprio regolare controricorso.



Motivi della decisione


1 - Col primo motivo di ricorso, la difesa dello S. deduce l'“illegittimità della procedura ex lege n. 223/1991 seguita da Cortiplast MP-K, per violazione o falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 n. 3 c.p.c.)”.
In risposta alle obiezioni sollevate dall'appellante relativamente al mancato controllo giudiziale da parte del giudice di prime cure in ordine alla effettività della situazione di crisi e riorganizzazione indicata dalla società come motivo della riduzione della struttura aziendale, la Corte territoriale si sarebbe infatti attenuta ad una interpretazione assai restrittiva della possibile sindacabilità giudiziaria della relativa decisione, così omettendo di rilevare che nel caso in esame la procedura di controllo sindacale della operazione era stata osservata dalla società solo formalmente, senza che l'azienda versasse effettivamente in una situazione di crisi e senza in realtà fornire risposte adeguate alle richieste dei sindacati di indicare i motivi del rifiuto di ricorrere a misure alternative al licenziamento.
Sarebbe quindi mancata da parte della società quella collaborazione tra impresa e sindacato presupposta dalle norme della legge n. 223/91.
2 - Col secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per non aver ritenuto illegittimo il suo licenziamento in ragione della “omessa informazione alla Flerica CISL del licenziamento di un R.S.U.”, in applicazione dell'A.I. sulle commissioni interne del 18 aprile 1966 e pertanto “in violazione e falsa applicazione di norma di diritto (art. 360 n. 3 c.p.c.)”.
3 - Col terzo motivo di ricorso, viene dedotta la “erronea e illegittima applicazione dei criteri di scelta; violazione e falsa applicazione di norme di legge (art. 360 n. 3 c.p.c.); insufficienza di motivazione”.
Erroneamente, infatti, la Corte d'appello avrebbe ritenuto non fondate le censure svolte dalla difesa dello Stelluti in quella sede con riguardo alla decisione della società di attribuire, nel concorso dei criteri legali di scelta del personale da porre in mobilità, un peso maggiore (50%) alle esigenze tecnico organizzative rispetto agli altri due criteri (ai quali è stato assegnato un peso ponderale del 25% ciascuno) nonché di determinare, per ognuno dei tre parametri di valutazione, punteggi del tutto discrezionali (tra l'altro, con un peso sproporzionato assegnato ai carichi familiari - dieci punti per ogni carico - rispetto a quello dell'anzianità di servizio - un punto per ogni anno), svincolati da qualsivoglia elemento di riscontro oggettivo, che avrebbe evitato il rischio di una conformazione degli stessi funzionale alla individuazione di lavoratori già prescelti come destinatari del licenziamento.
4 - Col quarto motivo di ricorso, la difesa dello Stelluti censura la sentenza impugnata per pretesa violazione ed erronea applicazione di norme di legge e per carenza di motivazione, laddove la Corte territoriale aveva respinto il motivo di appello che censurava la sentenza di primo grado per non aver ritenuto l'illegittimità del licenziamento in quanto discriminatorio.
La società avrebbe in un primo tempo esonerato il lavoratore dalla prestazione per un anno e poi lo avrebbe posto in CIGO, sostituendolo nella mansione di capo turno con altro dipendente. Il disegno espulsivo del lavoratore ritenuto scomodo si sarebbe infine completato, secondo il ricorrente, col suo licenziamento.
5 - Col quinto motivo il ricorrente deduce la violazione o l'erronea applicazione di norme di legge e la carenza di motivazione della sentenza impugnata, per non aver la Corte territoriale rilevato l'illegittimità del licenziamento impugnato in ragione dell'arbitrarietà della scelta datoriale nel riferimento dei criteri di scelta adottati agli appartenenti alle singole categorie di inquadramento coinvolte nella scelta.
Ricollegandosi a quanto rilevato col terzo motivo, la difesa dello Stelluti sostiene che la società avrebbe volutamente adottato criteri di scelta arbitrari, al fine di pervenire alla individuazione del ricorrente come destinatario del licenziamento.
