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Kaos creativo in Eurozona fra Eurobond, rischi e debiti

28 Luglio 2011 - Autore: Redazione


a cura del Prof. Giuseppe G. SANTORSOLA
Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari.
Università Parthenope di Napoli

Forse non è ancora il quadro definitivo, ma le decisioni assunte questa settimana in merito al debito greco (e in prospettiva non solo quello) disegnano un compromesso (anche se positivo) fra esigenze della politica (Bruxelles) e della finanza (Francoforte) senza prevaricazioni forzate eccessive. L’urgenza ha reso improponibile l’ipotesi di realizzare compiutamente gli auspicati Eurobond, quale titolo emesso dalla UE con rating migliore di quello dei singoli paesi in difficoltà. Idea forte ed ideale con difetti potenziali nel creare un debito nell’ambito dell’Unione, soggetto al momento esente dal problema e quindi, con il miglior rating. Il modello creato prevede una soluzione a tre livelli: la Grecia emette debito che le istituzioni bancarie comunitarie comprano, il Fondo Europeo ESFS garantisce essendo a sua volta finanziato e coperto da titoli garantiti dagli Stati europei più forti. Un modello strutturato, in linea con la miglior finanza creativa degli ultimi anni, benché necessario ed unificante (per paradosso) i Paesi della UE. Può apparire marginale, ma in futuro potrebbe risultare essenziale l’altra modifica di non prevedere più l’unanimità all’interno dell’ESFS, soluzione ormai fuori dal contesto storico della moderna economia finanziarie, bensì un più flessibile “mutual agreement”.

Purtroppo, la soluzione, raggiunta come temuto all’ultimo, ha significato anche il successo della speculazione, gonfia di titoli greci (e non solo) acquistati a prezzi bassi, oggi più garantiti e vendibili in futuro con buoni margini. Si era detto più volte e in molti, inascoltati che il panico era fuori luogo, ma pressioni, paure e volatilità si sono manifestate secondo i canoni tipici. Day after o quiete dopo la tempesta per i prossimi giorni? Certo, “odo augelli far festa” fra trader e raider.
Per contro, la Grecia vivrà una condizione di colonia del XXI secolo in stato di servitù debitoria, come sostiene Paul Krugman, con un debito estero creato negli ultimi 2 anni pari a oltre il 50% del PIL. I primi 100 miliardi non sono stati spesi bene; sarà opportuno migliorare il profilo per i nuovi 200 per ricreare condizioni di sviluppo economico reale, approfittando dell’innaturale tasso d’interesse offerto (3,5% contro i 26 punti del 22 luglio di spread greco sul Bund (oltretutto su orizzonte temporale più breve).

Altro elemento critico è l’induzione al moral hazard suggerita dall’accordo con la innovativa facoltà per l’ESFS di riacquistare titoli greci (o domani di altri Paesi), oppure di fornirne di propri garantiti in sostituzione. Le banche centrali tedesca e francese erano contrarie, ma hanno dovuto accettare, ricordando anche che negli Usa e in Gran Bretagna tali procedure sono previste, ma che l’abilità dei banchieri centrali risiede nella capacità di farne solo uso straordinario ma consentito, piuttosto che doverne richiedere autorizzazione sotto il massimo stress.

In merito al domani, è interessante e nuovo il ruolo delle banche “private” cui sono offerte (senza vincoli d’obbligo) ben quattro opzioni per il loro portafoglio di titoli greci, dal rollover su titoli più lunghi allo swap alla pari con titoli garantiti dall’ESFS, allo scambio  con sconto del 20% su titoli a 15  o a 30 anni. Sarà anche la convenienza fiscale, fortemente differente nei vari Paesi, a guidare la scelta di ciascun soggetto.

Tutto questo si coniuga con il riconoscimento formale del “fallimento” della Grecia, che sarà sancito anche dalle decisioni delle agenzie di rating (anche se solo con una innovativa soluzione temporanea); ciò significa che tutti dobbiamo renderci conto che uno Stato può dichiarare default, ma che dietro questo condizione, è previsto l’intervento di copertura in funzione di garanzia. Un modello che incide su convinzioni radicate in molti di noi, la cui accettazione pragmatica sarebbe segno di tempi nuovi in un contesto dove una UE sempre più allargata potrebbe riproporre condizioni di crisi anche di diversa natura.
 




            

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