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Il driver fiscale tra patrimonio, reddito e consumi

10 Febbraio 2011 - Autore: Redazione


a cura del Prof. Giuseppe G. SANTORSOLA
Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari.
Università Parthenope di Napoli

Invito a riflettere sull’utilizzo della leva fiscale per rinvenire risorse per il sostegno della ripresa economica e la copertura del disavanzo pubblico nonché il finanziamento della soluzione federalista. Astraendo da valutazioni ideologiche, si è riproposta l’alternativa tra il colpire reddito o patrimonio e reddito o consumo.

Nel primo caso un’analisi tradizionale evidenzia posizioni politiche che in questa occasione non si sono confermate, mentre un’analisi operativa sottolinea la distonia tra l’illiquidità del patrimonio e il pagamento dell’imposta patrimoniale. La soluzione più conforme all’equilibrio tra impatto e sostenibilità è quella di Giuliano Amato, soprattutto perché evidenzia con i numeri la difficoltà della proposta. Per ridurre il debito sotto il 100% del PIL (comunque misura non in linea con obiettivi europei) bisogna agire sul 20% del PIL con la tassazione di un patrimonio che è circa il 300% del PIL stesso. Per ottenere 360 miliardi (20% del debito) bisogna prelevare il 6,32 del patrimonio (se i conti ufficiali coincidono con quelli reali). Un traguardo difficile e potenzialmente contestabile dai soggetti percossi, anche spalmato in più anni. Il 56% del patrimonio è immobiliare e non ha la liquidità per pagare la patrimoniale, soprattutto considerandone la forte componente legata a mutui da restituire con rate che si sovrapporrebbero all’imposta. Il restante 44% del patrimonio è mobiliare, sarebbe capiente per liquidabilità in astratto, ma genererebbe rifiuto delle future emissioni ed impatterebbe in negativo sulle quotazioni di tutto il comparto. Inoltre, con gli attuali tassi d’interesse, l’impatto patrimoniale sarebbe quasi doppio del rendimento annuo (al netto della caduta dei corsi) alimentando ulteriori preoccupazioni fino al limite del panico.

Vi è un’altra valutazione da proporre per quanto non risolutiva: dando credito ai dati OCSE del 2010 il PIL italiano comprensivo di quello non dichiarato sarebbe il 30% in più e quindi 2100 miliardi con un debito pari all’85% e non al 120%. L’eventuale tassazione di una parte ricostruibile di tale PIL impatterebbe su reddito futuro e non su patrimonio passato, sarebbe spalmabile in più anni e risulterebbe socialmente accettabile per chi vedesse tassati coloro finora esclusi. Gran parte di tale PIL è peraltro non perseguibile in quanto se proveniente da reato scomparirebbe nel momento in cui fosse individuato Diverso sarebbe per la parte connessa a pura evasione fiscale.

Resta un’altra alternativa solo accennata e difficile da accettare. Spostare l’equilibrio delle entrate fiscali da quelle sul reddito a quelle sul consumo. E’ facile immaginare che in tal modo si impatterebbe anche sugli evasori delle prime in quanto consumatori anche superiori alla media. Al netto dell’impatto sui prezzi finali (compensato dalla crescita del reddito disponibile) ne risulterebbe una spinta produttiva generata dai maggiori consumi con riflessi sul PIL (denominatore di tutto il processo!) e sul monte reddito da lavoro (denominatore della capacità di spesa). Resterebbe il paradosso del riciclaggio; le imposte assorbirebbero gravando sui consumi parte delle somme provenienti da circuiti non regolari e lo Stato ne sarebbe il veicolo!

Infine, un cenno alla fiscalità federale. Uno sguardo a Stati Uniti e Svizzera illustra meccanismi statali, federali, cantonali e comunali con equilibri consolidati nel tempo. Dal 1978 in Italia con i decreti Stammati si è accentrato sia il flusso di entrate fiscali che quello della distribuzione dei fondi pubblici. La nuova rivoluzione logica si fonda su IMU e un’imposta regionale sostitutiva dell’IRAP, permanendo la incapienza delle province. L’utilizzo delle addizionali IRPEF combacia con la soluzione finora prevalente, mentre l’enfasi sulle imposte indirette riproporrebbe il modello statunitense delle imposte locali differenziate note a chiunque abbia colà compiuto acquisti in più di uno Stato.




            

Ultimi commenti degli utenti

Egregio Professore, quando mai storicamente si sono visti paesi crescere economicamente partendo dai consumi? Faccia qualche esempio. In genere si parte dagli investimenti. Spingere i consumi per far crescere il Pil invenzione dei politici che per ottenere un risultato immediato finiscono per zavorrare il futuro. Dovrebbe oramai emergere chiaramente a tutti che tra spesa pubblica (e debito) e stagnazione economica ci sia una forte correlazione. Ricetta per la crescita economica e per lo sgonfiamento del debito? Si tagli la spesa pubblica e le imposte e nel medio termine il risultato arriver!

17 Febbraio 2011 ore 19:09:11 - Dott. Angelo Castagno











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