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EUROPA, LO STILE ITALIANO. L'analisi di Michael Spence, premio Nobel e professore di economia della New York University of Business

20 Marzo 2013 - Autore: Redazione


MILANO – La scorsa estate, dopo due anni di crescente incertezza, il rischio sistemico presente nell’Eurozona aveva finalmente iniziato ad attenuarsi, nel momento in cui erano confluiti gli impegni condizionali. L’Italia e la Spagna offrivano riforme fiscali credibili e orientate alla crescita, mentre la Banca centrale europea, con l’appoggio della Germania, prometteva gli interventi necessari per stabilizzare il settore bancario e i mercati di debito sovrano.

Sfortunatamente, quel trend potrebbe cambiare. La crescita nell’Eurozona si è rivelata negativa ovunque, soprattutto nel sud. La disoccupazione si attesta all’incirca al 12% in Italia, quella giovanile al 38%. Allo stesso modo, il tasso di disoccupazione della Spagna è superiore al 25% (quella giovanile al 55%). E gli indicatori economici francesi stanno rapidamente scivolando verso il basso.

Nel frattempo, il risultato delle elezioni tenutesi in Italia lascerà con tutta probabilità il Paese – terza economia dell’Europa e terzo Paese al mondo per dimensioni del debito sovrano – senza un governo stabile. Sarà quindi difficile sostenere un programma di riforme che sia abbastanza vigoroso da soddisfare la Bce e i principali Paesi dell’Eurozona.

A sorpresa (almeno per il sottoscritto) i mercati hanno reagito in modo stoico. Gli spread dei tassi di interesse sul debito sovrano italiano sono aumentati, ma non in modo così brusco. Gli investitori esterni non scapperanno, ma non faranno nemmeno a gara per restarvi. A questo punto bisogna solo attendere.

L’Italia è l’unico Paese dell’Eurozona strangolato dal debito in cui i trend negativi della competitività (produttività rispetto al reddito) non hanno invertito la direzione nel periodo post-crisi. Con un rapporto debito/Pil superiore al 120%, l’Italia non ha la flessibilità di attuare gli stimoli fiscali per passare a una crescita maggiore.

Il governo del presidente del Consiglio uscente Mario Monti ha realizzato un’importante riforma pensionistica, tagliato la spesa pubblica e aumentato le tasse. Ma gli elettori italiani hanno rifiutato in massa il suo approccio, in parte perché l’austerità sembrava non sfiorare i politici eletti o le principali parti del grande ecosistema di ministeri, imprese e sindacati che circondano il governo.

La riforma sistemica del governo italiano potrebbe essere una condizione essenziale per raggiungere il consenso sulla strada verso la salute fiscale e la crescita. Questo però non è il momento ideale per farlo. Le vere questioni, in ogni caso, sono di tipo distributivo e riflettono una carenza di strumenti politici.

L’evasione fiscale, ad esempio, è dilagante, e gli aumenti finiscono per colpire in modo sproporzionato quelli che già pagano, alimentando una diffusa percezione di ingiustizia. Monti ha provato ad affrontare questo problema, ma spostarsi dall’attuale equilibrio a uno scenario migliore, in cui l’evasione fiscale sia l’eccezione e non la regola, è un progetto a lungo termine.

Di conseguenza, il fardello della crisi pesa principalmente sulle spalle dei disoccupati e dei giovani. Considerata la sfavorevole posizione di competitività dell’Italia, la svalutazione della moneta, qualora possibile, non sarebbe un sostituto di lungo termine per le riforme tese a incentivare la produttività, ma potrebbe certamente dare una mano almeno in tre modi.

Il primo: la svalutazione distribuirebbe i costi di ribilanciamento in modo più uniforme, facilitando la rimozione del problema legato alla ripartizione degli oneri per realizzare riforme più profonde. Il secondo: tassi di cambio fluttuanti implicano che la svalutazione è un meccanismo di aggiustamento automatico, e che come tale avviene senza la comparsa di un’esplicita scelta di ripartizione degli oneri e del relativo potenziale di impasse politica.

Infine, il terzo: come accade in numerosi Paesi avanzati, una domanda debole limita la crescita dell’Italia sia nel breve che nel medio periodo. Ciò significa che, a meno che la spesa pubblica non intervenga sulla domanda, l’ampia fetta  non-tradable dell’economia non può rilanciare la crescita e l’occupazione. Ma il governo italiano, come quello degli Stati Uniti e di altri Paesi con problemi fiscali, sta tagliando sulla domanda effettiva.

Alcune parti dell’economia globale sono in crescita. Uno shock negativo della domanda interna non deve completamente limitare quella fetta (un terzo) di economia italiana che è tradable, e che quindi può aumentare e generare occupazione se venissero rapidamente resettati i parametri della competitività. Ovviamente, nel caso dell’Eurozona, questa non è un’opzione.

L’alternativa è una limitazione della crescita di salari e redditi per tutte le fasce di reddito, unitamente a misure tese a intensificare la produttività. Questa è stata una componente del programma di riforme attuato con successo dalla Germania un decennio fa, che includeva riforme per il mercato del lavoro e la sicurezza sociale, il cui effetto combinato è stato quello di ripristinare la competitività e il potenziale di crescita nel settore tradable, migliorando al contempo la produttività sul fronte del non-tradable.

Questo processo non funziona nel lungo periodo. Ma le riforme tedesche hanno avuto luogo in un’economia globale più sana; quando invece le divergenze iniziali sono ampie, potrebbe volerci del tempo per rilanciare la crescita.

Alcuni osservatori si sono dimostrati favorevoli a un aumento del target di inflazione stabile nell’Eurozona per agevolare il processo di “relativa deflazione” nei Paesi che ne hanno bisogno, e allontanare lo “zero bound” sui tassi di interesse, così incrementando il potenziale impatto della politica monetaria. Ma l’inflazione prevede implicazioni distributive e di efficienza e vi si opporrebbe fermamente.

È difficile prevedere come andrà a finire. L’alternativa potrebbe essere un lungo e difficile ritorno alla crescita e all’occupazione o un calo di entusiasmo per la moneta comune.

Oltre a questo, le lezioni principali riguardano i difetti del progetto. Nell’Eurozona, per la maggior parte, i governi nazionali scelgono separatamente i livelli di investimento per infrastrutture, istruzione, ricerca e tecnologia. Le politiche per il mercato del lavoro, il welfare e la concorrenza variano. Tutte incidono sulle traiettorie di crescita, reddito e occupazione.

Così, anche se la struttura dell’Eurozona viene modificata per raggiungere il livello desiderato di disciplina fiscale e bilancio, nella sua attuale struttura altamente decentralizzata, i Paesi continueranno a divergere in altri aspetti importanti. La divergenza di politiche e la convergenza di risultati non funzionano. Servono i meccanismi di aggiustamento, ma la svalutazione esterna e l’inflazione non sono disponibili, mentre la mobilità del lavoro è parziale alla meglio.

Forse si potrebbe interpretare la moneta comune come “forzatura” di un’eventuale convergenza di politiche. Concretamente, però, la perdita di supporto all’euro potrebbe sopraggiungere per prima, soprattutto a causa dei limitati meccanismi di aggiustamento.

È indubbio il profondo impegno mostrato dall’Europa nel lungo periodo per raggiungere l’integrazione. La grande sfida del progetto è quella di trovare il giusto livello di convergenza politica obbligatoria, che funzioni a livello economico e sia accettabile a livello politico.

 

 

©Project Syndicate




            

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