La scelta del ricorrente non era del resto conseguita all'applicazione dei criteri indicati nei riguardi di tutto il personale dello stabilimento interessato dalla crisi e riorganizzazione. La società aveva prima applicato i punteggi a tutto tale personale, ma poi, invece di seguire la conseguente graduatoria, aveva operato la scelta del personale da licenziare avendo riguardo alla posizione di ciascuno all'interno delle singole categorie contrattuali di appartenenza interessate alla riduzione (con ciò introducendo un ulteriore elemento attinente le esigenze aziendali, alle quali avrebbe così attribuito un doppio peso) e solo all'interno di ogni qualifica aveva applicato i criteri indicati. Viceversa, secondo il ricorrente, la società avrebbe dovuto applicare i criteri elaborati a tutto il personale interessato o quantomeno, distintamente, alla categoria impiegatizia e a quella operai-intermedi e, se così avesse agito, il ricorrente non sarebbe stato licenziato.
Avallando il raffronto interno ad ogni categoria, in quanto “giustificato dalle esigenze organizzative che hanno dato luogo alla procedura”, la Corte d'appello avrebbe fatto falsa o erronea applicazione della norma di legge e comunque avrebbe motivato in maniera carente la propria decisione.
Il ricorso conclude con la richiesta di annullamento della sentenza impugnata, con ogni conseguenza di legge.
6 - Con riguardo al primo motivo di ricorso, va preliminarmente respinta la deduzione di inammissibilità dello stesso formulata dalla controricorrente e fondata sulla pretesa mancata specificazione delle norme di diritto che, secondo il ricorrente, sarebbero state violate o falsamente applicate dalla Corte territoriale.
Nella illustrazione del motivo, è infatti chiaramente individuabile il tema investito dalle relative censure, che è quello dei limiti legali del controllo giudiziario in ordine alla effettiva sussistenza delle ragioni della riduzione nonché in ordine alla regolarità del procedimento di mobilità di cui all'art. 4 della legge n. 223 e con gli effetti di cui al comma 12 del medesimo e di cui al comma 10 dell'art. 5 successivo, in particolare sotto il profilo della corretta indicazione da parte dell'impresa delle ragioni per le quali ha ritenuto di non aderire alle richieste sindacali di adozione di misure alternative al licenziamento.
A proposito di questo secondo aspetto, va peraltro rilevato che, ad una prima lettura del motivo di ricorso, non appare per la verità di immediata evidenza se esso riguardi il mancato rilievo, da parte della Corte territoriale, di una carenza relativa alla comunicazione di apertura della procedura (come potrebbe dedursi dalla giurisprudenza citata - Cass. sentt. n. 13031/02 e 13196/03) oppure della risposta non di buona fede data dalla società (e quindi di rispetto solo formale della procedura, come ripetutamente è affermato nel corpo del motivo) alla richiesta formulata dal sindacato, in corso di procedura, di attivare alcune concrete misure alternative.
Al riguardo, ad una considerazione più attenta e complessiva del motivo, il significato della censura appare quello indicato per ultimo, anche alla luce del fatto che la sentenza ha così interpretato l'analogo motivo di appello, senza che nel ricorso ciò sia stato oggetto di specifica censura anche attraverso la riproduzione del testo della comunicazione di apertura della procedura eventualmente censurata (come sarebbe stato necessario in applicazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, su cui cfr. da ultimo, Cass. nn. 5043/09, 4823/09 e 338109).
In proposito, il tentativo solo ora attuato dal ricorrente con la memoria ex art. 378 c.p.c., di spostare il nucleo centrale della censura sulla osservanza o meno della disciplina di cui all'art. 4, commi 2 e 3 della legge citata non può sortire alcun risultato, in quanto tardivo.
Il motivo è peraltro infondato.
