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GERMANIA DOCET. L'analisi di Daniel Gros, Direttore a Bruxelles del Center for European Policy Studies

7 Marzo 2013 - Autore: Redazione


BRUXELLES – Dieci anni fa la Germania era considerata il “malato” d’Europa. La sua economia sprofondava nella recessione, mentre il resto dell’Europa era in ripresa; il suo tasso di disoccupazione era più alto della media dell’Eurozona; violava le regole europee sul bilancio incorrendo in deficit eccessivi; e il suo sistema finanziario era in crisi. Un decennio dopo, la Germania è considerata un modello di comportamento per chiunque altro. Ma è giusto che sia così?

Nel considerare quali lezioni della svolta intrapresa dalla Germania debbano essere applicate agli altri Paesi dell’area euro, bisogna distinguere tra ciò che possono fare i governi e ciò che rientra nelle responsabilità di aziende, lavoratori e società in generale.

L’area in cui il governo è chiaramente responsabile è la finanza pubblica. Nel 2003 la Germania incorreva in un deficit fiscale che sfiorava il 4% del Pil – forse non alto secondo gli standard attuali, ma più alto della media Ue dell’epoca. Oggi la Germania vanta un bilancio in pareggio, mentre gran parte degli altri Paesi dell’Eurozona sta registrando deficit che sono superiori a quello evidenziato dalla Germania dieci anni fa.

La svolta vissuta dalla Germania sul campo delle finanze pubbliche è riconducibile per lo più a una riduzione della spesa. Nel 2003 la spesa pubblica generale ammontava al 48,5% del Pil, sopra la media europea. Ma la spesa è stata tagliata di cinque punti percentuali del Pil nei cinque anni successivi. Di conseguenza, alla vigilia della Grande Recessione iniziata nel 2008, la Germania mostrava uno dei più bassi rapporti di spesa d’Europa.

Ma il governo non poté fare molto per il principale problema della Germania, ossia la mancanza di competitività. È difficile da immaginare oggi, ma durante i primi anni dell’euro la Germania era largamente considerata poco competitiva, a causa dei suoi elevati costi salariali.

Quando fu introdotto l’euro, c’era il forte timore che il problema di competitività della Germania non potesse essere risolto, perché le autorità non erano più in grado di aggiustare il tasso di cambio. Ma come sappiamo ora, la Germania è diventata nuovamente competitiva – troppo competitiva, secondo alcuni, per una combinazione di restrizioni salariali e riforme strutturali finalizzate alla produttività.

Di fatto, quest’analisi è vera solo a metà. Da un lato, le restrizioni salariali erano l’elemento chiave, malgrado il governo non potesse imporle. La disoccupazione persistentemente alta indusse i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre i salari continuavano a crescere del 2-3% annuo nei Paesi periferici in espansione dell’Eurozona.

Dall’altro, mentre un decennio fa il governo tedesco attuava importanti riforme per il mercato del lavoro, quelle misure apparentemente non sortivano alcun effetto sulla produttività. Tutti i dati disponibili indicano che negli ultimi dieci anni la Germania ha registrato uno dei tassi più bassi d’Europa in relazione alla crescita di produttività.

Questo non sorprende, considerata l’assenza di qualsiasi tipo di riforma nel settore dei servizi, ampiamente considerato iper-regolamentato e tutelato. La produttività nel manifatturiero era in qualche modo incrementata, grazie all’intensa competizione internazionale. Anche in Germania, però, il settore dei servizi è il doppio rispetto ai comparti industriali.

Le profonde riforme del settore dei servizi sarebbero quindi necessarie per generare significativi incrementi di produttività nell’economia tedesca. Ma ciò non è accaduto nemmeno nel 2003, perché tutta l’attenzione era concentrata sulla competitività internazionale e sul manifatturiero.

Ciò nonostante, il modello tedesco conserva oggi alcune lezioni importanti per i Paesi periferici in difficoltà dell’Eurozona. Il consolidamento fiscale nel lungo periodo richiede, innanzitutto, un contenimento della spesa; e le riforme per il mercato del lavoro possono, nel tempo, avvicinare alcuni gruppi marginali all’occupazione.

Ma la più grande sfida per Paesi come Italia e Spagna resta la competitività. La periferia può crescere di nuovo solo se riesce a esportare di più. I salari stanno già calando sotto il peso dei tassi di disoccupazione estremamente elevati. Questa è la via d’uscita più dolorosa, che genera una forte instabilità sociale e politica. Un modo decisamente migliore di ridurre i costi del lavoro sarebbe quello di incrementare la produttività – e la Germania non è un modello in tal senso.

Fortunatamente, tuttavia, alcuni Paesi periferici sono ora costretti dai creditori a intraprendere alcune riforme drastiche non solo per il mercato del lavoro, ma anche per il settore dei servizi. Le riforme, anche se inizialmente implementate sotto costrizione, rappresentano un forte motivo per essere ottimisti. Nel tempo incentiveranno la produttività e la flessibilità e i Paesi che le implementeranno scrupolosamente diverranno più competitivi.

La lezione più importante emersa dall’inversione di congiuntura all’interno dell’Eurozona negli ultimi dieci anni è che non bisogna basarsi sulle difficoltà del momento. Le riforme intraprese in alcuni Paesi periferici sono più profonde di quelle intraprese dalla Germania un decennio fa. Quei Paesi che insistono sul fronte delle riforme potrebbero uscirne più efficienti e competitivi.

Quelli che non lo faranno (l’Italia sembra puntare in questa direzione) si ritroveranno in una trappola di lenta crescita per un lungo periodo, mentre la posizione privilegiata della Germania non è garantita per sempre. In effetti, dove arriveranno i singoli Paesi tra dieci anni non si sa e l’attuale gerarchia all’interno dell’Eurozona potrebbe cambiare rapidamente.

Traduzione di Simona Polverino

 




            

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