Impresa familiare

6 Aprile 2009 - Autore: Avvocati Plenteda e Maggiulli (www.plentedamaggiulli.it)


Fonte: www.plentedamaggiulli.it

Autore: Dott. Giuseppe Nuzzo

Prima della riforma del diritto di famiglia, a coloro che collaboravano all'interno dell'impresa di un familiare non era riconosciuta alcuna tutela specifica: il lavoro prestato a favore del fratello, del coniuge o del genitore ecc., doveva presumersi, secondo la giurisprudenza, come prestato gratuitamente.
Tutto ciò finiva per determinare, nell’ambito delle attività economiche a conduzioni familiare, veri e propri fenomeni di sfruttamento.

Con la riforma del 1975, il legislatore ha inteso porre rimedio a tale situazione, introducendo la disciplina dell'impresa familiare.

Si tratta di una figura che si colloca a metà strada tra il contratto di lavoro subordinato e la società semplice ed ha la finalità di coniugare il riconoscimento dell'apporto lavorativo di ciascun componente della famiglia, intesa in senso ampio, con il legame (c.d. affectio coniugalis) che unisce i familiari tra loro.
Alcuni giuristi individuano in questo elemento una sorta di rapporto associativo, nel cui ambito il lavoro non è svolto in adempimento di obbligo che nasce da un contratto, ma spontaneamente, in adempimento di un dovere familiare.

I vantaggi di questa forma organizzativa sono rappresentati, da un lato, dalla possibilità di far partecipare i familiari all'attività d'impresa senza dover costituire una società e, dall'altro, dalla ripartibilità del reddito e dei relativi oneri fiscali tra più persone.
La costituzione dell’impresa e la tenuta della contabilità, poi, sono relativamente semplici.

L'inconveniente, invece, è che il carico di responsabilità continua a gravare sul titolare dell'impresa.

La disciplina giuridica è contenuta interamente nell'art. 230-bis del Codice civile, il quale definisce l'impresa familiare come impresa in cui, affianco al titolare, collaborano il coniuge, i parenti entro in terzo grado e gli affini entro il secondo.

Al familiare che in modo continuativo presta la sua attività nella famiglia o nell'impresa familiare sono riconosciuti:
- il diritto al mantenimento, secondo le condizioni patrimoniali della famiglia;
- il diritto di partecipare agli utili dell'impresa ed ai beni acquistati mediante il loro reinvestimento, nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato (a tale riguardo, la legge precisa che il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell'uomo). Il diritto spettante a ciascun familiare sui reinvestimenti e sugli incrementi dell'azienda può essere liquidato in denaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione lavorativa o in caso di alienazione dell'azienda; il pagamento della liquidazione, inoltre, può anche avvenire in più annualità, determinate in difetto d'accordo dall'autorità giudiziaria;
- il diritto di partecipare alle decisioni strategiche dell'impresa (impiego degli utili e incrementi, gestione straordinaria, indirizzi produttivi e cessazione dell'impresa): queste decisioni devono essere adottate, a maggioranza, da tutti i familiari che partecipano all'impresa.
- il diritto di prelazione sull'azienda, in caso trasferimento o divisione ereditaria della stessa.

La posizione del partecipante all'impresa familiare, cioè l'insieme dei diritti appena indicati, non è trasferibile a terzi, salvo che il trasferimento avvenga a favore di altri componenti della famiglia e con il consenso unanime di tutti i partecipanti all'impresa familiare.

La costituzione dell'impresa familiare può avvenire sia mediante apposito contratto, che fissi obiettivamente la concreta collaborazione dei partecipanti, sia per fatti concludenti, e cioè alla stregua di comportamenti volontari dai quali si possa desumere l'esistenza di un'attività d'impresa gestita con la collaborazione continuativa di più familiari.

In quest'ultimo caso, qualora sorgano contestazioni, il congiunto che rivendichi la qualità di componente dell'impresa deve fornire la prova dell'apporto continuativamente dato alla gestione di essa.
Tale apporto sussiste allorché l'attività da lui svolta, sebbene diretta in via immediata a soddisfare le esigenze domestiche e personali della famiglia, assuma rilievo nella gestione in quanto funzionale e strumentale all'attuazione dei fini di produzione e di scambio di beni e servizi.

I familiari che partecipano all'attività d'impresa non assumono a loro volta la qualità di imprenditori. Il titolare dell'impresa, infatti, rimane l'effettivo gestore dell'attività imprenditoriale, conserva piena libertà per quanto riguarda l'amministrazione ordinaria e risponde in via esclusiva nei confronti dei terzi per i debiti sorti nell'esercizio dell'impresa.

La qualità di partecipante dell'impresa familiare si estingue nei casi di:
- morte;
- cessazione del rapporto familiare a seguito di annullamento o scioglimento del matrimonio;
- esclusione deliberata dalla maggioranza dei partecipanti, ad esempio per scarso rendimento e per incapacità;
- recesso;
- impossibilità sopravvenuta di prestare l'attività di lavoro.

È importante ricordare che la disciplina dell'impresa familiare ha carattere residuale, cioè trova applicazione soltanto quando fra gli interessati non sia configurabile un diverso rapporto: così, se esiste un contratto di lavoro subordinato o un contratto di società, si applicheranno le diverse regole sui diritti e gli obblighi esistenti rispettivamente fra datore e prestatore di lavoro o fra soci.




            

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