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Intervista esclusiva a Sebastiano Toni, Amministratore Delegato di Aliante Trust Company

5 Luglio 2010 - Autore: Redazione


Oggi incontriamo Sebastiano Toni, Amministratore delegato di Aliante Trust Company. Quali sono gli obiettivi e la filosofia della sua azienda?

Il nostri obiettivi sono principalmente quelli di offrire una struttura ai professionisti che hanno consigliato ed hanno collaborato alla costituzione dei Trusts ed hanno bisogno di individuare figure alle quali demandare la gestione del Trust, ossia il Trustee, o la supervisione sull’adempimento del relativo regolamento, ossia il Protector, o Guardiano del Trust. In questa prospettiva, la filosofia di Aliante Trust Company è quella di offrire un ruolo professionale, imparziale e senza conflitto di interessi, rispetto agli altri soggetti del Trust, quali i Disponenti, ossia coloro che conferiscono i beni nel Trust, e i beneficiari, ossia coloro che riceveranno, al termine del Trust, i beni stessi o meglio quello che sarà il Fondo in Trust.


Aliante Trust Company si occupa di Trust. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di tale istituto? Esso si applica solo a grandi patrimoni?

Come ho detto, noi ci atteniamo al ruolo o di Trustee o di Guardiano del Trust e quindi in questo contesto ci occupiamo della gestione o supervisione in conformità ai doveri e poteri demandati dall’atto istitutivo di Trust.
I vantaggi di questo Istituto sono notevoli sia in ambito giuridico che in ambito fiscale. Attualmente non esistono nel nostro Ordinamento strumenti negoziali che garantiscono, attraverso l’effetto segregativo dei beni conferiti, la gestione di un patrimonio per uno scopo o nell’interesse di determinati beneficiari. A ciò si aggiunga la duttilità del Trust, perché applicabile sia all’interno della famiglia, anche di fatto, sia nell’impresa o società. Nel campo familiare, per fare un esempio, il fondo patrimoniale non è certo equiparabile al Trust per i suoi limiti oggettivi e soggettivi, mentre in campo societario, l’istituto dei patrimoni destinati ad uno specifico affare di cui all’art.2447 bis C.C. ha ambiti applicativi troppo circoscritti.
La recente normativa fiscale ha poi aiutato a chiarire in quali contesti si possono avere particolari benefici, sia come imposizione diretta che indiretta.
Non mi sembra ci siano svantaggi, se non quello di far capire bene ai Disponenti la vera funzione e finalità del Trust.
E’vero che nell’opinione comune se si pensa al Trust si pensa a grandi patrimoni, ma così non è. Non c’è un minimo o un massimo di conferimento, così come non c’è alcuna limitazione sul genere dei beni che possa essere conferito in Trust, potendo riguardare immobili, auto, quote sociali, titoli, quadri, etc. Il Trust può anche nascere con un fondo minimo da ampliarsi nel tempo, con successivi atti dispositivi, essendo tuttavia fondamentale che si formi quel patrimonio da gestire nell’interesse dei beneficiari o per uno scopo.


L’ordinamento italiano consente un corretto passaggio generazionale? Quale è il suo pensiero e quale può essere il reale contributo del trust in questo ambito?

Il patto di famiglia, quale istituto deputato indirettamente a regolamentare un passaggio generazionale all’interno dell’impresa, ritengo non possa considerarsi né la soluzione corretta per come si attua, né tanto meno la soluzione più efficace, sol che si considerino i ristretti ambiti di applicazione e, soprattutto, la mancanza di un gestore che possa consentire al meglio di passare il comando di un’attività nel tempo. Per questa ragione non vedo, al momento, altre soluzioni se non il ricorso al Trust, proprio perché il passaggio generazionale, ad esempio di partecipazioni, oltretutto particolarmente favorito dal punto di vista fiscale, ben può attuarsi attraverso un Trustee professionale, il quale, consegnerà il testimone alle nuove generazioni quando sarà il momento previsto nell’atto di trust o al verificarsi di determinati eventi voluti dal fondatore dell’azienda.


Per lungo tempo in Italia si è guardato al fenomeno giuridico del trust con diffidenza; un atteggiamento dovuto in gran parte all’erronea convinzione che si trattasse di un tipico strumento di elusione fiscale. Lei cosa ne pensa?

E’vero, ma è un problema culturale, non del Trust. Se Trust è protezione o segregazione, questo non significa distrazione o sottrazione dei beni al fisco o ai creditori. Paradossalmente chi ricorre al Trust come strumento di elusione sbaglia due volte: la prima perché i beni in Trust rimarranno in Trust e quindi con l’esperimento delle azioni giudiziarie del caso (nullità, revocatoria) potrà riconsegnare i beni a chi voleva sottrarli; la seconda perché si espone a procedimenti giudiziari nei quali sarà onerato di dover sostenere l’insostenibile.


Quali ritiene possano essere gli sviluppi futuri di questo istituto in Italia?

Io credo molto nel Trust a scopo di garanzia, ossia come strumento per preferire determinati creditori in certe situazioni. In quest’ambito le applicazioni sono ancora limitate perché particolarmente penalizzate da un punto di vista fiscale, ma penso che nel prossimo futuro, saranno sicuramente ricercate e suggerite dagli addetti ai lavori.

Claudia Chiari




            

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