I POVERI? NELLA CRISI GLOBALE SONO LA NOSTRA MIGLIORE EXIT STRATEGY. Parola di Jean-Michel Severino, Direttore del FERDI e Olivier Ray, economista al Ministero francese degli Affari Esteri

14 Marzo 2012 - Autore: Redazione


 PARIGI – Gli accadimenti del 2012, sinora avvenuti, hanno confermato l’esistenza di una nuova dissimmetria globale. In balia di un’insicurezza finanziaria senza precedenti e delle timide prospettive economiche, il Paesi ricchi dell’Ocse e le loro classi medie temono un indebolimento geopolitico e una mobilità sociale verso il basso. In gran parte dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, tuttavia, regna l’ottimismo.

Tra i Paesi avanzati, questo inaspettato spostamento di fiducia ha stimolato il protezionismo, esemplificato dalle richieste francesi di de-globalizzazione. Tra le economie emergenti, l’orgoglio si è talvolta manifestato sotto forma di presunzione, intrisa, dopo decenni di arroganza occidentale, di gioia per le disgrazie altrui («Schadenfreude», dicono i tedeschi). Essendo così strettamente interconnesse, le economie avanzate, emergenti e in via di sviluppo dovranno uscire da questa crisi tutte  insieme, altrimenti finiranno in una zona di pericolo come non si vedeva dagli anni Trenta.

Dopo la Seconda guerra mondiale è emersa una nuova economia globale, in cui un crescente numero di Paesi in via di sviluppo ha adottato modelli di crescita trainati dall’export, così fornendo ai Paesi industrializzati materie prime e beni di consumo. Questa nuova economia è stato un successo innegabile: nel ventesimo secolo il numero di  persone che hanno abbandonato l’indigenza è stato superiore che nei due millenni precedenti. E ha arricchito i Paesi dell’Ocse, poiché le importazioni di beni e servizi a basso costo hanno rafforzato il loro potere di acquisto.

Tuttavia, questo modello ha anche indebolito le strutture sociali dei Paesi ricchi, ampliando le diseguaglianze ed escludendo un’ampia fetta di popolazione dal mercato del lavoro. È altresì responsabile degli squilibri finanziari che ci assediano oggi: per contrastare gli effetti della diffusa diseguaglianza e della lenta crescita, i Paesi dell’Ocse hanno rilanciato i consumi ricorrendo al debito – sia pubblico (causando la crisi del debito pubblico in Europa) che privato (innescando la crisi dei subprime in America).

Tutto ciò sarebbe stato impossibile se i principali fornitori di energia e di beni industriali dei Paesi Ocse non fossero diventati, nel tempo, loro creditori. Se ribaltassimo completamente la storia, i poveri del mondo ora finanzierebbero i ricchi del mondo, grazie alle ampie riserve estere. Invece, l’ipertrofia dell’odierno settore finanziario globale rispecchia gli sforzi fatti per riciclare i crescenti surplus dei Paesi emergenti con l’obiettivo di tamponare gli ingenti deficit dei Paesi ricchi.

Fino a poco tempo fa questa dinamica era considerata transitoria. La crescita dei Paesi emergenti avrebbe portato necessariamente a una convergenza dei salari e dei prezzi globali, così frenando l’erosione della produzione nei Paesi Ocse. La transizione demografica nei Paesi emergenti del mondo avrebbe incoraggiato lo sviluppo dei loro mercati domestici, un calo dei tassi di risparmio e un ribilanciamento del commercio globale.

Ciò potrebbe essere vero a livello teorico, ma la durata di questo periodo di transizione, che è al centro della crisi finanziaria globale, è stata fortemente sottovalutata. L’“inversione delle carenze” – la nuova abbondanza di uomini e donne che partecipano attivamente all’economia globale, combinata con i limiti sempre più visibili di un mondo naturale un tempo abbondante – rischia di prolungare all’infinito la transizione, per due ragioni.

Innanzitutto, a livello macroeconomico, non possiamo più contare sul calo dei prezzi delle materie prime, uno degli stabilizzatori economici in tempi di crisi. Considerata la crescente domanda nei Paesi emergenti, il costo delle risorse naturali sarà sempre più vincolante.

In secondo luogo, a livello sociale, il ventesimo secolo ha assistito al raddoppio della forza lavoro nel mercato del lavoro globale, e in più un altro “esercito industriale di riserva” è nato in Cina e si è diffuso fra i tre miliardi di abitanti dei Paesi in via di sviluppo.

Un ribilanciamento rapido della crescita globale attraverso una riduzione degli squilibri finanziari tra le economie Ocse e i loro creditori appartenenti ai mercati emergenti è rischioso, perché causerebbe un’importante recessione per i primi – e in seguito anche per i secondi. E sarebbe oltretutto improbabile, perché i Paesi emergenti potrebbero incorrere in deficit commerciali con i Paesi Ocse, e i loro mercati domestici diverrebbero fattori di spinta della crescita globale.

Se questa analisi è corretta, bisognerà attuare una nuova strategia di ribilanciamento globale in qualche altra area che non sia quella dei ricchi Paesi Ocse. L’implementazione dei nuovi modelli di crescita nel mondo in via di sviluppo – in alcune parti dell’Asia meridionale, dell’America Latina e dell’Africa che hanno adottato strategie incentrate sull’export – può almeno fornire parte della domanda mancante di cui necessita urgentemente l’economia mondiale.

Il successo di questo scenario dipende dalla combinazione di tre dinamiche. La prima: gli scambi commerciali tra mercati emergenti e Paesi in via di sviluppo deve accelerare, costruendo in tal modo lo stesso tipo di relazione consumatore-fornitore che esiste tra mercati emergenti e Paesi avanzati. La seconda: i mercati domestici nei Paesi più poveri del mondo devono essere sviluppati allo scopo di favorire una maggiore crescita interna. La terza: i flussi finanziari verso i Paesi in via di sviluppo – sia l’assistenza ufficiale allo sviluppo che gli investimenti diretti esteri – devono incrementare, e devono pervenire non solo dalle economie industrializzate, ma anche dai Paesi emergenti ed esportatori di petrolio.

Riciclare i surplus globali mediante i “bottom billions”, ossia quei miliardi di individui poveri del nostro pianeta, presuppone una revisione completa dei modelli economici standard, tale per cui il miracolo economico asiatico possa essere replicato. Dopo tutto, anche se il mondo raggiungerà una significativa crescita economica da qui al 2050, due dei novi miliardi di persone al mondo vivranno ancora con meno di due dollari al giorno, e un altro miliardo di individui avranno solo qualche risorsa in più.

Tanto per le economie ricche che per quelle emergenti, i poveri del mondo non dovrebbero essere considerati un peso. Nell’attuale crisi economica globale, sono la miglior exit strategy che abbiamo.

 

 

 

Jean-Michel Severino è direttore del centro di ricerca Fondation pour les Études et Recherches sur le Déveleppmont International (FERDI), e responsabile di Investisseur et Partenaire. Olivier Ray è economista presso il ministero francese degli Affari Esteri. Sono co-autori di Africa’s Moment.

 

 

 

Traduzione di Simona Polverino

 

 

 

 

© Project Syndicate, 2012.

 




            

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