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GLI AGGIUSTAMENTI DEL DRAGONE. Dal 2008 il surplus commerciale cinese è in calo, le multinazionali se ne stanno andando e si fa largo l'automazione sul modello delle 'oche volanti'. L'analisi di Jeffrey Frankel, docente all'Università di Harvard

26 Marzo 2012 - Autore: Redazione


 BAHRAIN – Gli osservatori sono in attesa di vedere se la Cina ha organizzato un atterraggio morbido, per raffreddare un’economia surriscaldata e raggiungere un tasso di crescita più sostenibile, o se invece si schianterà a terra, come è accaduto sinora ad altri Paesi vicini. Ma alcuni, soprattutto i politici americani in questo anno di elezioni presidenziali, si concentrano su un solo punto: la bilancia commerciale cinese.

Vero è che non molto tempo fa il renminbi era seriamente sottovalutato, e i surplus commerciali della Cina erano ingenti. La situazione sta cambiando. L’economia cinese è sottoposta a delle forze di aggiustamento, quindi anche le percezioni estere devono essere aggiustate di conseguenza.

Il surplus commerciale cinese ha raggiunto il picco dei 300 miliardi di dollari nel 2008, e da allora è in calo. (In effetti, i dati ufficiali hanno indicato un deficit da 31 miliardi di dollari in febbraio, il più alto dal 1998). È chiaro quanto successo. Da quando la Cina si è ricongiunta con l’economia globale tre decenni fa, i suoi partner commerciali non si sono lasciati sfuggire le esportazioni di prodotti cinesi, dal momento che i ridotti salari cinesi li rendevano supercompetitivi. Ma, negli ultimi anni, i prezzi relativi hanno subito un aggiustamento.

Il cambiamento può essere misurato con l’apprezzamento reale del tasso di cambio, che consiste in parte di una rivalutazione nominale del renminbi rispetto al dollaro, e in parte di inflazione cinese. Il governo cinese avrebbe dovuto lasciare che una maggiore componente di apprezzamento reale prendesse la forma di una rivalutazione nominale (dollari per renminbi). Ma, dal momento che ciò non è successo, si è manifestata come inflazione.

Il naturale processo di aggiustamento prezzi è stato ritardato. In primo luogo, le autorità sono intervenute nel periodo 1995-2005, poi di nuovo nel 2008-2010, per mantenere praticamente fisso il tasso di cambio con il dollaro; in secondo luogo, i lavoratori cinesi degli stabilimenti costieri sempre più produttivi venivano mal retribuiti (l’economia non ha ancora completato, dopotutto, la transizione da Mao al mercato). La Cina ha quindi continuato a svendere al mondo i propri prodotti.

Poi si è ampiamente lasciato che il renminbi si apprezzasse rispetto al dollaro – circa del 25% cumulativo durante il 2005-2008 e il 2010-2011. Inoltre, hanno iniziato a manifestarsi carenze di manodopera, e i lavoratori cinesi hanno cominciato a guadagnare rapidi incrementi salarialiPechinoShenzhen e Shanghai hanno alzato i propri minimi salariali negli ultimi tre anni – del 22% in media nel 2010 e 2011. Nel frattempo, sono cresciuti anche i costi per le attività e i prezzi dei terreni.

Dal momento che i costi nelle province costiere cinesi sono in crescita, stanno prendendo piede una serie di aggiustamenti. In alcuni casi la produzione sta migrando all’estero, dove salari e prezzi sono ancora relativamente bassi, in altri l’export si sta spostando in Paesi come il Vietnam, dove ha ancora costi ridotti. Inoltre, le aziende cinesi stanno avviando un processo di automazione, sostituendo la manodopera con il capitale, e stanno producendo beni più sofisticati, seguendo il percorso tracciato da Giappone, Corea e altri Paesi asiatici che rispondono al paradigma di sviluppo delle “oche volanti”.

Infine, le multinazionali che avevano spostato alcune attività dagli Stati Uniti o da altri Paesi con redditi elevati in Cina stanno ora tornando indietro. In fin dei conti, la produttività resta tuttora più elevata negli Stati Uniti.

Niente di tutto ciò risulta una novità per la maggior parte degli osservatori internazionali della Cina. Ma numerosi politici occidentali (e, in tutta onestà, anche i loro elettori) non sono in grado di mollare il sillogismo che sembrava così inoppugnabile solo un decennio fa: (1) i cinesi hanno preso parte all’economia mondiale; (2) i loro salari ammontano a 0,50 dollari l’ora; (3) sono miliardi; e (4) i salari cinesi non saranno mai allineati alle usuali leggi di economia da manuale, quindi le loro esportazioni cresceranno senza limiti. Risulta, però, che le leggi economiche fondamentali dopo tutto valgono anche in Cina.

Come altri aspetti delle relazioni economiche tra Usa e Cina, gli aggiustamenti cinesi evocano quelli attuati dal Giappone con un ritardo di 30 anni. La bilancia commerciale del Giappone finì in deficit nel 2011, per la prima volta dal 1980. Alcuni fattori speciali hanno rivestito un ruolo lo scorso anno, tra cui gli elevati prezzi del petrolio e gli effetti dello tsunami che ha colpito il Paese a marzo del 2011. Il trend al ribasso della bilancia commerciale è chiaro. Anche il conto corrente ha evidenziato un deficit a gennaio.

Tale evento ha ricevuto scarsa attenzione dagli Usa e dagli altri partner commerciali, il che è strano, considerato che due decenni fa l’enorme surplus commerciale del Giappone era oggetto di forte interesse e preoccupazione – proprio come capita ora alla Cina. Al momento, alcuni commentatori influenti hanno fatto notare che i giapponesi hanno scoperto un modello economico superiore, che si caratterizza per la politica commerciale strategica (tra i vari aspetti allettanti), e che noi faremmo bene ad emularli. O è andata così o i giapponesi stavano “imbrogliando”, in qual caso avremmo dovuto fermarli.

La maggior parte degli economisti ha rifiutato queste posizioni “revisioniste”, sostenendo che il surplus delle partite correnti del Giappone fosse ampio grazie all’elevato tasso di risparmio nazionale, che rifletteva la demografia e non le differenze culturali o le politiche governative. La popolazione giapponese era relativamente giovane, rispetto alle altre economie avanzate, ma stava rapidamente invecchiando, a causa del calo del tasso di natalità registrato dagli anni 40 e della crescente longevità.

Tale visione è stata confermata. Nel 1980, il 9% della popolazione giapponese aveva 65 anni o più; ora il rapporto supera il 23%, una delle percentuali più alte nel mondo. Di conseguenza, i cittadini giapponesi che 30 anni fa risparmiavano per la pensione ora spendono più di quanto introitano, proprio come prevede la teoria economica. Un calo del tasso di risparmio nazionale si è tradotto in una riduzione del surplus delle partite correnti.

La Cina deve affrontare un simile trend demografico, e trovare la spinta per rilanciare i consumi familiari allo scopo di sostenere la crescita del Pil. Come nel caso del Giappone, anche per la Cina il trend al ribasso del tasso di risparmio si ripercuoterà nel suo conto corrente. Valgono ancora le leggi di economia internazionale.

 

 

Jeffrey Frankel è professore di crescita e formazione del capitale all’Università di Harvard.

 

 

 

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