Secondo la giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte, cui il collegio non ritiene di discostarsi, “la legge n. 223 del 1991, nel prevedere agli artt. 4 e 5 la puntuale, completa e cadenzata procedimentalizzazione del provvedimento datoriale di messa in mobilità/licenziamento collettivo, ha introdotto un significativo elemento innovativo consistente nel passaggio dal controllo giurisdizionale, esercitato ex post nel precedente assetto ordinamentale, ad un controllo dell'iniziativa imprenditoriale, concernente il ridimensionamento dell'impresa, devoluto ex ante alle organizzazioni sindacali, destinatarie di incisivi poteri di informazione e consultazione. I residui spazi di controllo devoluti al giudice in sede contenziosa non riguardano quindi più gli specifici motivi della riduzione di personale (a differenza di quanto accade in relazione ai licenziamenti per giustificato motivo oggettivo), ma la correttezza procedurale della operazione” (cfr., per tutte, Cass. 23 maggio 2008 n. 13381, 14 giugno 2007 n. 13876, 16 marzo 2007 n. 6225, 14 novembre 2006 n. 24279 e 6 ottobre 2006 n. 21541).
Funzionale a tale possibilità di controllo preventivo è del resto l'obbligo per l'impresa di trattare in buona fede, obbligo specificato dalla legge in doveri tipici, quale quello, fondamentale, di specifica informazione - preventiva e in corso di procedura - e quello di motivazione delle scelte, con un comportamento che deve essere ispirato a piena lealtà nel corso dell'intera procedura; obblighi tutti, la cui osservanza può poi costituire oggetto del controllo giudiziario.
Nel valutare l'andamento della procedura seguita, negli snodi critici evidenziati dall'appellante, la Corte territoriale si è attenuta a tali principi, rilevando la corretta indicazione da parte della società delle ragioni, di tipo prevalentemente riorganizzativo (non quindi conseguente ad una crisi aziendale piena, ma a difficoltà riferibili ad un solo settore, quello produttivo, in prospettiva ritenute pericolose per “l'efficienza e la competitività” dell'impresa sul mercato), della scelta relativa al ridimensionamento dell'impresa mediante “la riduzione o la soppressione di specifiche attività” nonché dei motivi per cui non erano state ritenute possibili le misure alternative prospettate nel corso della procedura dal sindacato (ricorso al part time e ai contratti di solidarietà e alla CIGS).
In particolare, a quest'ultimo proposito, la Corte d'appello ha evidenziato motivi economici e motivi organizzativi valutati come opportunamente dedotti a sostegno del diniego delle misure alternative richieste, che la controricorrente ha poi ulteriormente specificato nel proprio atto difensivo, mediante il richiamo e la riproduzione di atti del processo, come connessi, sul piano organizzativo, al tipo di produzione, a ciclo continuo, in atto in azienda e, sul piano della insostenibilità dei costi della CIGS, con la ritenuta impraticabilità economica di un progetto riorganizzativo finalizzato al recupero del personale eccedente, prospettato come eccessivamente oneroso, anche in ragione del fatto che si sarebbe posto a ridosso di una riorganizzazione da poco operata.
A fronte di tali argomentazioni, il ricorrente si limita a ripetere le censure già formulate in appello in ordine ad un controllo giudiziario eccessivamente contenuto da parte della Corte territoriale nonché pretesamene limitato a meri aspetti formali della vicenda risolutoria, che sarebbe caratterizzata dall'assenza di una crisi aziendale (ma, come già rilevato, la sentenza ha spiegato che si era trattato di un ridimensionamento finalizzato al recupero di efficienza), negando altresì apoditticamente che nel corso della procedura la società abbia fornito le informazioni e le spiegazioni riportate dalla sentenza in ordine alle ragioni della mancata adozione di misure alternative al licenziamento collettivo.
7 - Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
In proposito, il ricorrente lamenta la violazione dell'A.I. sulle commissioni interne del 18.4.1966, qualificandola come violazione di norme di diritto. Senonché, tale accordo interconfederale non contiene norme di diritto ma unicamente norme di natura contrattuale, come tali non conoscibili direttamente da questa Corte di legittimità prima delle modifiche al codice di procedura civile introdotte dal D.Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40, inapplicabili al caso in esame ratione temporis (arg. art. 27, comma 2 del citato decreto).
