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Il processo contro Caio Rabirio

10 Novembre 2008 - Autore:


L’insistere sul rapporto tra processo duumvirale per perduellione e provocatio, rappresenta un excursus che permette un’analisi maggiormente precisa e puntuale riguardo al diritto di appellarsi al popolo durante l’età regia.

Proprio per questo motivo analizziamo il processo contro Caio Rabirio.

Si veda a riguardo Amirante (Sulla provocatio ad populum fino al 300, Napoli 1984) che nota come “parli” il silenzio di Cicerone, riguardo all’episodio dell’Orazio superstite, nella Pro Rabirio, soprattutto alla luce del brano di Livio:

 

“Possibile che Cicerone dimentichi in questo contesto proprio Tullio Ostilio, in relazione al quale Livio menziona le formule ricordate da Cicerone nella Pro Rabirio ? Le ha trovate Livio proprio nella Pro Rabirio? E quale in questo caso la fonte di Cicerone? […] Ora, se della provocatio dell’Orazio fu auctor lo stesso Re Tullio, la lex orrendi carminis non poteva prevedere la provocatio come diritto del cittadino condannato dai duumviri perduellionis così come è invece nel testo, quale è riferito dallo stesso Livio”.

 

L’arringa di Marco Tullio Cicerone[1] è pronunciata davanti ai duumviri perduellionis, Giulio Cesare e suo cugino Lucio Cesare alla fine del quale il vecchio senatore viene condannato a morte tramite crocifissione per aver ucciso trentasette anni prima il tribuno della plebe Lucio Apuleio Saturnino.

La nomina dei duumviri è stata oggetto di dibattito tra gli studiosi.

Secondo alcuni la scelta non fu effettuata per sorteggio, ma che alla base della nomina ci fu un vero e proprio sorteggio si potrebbe arrivare tenendo conto del fatto che nel 63 a.C. era pretore urbano Valerio Flacco, politicamente vicino agli ottimati e non certo ai populares.

Sicuramente, ed è lo stesso Cicerone a dirlo, i duumviri vennero nominati direttamente dal pretore e non dal popolo; Cicerone rivolto ai Comizi afferma (4, 12): “Caio Gracco fece approvare una legge che proibiva di sottoporre a giudizio capitale dei cittadini romani senza la vostra approvazione”.

Il processo, nel quale Cicerone pronuncia la sua arringa giunta fino a noi, si svolge, quindi, davanti ai Comizi centuriati nel Campo Marzio con presidente il pretore Quinto Metello Celere e “la pubblica accusa” è rappresentata dal tribuno della plebe Tito Labieno[2].

 

Singolare e degno di un breve cenno è come il giudizio ebbe termine; o meglio come “non ebbe termine”. Non si arrivò a sentenza, perché Metello abbassò il vexillum issato sul Gianicolo e sciolse l’assemblea.

Secondo alcuni storici Metello compì un simile gesto perché aveva il timore che fosse confermata dal popolo riunito in Comizi la condanna di Rabirio, mentre un’altra parte della dottrina sostiene che ne temesse l’assoluzione.

Una cosa è sicura: Metello poté far abbassare il vessillo poiché, essendo anche augure, ritenne gli auspici non favorevoli alla continuazione del processo: un esempio di come nella Roma antica un pretesto religioso veniva spesso usato come copertura di una finalità prettamente politica.

 

Limiteremo la nostra analisi a quelle parti dell’orazione dalle quali è possibile ricavare conferme dell’incompatibilità tra giudizio di perduellione e provocatio.

Sicuramente Cicerone tenta di bloccare la procedura duumvirale: facendo forza sulla propria maior potestas di console avrebbe impedito l’arresto, come da procedura, di Caio Rabirio ordinato dai duumviri, dandogli così la possibilità di evitare la condanna a morte scegliendo l’esilio.

A questa osservazione se ne può affiancare un’altra, ancora più decisa: la sublatio iudicii avrebbe come presupposto l’essere il giudizio duumvirale un giudizio in unico grado: la maior potestas esercitata dal console Cicerone non si fermerebbe, quindi, all’impedire l’arresto di Caio Rabirio, ma si spingerebbe fino a costringere i duumviri perduellionis, magistrati di grado inferiore al console, ad accettare la provocatio e a sottoporre la causa ai Comizi.

 

Questa soluzione, in linea con un’interpretazione letterale del testo, soprattutto coerente con i “rimproveri” di Labieno e confermata anche da altri brani che andremo a breve ad esaminare, è in contrasto con la descrizione che del processo ci ha lasciato Svetonio nella Vita di Cesare.

Egli tripartisce il processo a Rabirio, distinguendo tra fase duumvirale, appello al popolo e giudizio di appello, come se il doppio grado di giudizio costituisse la regola e non fosse la conseguenza di una sapiente pressione esercitata dal più potente magistrato repubblicano.

 

Del resto, è Cicerone stesso ad affermare che:

 

hic popularis a duumviris (cfr: Titus Labienus), iniussu vestro, non iudicari de cive Romano, sed indicta causa civem Romanum capatis condemnari coeget”.

 

Se con l’instaurazione da parte della pubblica accusa del giudizio di perduellione l’accusato Caio Rabirio è stato privato del diritto di difesa, come è possibile coniugare l’assenza della facoltà di difendersi e l’intervento del popolo romano riunito in Comizi?

La logica porta ad un’unica soluzione: il giudizio duumvirale per alto tradimento non ammette la possibilità di esperire la provocatio ad populum.



[1] Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino il 3 gennaio 106 a.C. Figlio di un ricco appartenente al ceto equestre, intraprese studi di retorica e di filosofia a Roma e perfezionò la sua oratoria a Rodi sotto la guida di Molone, giungendo a creare un suo proprio stile, a metà strada tra la Scuola asiana e quella attica.

Avvocato di successo, ricoprì tutte le magistrature del cursus honorum e grazie al suo trasformismo politico riuscì a passare indenne le lotte intestine a cavallo del Secolo, fino a che, in seguito all’abbandono della causa degli ottimati da parte di Ottaviano, si ritrovò, senza protezione, nella lista di proscrizione di Antonio, i sicari del quale lo uccisero a Gaeta il 7 dicembre 43 a.C..

 

[2] Tito Labieno fu prima acceso sostenitore di Cesare, poi cadde a Munda nella fila dei pompeiani nel 45 a.C..

 

 

 

 

 




            

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