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IL CAPITALISMO FA MALE ALLE CORONARIE. Parola dell'ex Capo Economista dell'FMI, Kenneth Rogoff

2 Febbraio 2012 - Autore: Redazione


FRANCOFORTE – “L’elefante nella stanza” che tutti fingono di non vedere è l’enorme e sistematico fallimento conseguito sul fronte della regolamentazione quando si è trattato di riformare l’odierno capitalismo occidentale. Certo, si è detto molto sull’insana dinamica politica-regolamentazione-finanza che ha causato un attacco di cuore all’economia globale nel 2008 (avviando quello che io e Carmen Reinhart definiamo “La seconda grande contrazione”). Ma il problema si limita al settore finanziario o forse esemplifica una debolezza più profonda del capitalismo occidentale?

Prendiamo in considerazione il settore alimentare, ed in particolare la sua influenza, talvolta malsana, su nutrizione e salute. I tassi di obesità stanno schizzando alle stelle in tutto il mondo, sebbene tra i Paesi capitalisti il problema si presenti con maggiore gravità negli Stati Uniti. Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, circa un terzo degli adulti americani sono obesi (con un indice di massa corporea superiore a 30). Ma la cosa più scioccante è che oltre un bambino e adolescente su sei è obeso, un tasso che è triplicato dal 1980. (Tra l’altro, mia moglie produce uno show in televisione e sul web, chiamato kickinkitchen.tv, finalizzato a combattere l’obesità infantile).

Ovvio, i problemi sull’alimentazione sono stati evidenziati con vigore da esperti di nutrizione e salute, tra cui Michael Pollin e David Katz, e sicuramente anche da numerosi economisti. Ed esistono numerosi altri esempi, che coprono un’ampia gamma di beni e servizi, a cui poter attingere. In questo contesto, tuttavia, vorrei focalizzarmi sul nesso tra il settore alimentare e i grandi problemi legati al capitalismo contemporaneo (che ha certamente agevolato l’esplosione dell’obesità in tutto il mondo), e sui motivi per i quali il sistema politico americano abbia riservato scarsa attenzione a questo tema (sebbene la First Lady Michelle Obama si sia mobilitata per combattere questo problema).

L’obesità influisce sull’aspettativa di vita in molti modi, che vanno dalle malattie cardiovascolari ad alcune forme di tumore. Nelle sue manifestazioni morbide, l’obesità può anche incidere sulla qualità della vita. I costi non solo ricadono sulle spalle dei singoli individui, ma anche sulla società – direttamente tramite il sistema sanitario, e indirettamente  con una perdita di produttività e un aumento dei costi di trasporto (più carburante per gli aerei, sedili più larghi e altro).

Ma l’epidemia dell’obesità non rappresenta affatto un flagello per la crescita. È noto che gli alimenti a base di granoturco, altamente raffinati e contenenti molti additivi chimici, favoriscano l’aumento di peso, anche se, visti da una prospettiva convenzionale che contempla la crescita, sono una gran cosa. Le grandi aziende agricole ci guadagnano dalla coltivazione del granoturco (spesso sovvenzionata dal governo), e le società specializzate nella raffinazione alimentare ci guadagnano per l’aggiunta di tonnellate di agenti chimici atti a creare a un prodotto che dia assuefazione e quindi sia irresistibile. E non finisce qui. Gli scienziati vengono pagati per trovare il giusto mix di sale, zucchero e agenti chimici che dia ai cibi pronti la massima assuefazione; i pubblicitari vengono pagati per vendere il prodotto, e le case farmaceutiche fanno una fortuna trattando la malattia che inevitabilmente ne consegue.

Il capitalismo da cardiopatia coronaria è fantastico per il mercato azionario, che include aziende di ogni settore. Gli alimenti altamente raffinati offrono anche numerosi posti di lavoro, tra cui impieghi di alto livello nella ricerca, nella pubblicità e nella sanità.

Chi potrebbe lamentarsi allora? Certamente non i politici, che vengono rieletti quando i posti di lavoro sono copiosi e i prezzi azionari alle stelle – e ricevono donazioni da tutti i settori che partecipano alla produzione di alimenti raffinati. Negli Usa, in effetti, i politici che hanno osato parlare delle implicazioni sanitarie, ambientali o sostenibili degli alimenti raffinati hanno in molti casi sofferto la mancanza di fondi per la campagna politica.

Le forze di mercato hanno stimolato l’innovazione, che ha continuamente spinto al ribasso il prezzo degli alimenti raffinati, anche quando saliva il prezzo della frutta e della verdura fresca, e questo è un punto a favore, ma nel nostro caso trascura l’enorme fallimento conseguito dal mercato.

I consumatori ricevono poche informazioni preziose nelle scuole, nelle biblioteche o nelle campagne sulla salute, mentre sono letteralmente travolti dalla disinformazione delle pubblicità. Le condizioni dei bambini sono particolarmente allarmanti. Considerate le scarse risorse investite in una televisione pubblica di alta qualità nella maggior parte dei Paesi, i bambini scelgono i canali pagati con la pubblicità, inclusa quella del settore alimentare.

Oltre alla disinformazione, le aziende produttrici non sono motivate ad assorbire internamente i costi dei danni ambientali da essi causati. Allo stesso modo, i consumatori non sono incentivati a assorbire i costi sanitari delle proprie scelte alimentari.

Se i nostri unici problemi fossero un settore alimentare che causa attacchi di cuore e un settore finanziario che agevola il corrispettivo economico, la cosa sarebbe già di per sé allarmante. Ma la patologica dinamica politica-regolamentazione-economia che caratterizza questi settori va ben oltre. Dobbiamo sviluppare istituzioni migliori che siano in grado di proteggere gli interessi a lungo termine della società.

Ovviamente, l’equilibrio tra sovranità dei consumatori e paternalismo è sempre delicato. Ma potremmo sicuramente iniziare a perseguire un equilibrio più sano rispetto a quello che abbiamo, offrendo al pubblico informazioni migliori da una serie di piattaforme, così che le persone possano iniziare a fare scelte consumistiche e prendere decisioni politiche in modo più consapevole.

 

 

Kenneth Rogoff è professore di economia e politiche pubbliche all’Università di Harvard; è stato capo economista del Fmi.

 

 

© Project Syndicate, 2012.


Traduzione di Simona Polverino




            

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