Lo Stelluti avrebbe pertanto dovuto, a sostegno del motivo che investe tale accordo, riprodurne il contenuto e specificare quale norma legale di ermeneutica contrattuale (artt. 1362 e ss. cod. civ.) sia stata secondo lui violata o mal interpretata e applicata o quale vizio motivazionale affligga l'interpretazione dell'accordo resa dalla Corte territoriale, laddove questa ha valutato che esso riguardi esclusivamente le commissioni interne e non sia applicabile alle R.S.A. o alle R.S.U. - uniche censure (di violazione di regole legali di ermeneutica contrattuale o di vizio di motivazione) che è possibile muovere, in sede di legittimità, alla interpretazione e applicazione di una norma contrattuale operate dai giudici di merito (cfr., al riguardo, ex plurimis, Cass. 9 febbraio 2006 n. 9553).
Al riguardo, il ricorrente si è limitato a lamentare la mancata applicazione analogica di tale accordo anche al diverso caso del licenziamento di un R.S.U., censura che appare comunque in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte, che qui si ribadisce e che viene richiamata anche dalla sentenza impugnata, secondo la quale la garanzia procedimentale di cui all'accordo del 1966 può trovare applicazione nel caso di licenziamento di un R.S.A. (o di un R.S.U.) unicamente laddove una norma contrattuale estenda a tale caso la relativa disciplina ovvero nell'ipotesi in cui il diverso organismo sindacale aziendale abbia di fatto sostituito la commissione interna o ne abbia comunque assunto le funzioni (Cass. 16 giugno 2000 n. 8207).
A fronte di tale richiamo operato dalla sentenza impugnata con la conseguente considerazione che nessuna norma contrattuale prevede la suddetta estensione (e anzi l'art. 61 del C.C.N.L. applicato al rapporto la prevede unicamente per le imprese con meno di 16 dipendenti), il ricorrente non sviluppa nel ricorso nessuna considerazione aggiuntiva (salvo un richiamo, tardivo e comunque meramente assertivo, nella memoria ex art. 378 c.p.c. secondo cui la R.S.U. avrebbe assorbito la commissione interna), travisando altresì il significato del riferimento della sentenza all'art. 61 del C.C.N.L., col ritenere la relativa considerazione come riferita ad un passaggio - inesistente - della sentenza di questa Corte n. 8207/00, citata, così rendendo manifestamente infondato il motivo.
8 - Il terzo e il quinto motivo di ricorso, che conviene trattare congiuntamente, in quanto strettamente connessi, sono infondati.
Va in proposito anzitutto ricordato che secondo la giurisprudenza di questa Corte cui il collegio aderisce, il doppio richiamo operato dal primo comma dell'art. 5 della legge n. 223/91 alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative (“L'individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità deve avvenire, in relazione alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale, nel rispetto dei criteri previsti ai contratti collettivi stipulati con i sindacati di cui all'art. 4, comma 2 ovvero, in mancanza di questi contratti, nel rispetto dei seguenti criteri, in concorso tra loro: a) carichi di famiglia; b) anzianità; c) esigenze tecnico-produttive ed organizzative”), assume il seguente significato: al primo di essi è attribuibile la funzione di individuare l'ambito aziendale antro il quale dovranno operare i criteri di scelta veri e propri, tra i quali, ove siano applicabili quelli legali, va poi considerato anche il criterio delle esigenze tecnico produttive e organizzative.
Sotto il primo profilo, “la riduzione di personale deve, in linea generale, investire l'intero complesso aziendale, potendo essere limitato a specifici rami aziendali soltanto se caratterizzati da autonomia e specificità delle professionalità utilizzate, infungibili rispetto alle altre” (cfr. al riguardo, Cass. 14 giugno 2007 n. 13876 e, in precedenza, Cass. sentt. nn. 7752/06, 9888/06, 11034/06 e 11886/06; ma, in senso parzialmente diverso, cfr. Cass. n. 26376/08 e 13381/08).
Il primo richiamo della norma di legge in esame è infatti significativamente riferito al “complesso aziendale” nella sua interezza; a ciò va aggiunto il riferimento al “personale abitualmente impiegato”, aggiunto all'originario testo dell'art. 4, 3° comma della legge n. 223 dall'art. 1 del D.Lgs. n. 151 del 1997, per cui i “profili professionali da prendere in considerazione sono anche quelli propri di tutti i dipendenti potenzialmente interessati (in negativo) alla mobilità, tra i quali potrà, all'esito della procedura, operarsi la scelta dei lavoratori da collocare in mobilità” (sono parole di questa Corte nella citata sentenza n. 13876/07).
