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Ernst & Young: cresce la fiducia in ambito M&A a livello mondiale, ma i messaggi restano contraddittori. Risultati italiani poco allineati con quelli mondiali.

13 Aprile 2011 - Autore: Redazione


Sulla scia di una ritrovata fiducia, un terzo delle imprese con una presenza a livello mondiale cercherà target per le acquisizioni nei prossimi sei mesi, suggerendo un aumento a breve termine dell’attività di M&A. Spostando lo sguardo più avanti, l’appetito per nuove operazioni di questo tipo calerà perché le imprese cercheranno driver di crescita al proprio interno più che all’esterno. E’ quanto riporta la nuova edizione del rapporto semestrale Capital confidence barometer di Ernst & Young. La percentuale di chi pensa di acquisire nei prossimi uno-due anni rimane alta, 44%, ma in calo rispetto sia ad ottobre, quando era del 54%, sia ad aprile 2010 quando toccò addirittura il 67%. L’Italia presenta dati in sostanziale controtendenza per quanto riguarda il breve periodo: nel prossimo semestre sembra intenzionato ad acquisire solo il 17% del campione (in calo rispetto al 23% di ottobre 2010), mentre da qui a uno-due anni il risultato è più in linea con il dato generale (44%) e si attesta al 40%.

Cresce la fiducia
La ricerca, effettuata su un campione di oltre 1.000 senior executive in tutto il mondo e condotta nel mese di marzo 2011, rivela che quasi il 60% delle imprese vede avvicinarsi la fine della crisi nel proprio settore (entro 12 mesi). Inoltre, un quinto delle imprese intervistate considera la recessione già terminata se il campo di osservazione si allarga a quello dell’economia globale, e si tratta della prima vera crescita in termini di fiducia tra gli executive negli ultimi 18 mesi.
L’Italia si dimostra tendenzialmente più pessimista rispetto alla media globale del campione. La quota di chi vede la fine della crisi per l’economia mondiale entro un anno è infatti inferiore alla media globale  (34% vs 40%).
In controtendenza anche la variazione dallo scorso ottobre relativa al giudizio sulla prospettiva dell’economia locale. Scende infatti la quota dei rispondenti italiani che si considerano più ottimisti rispetto al semestre precedente (58% vs 64% ottobre 2010) e cresce parallelamente quella dei pessimisti, che passa dal 21% al 27%, più del doppio che a livello mondiale (13%).
Più della metà dei rispondenti (56%) ha dichiarato che le condizioni dei mercati di capitale sono migliorate, mentre per il 38% l’accesso ai finanziamenti per progetti a lungo termine non costituisce un problema.
Alastair Robertson, Mediterranean Transaction Advisory Services Leader di Ernst & Young, commenta: “La ritrovata fiducia sta consentendo alle imprese di spostare il proprio focus verso la crescita e allontanarlo da misure più difensive. Vediamo chiaramente a livello globale un maggiore appetito per le acquisizioni da effettuare nei prossimi sei mesi, a mano a mano che le imprese colgono le opportunità attualmente a disposizione. Comunque sia, fattori esterni quali l’instabilità politica in Medio Oriente, le catastrofi naturali e le restrizioni finanziarie, sotto forma di tasse più alte e inflazione, potrebbero imbrigliare l’attività di M&A in un periodo più lungo.
Al momento sono presenti molti dei pilastri su cui si fondano fusioni e acquisizioni: bilanci più solidi, tassi di interesse che restano bassi, un più facile accesso al capitale, ma va detto che comunque ci sono già da un po’ di tempo a questa parte, e l’anno scorso abbiamo assistito a numerose false partenze per la ripresa delle M&A. Quest’anno dovrebbe andar meglio, ma ulteriori shock esterni potrebbero nuovamente smorzare l’appetito e portare i consigli di amministrazione a mettere in stand by i piani di acquisizione”.
 
La crescita organica torna all’ordine del giorno
La crescita organica è diventata la priorità per circa il 50% delle imprese, percentuale raddoppiata rispetto a 18 mesi fa. Cresce dunque l’attenzione sulla costruzione di miglioramenti sostenibili per il business tramite segmentazione della clientela e adeguato portfolio management.
“Per le imprese è impegnativo riuscire a guardare più in là del prossimo semestre a causa del continuo mutare degli eventi a cui assistiamo”, dichiara Robertson. “Senza quell’orizzonte temporale molte preferiranno guardare in casa propria e cercare di crescere tramite misure organiche invece che M&A”.
Minor cautela degli investitori, maggiori ostacoli per le M&A
La principale ragione per cui un deal non va a buon fine è oggi la differenza di valutazione tra le aspettative dell’acquirente e quelle del venditore; in percentuale, i rispondenti che la pensano così sono cresciuti di un terzo, dal 38% al 50%. Similmente, timori sull’incertezza di un deal o sulla complessità delle valutazioni vengono presi in considerazione dal 49% del campione.
In ottobre 2010 il più grande ostacolo al completamento di un’operazione di M&A riguardava la 
cautela degli investitori. Seppur sia ancora un problema, lo è in misura minore (percentuale scesa al 46%).
“Il nuovo ostacolo, il “valuation gap”, è influenzato da fattori esterni: per esempio, la prospettiva di un rialzo dei tassi di interesse e la crescita del prezzo delle materie prime”, commenta Alastair Robertson. “E’ difficile valutare qualcosa quando i fattori che influenzano il prezzo fluttuano costantemente. Una maggior stabilità farà rientrare questi problemi, incoraggiando l’attività di M&A”.
 
La corsa al rifinanziamento è quasi finita
Negli ultimi sei mesi la percentuale di imprese che hanno rifinanziato è significativamente cresciuta. Quattro quinti del campione intervistato ha ripianato il proprio bilancio, mentre in ottobre la percentuale era del 52%. Ma per chi non ha ancora provveduto, l’urgenza di accedere a nuovi capitali è davvero reale. Due terzi di chi si trova in questa situazione deve farlo entro sei mesi. Significativi in questo ambito i dati italiani: ben un’impresa su tre ha necessità di ristrutturare da qui a sei mesi o a un anno, una percentuale più che doppia rispetto al dato mondiale del 13%, somma di entrambi gli orizzonti temporali.
Molte imprese hanno difficoltà significative nella propria operatività, (quasi una su dieci è ancora costretta a focalizzarsi sulla propria sopravvivenza, il 12% in Italia). Di queste, il 75% indica di avere problemi sia con l’attività principale che con quelle accessorie; molte citano la pressione sulla liquidità come singolo ed importante problema. 
Conclude Robertson: “Le imprese leader hanno agito per risolvere i problemi finanziari più stringenti tramite taglio dei costi e miglioramento del capitale circolante. Tali imprese stanno ora puntando verso una nuova fase in cui costruire miglioramenti sostenibili per il proprio business e raggiungere una crescita organica. Le imprese che invece non sono riuscite a rimediare stanno rimanendo indietro e possono veder svanire le opportunità di recupero mano a mano che la propria possibilità di scelta si restringe”.
 




            

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