Profili professionali, appunto (e non qualifiche o categorie), potenzialmente interessati alla mobilità, come ripetutamente affermato da questa Corte nel caso di applicazione dei criteri legali di scelta (cfr., per tutte, Cass. nn. 10590/05 e 9888/06).
Inoltre, secondo il collegio, il principio di cui all'art. 5 della legge n. 223 del 1991, relativo al necessario concorso dei criteri legali di selezione del personale da licenziare, se impone al datore di lavoro una valutazione globale dei medesimi, non esclude tuttavia l'attribuzione di un peso specifico diverso all'uno o all’altro di tali criteri e, in particolare, alle esigenze tecniche e produttive, essendo questo il criterio più coerente con le finalità perseguite attraverso la riduzione di personale, sempre che la scelta trovi giustificazione in fattori obbiettivi e non sottenda intenti elusivi o ragioni discriminatorie (in senso conforme, cfr., ad es.. Cass. 3 febbraio 2000 n. 1201 c 6 novembre 2000 n. 14434).
Facendo applicazione di tali principi, la Corte territoriale ha conseguentemente ritenuto in maniera incensurabile corretto il confronto operato dalla società tra i dipendenti della Divisione leghe poliolefiniche di Leinì (la delimitazione di tale ambito non è contestata in giudizio) appartenenti o appartenuti o fungibili rispetto a ciascun profilo professionale destinato ad essere soppresso.
Confronto che, alla stregua della giurisprudenza di questa Corte richiamata, è stato ritenuto correttamente essere stato effettuato sulla base di criteri ai quali era stato attribuito un peso specifico diverso (in particolare privilegiando quello relativo alle esigenze tecnico produttive e organizzative), comunque giudicati espressamente oggettivi, con una valutazione di fatto riservata, come tale ai giudici di merito e della quale le critiche svolte dal ricorrente sia in appello che in questa sede non riescono ad evidenziare l'illegittimità o la manifesta incongruità.
A quest'ultimo proposito, il ricorso si limita sostanzialmente a contrapporre alle modalità con le quali la società ha applicato i criteri legali di scelta altre ritenute migliori, sollecitando quindi da questa Corte una nuova valutazione in fatto, inammissibile in sede di legittimità, in quanto eccedente i limiti del relativo controllo giudiziale segnati dall'art. 360. n. 5 c.p.c..
9 - Infine, il quarto motivo è manifestamente infondato, al limite della inammissibilità.
Il ricorrente non esplicita infatti in relazione a quale sua qualità o azione il licenziamento sarebbe discriminatorio.
Probabilmente trattasi di pretesa discriminazione in ragione della sua qualità di dirigente sindacale, come dedotto già in sede di appello, con un motivo che la Corte ha adeguatamente contrastato, rilevando che egli era stato inizialmente distaccato presso il suo sindacato per un anno esclusivamente sulla base di una sua esplicita richiesta scritta; che la sua successiva collocazione in CIGO, avendo riguardato altri 28 dei 31 dipendenti dello stabilimento, non appariva per ciò solo discriminatoria; che anche il licenziamento non poteva essere considerato come motivato anche solo in parte da motivi di contrasto sindacale, dato che, dei 29 dipendenti all'epoca rimasti in forza, 27 erano iscritti al medesimo sindacato, per cui era naturale che i cinque licenziati fossero tutti iscritti al sindacato e che, comunque, i rapporti della società col sindacato di appartenenza dell'appellante apparivano buoni e collaborativi.
Tali motivazioni della Corte non sono specificatamente censurate in questa sede dal ricorrente, che si limita a riproporre le censure che in appello hanno ricevuto adeguata considerazione e risposta da parte dei giudici di merito.
10 - Concludendo, sulla base delle considerazioni svolte, il ricorso va respinto, con la conseguente condanna del ricorrente a rimborsare alla società le spese di questo giudizio di cassazione, liquidate in dispositivo.



P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla società controricorrente le spese di questo giudizio, liquidate in Euro 46,00 per spese ed Euro 1.500,00, oltre accessori, per onorari.




 




            

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