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'FERMIAMO LA FUGA DI CAPITALI IN GRECIA'. Proposta di Daniel Gros,direttore del Center for European Policy Studies

7 Marzo 2012 - Autore: Redazione


 BRUXELLES – Si è da poco verificato il primo vero default di un paese classificato come “sviluppato” con l’accettazione “volontaria” da parte dei creditori privati a livello internazionale di un taglio pari a più del 50% sulle richieste fatte al governo greco. Il risultato è che la Grecia ha ora un debito minimo nei confronti dei creditori privati stranieri.

Il governo greco ha inoltre accettato di porre dei target di budget molto più severi per avere in cambio un aiuto finanziario pari a più di 100 miliardi di euro (134 miliardi di dollari). Lo scopo del pacchetto è evitare un default su tutti i fronti e permettere al paese di finalizzare gli aggiustamenti a livello finanziario senza sconvolgere eccessivamente i mercati finanziari. Quest’approccio (taglio del debito del settore privato, più modifica fiscale) potrà difficilmente funzionare di per sé.

Il vero problema della Grecia non è più, infatti, il deficit fiscale, ma una combinazione della fuga dei depositi e di un consumo eccessivo costante nel settore privato che per più di dieci anni è stato abituato a spendere più di quanto guadagnasse. Questo consumo eccessivo è stato finanziato (almeno finora) dal governo e, di conseguenza, gran parte del debito straniero ha compreso le passività del settore pubblico. La linea ufficiale è che il consumo eccessivo della Grecia terminerà non appena il governo limiterà la spesa ed aumenterà le tasse.  

Ma potrebbe non essere così. La popolazione greca è ormai abituata a spendere più delle proprie possibilità e può continuare a farlo perché si trova ad affrontare ciò che l’economista ungaro, János Kornai, ha definito come soft budget constraint analizzando il fallimento del socialismo. Nel caso in cui i contribuenti greci si trovassero a dover pagare delle tasse più elevate, potrebbero semplicemente ricorrere ai fondi dei conti di risparmio e continuare a spendere quanto prima. Ecco perché, nonostante le importanti modifiche fiscali, il deficit di conto corrente della Grecia continua a rimanere vicino al 10% del PIL.

Inoltre, sempre più depositanti hanno ritirato i propri fondi dalle banche greche per trasferirli all’estero per un valore, secondo le stime più affidabili, di circa 50 miliardi di euro pari ad un consistente 25% del PIL.

Questa situazione non può andare avanti. La Grecia non può mantenere l’accesso ai mercati finanziari finché non elimina il deficit di conto corrente e pone fine alla fuga dei depositi.

Purtroppo, il costo di opportunità per mantenere un deposito bancario in Grecia è piuttosto basso. Le banche greche al momento pagano ai depositanti solo circa il 2,8% di interessi. Se da un lato questo tasso è comunque migliore di un tasso pari a zero presso le banche tedesche, il divario è troppo limitato per poter fare la differenza visto il pericolo reale di un possibile abbandono dell’eurozona da parte della Grecia, cosa che porterebbe i depositi locali a perdere qualsiasi valore.

I tassi di interesse devono pertanto essere aumentati in modo consistente per indurre i risparmiatori greci a mantenere i propri depositi e fermare l’emorragia del sistema bancario greco. Allo stesso tempo, anche il costo del finanziamento di una spesa eccessiva deve essere aumentato, in caso contrario il deficit di conto corrente rimarrà invariato.

Il costo del credito a favore del settore privato greco continua ad essere sorprendentemente basso per un’economia che è stata completamente tagliata fuori dai mercati di capitale straniero e il cui governo non riesce ad ottenere dei fondi privati in nessun termine. Il costo medio dei prestiti nuovi alle imprese greche e ai contribuenti è ancora pari al 6-7%, una percentuale che sebbene possa sembrare sostanziale è in realtà poco più alta della percentuale tedesca.

Questo contesto deve essere cambiato. L’Estonia, che aveva registrato un deficit di conto corrente ben più consistente prima della crisi, rappresenta un ottimo controesempio. Allo scoppio della crisi, i costi dei nuovi prestiti erano aumentati fino a superare il 40%, portando ad un brusco aggiustamento del consumo interno che ha poi trasformato in tempi rapidi il bilancio di conto corrente in un surplus senza mettere in dubbio la credibilità del paese.

Ma perché quindi i tassi di interesse in Grecia continuano a rimanere così bassi? La risposta è semplice: le banche greche hanno ancora accesso ai fondi della Banca centrale europea a tassi molto bassi (1-3%). Fino a quando questo flusso di denaro a basso costo proseguirà, continuerà anche la fuga di capitali. Non ci sarà alcuna modifica del consumo finché il paese si troverà ad  affrontare solo un soft budget constraint.

Ecco perché il programma di aggiustamento delineato non basterebbe anche se il governo greco dovesse implementarlo in modo del tutto conforme. Se non verrà fatto nulla per fermare la fuga di capitali e ridurre la spesa privata interna, il sistema bancario greco diventerà sempre più dipendente dai fondi “monetari”. Ma la BCE ha già fornito circa 120 miliardi di euro (pari al 60% del PIL greco) alle banche greche e non può esporsi ulteriormente nei confronti di un paese che ha appena subito un default.

Un aumento consistente dei tassi di interesse interni potrebbe ancora essere sufficiente per indurre i risparmiatori a mantenere i propri depositi in patria. Se non si agisce in tempi rapidi la fuga dei depositi aumenterà quasi sicuramente ed il governo dovrà imporre un congelamento sul controllo dei capitali. Ma una mossa simile porterebbe al crollo del sistema bancario greco e, potenzialmente, al contagio di massa che colpirebbe il Portogallo, la Spagna e l’Italia.

Se i policymaker europei non riconoscono che la fuga dei depositi ed un continuo eccesso della spesa privata costituiscono un pericolo reale per il piano di aggiustamento della Grecia, si troveranno molto probabilmente a dover affrontare, anche se risulta difficile da immaginare oggi, una nuova crisi di proporzioni ancor più grandi.

 

Daniel Gros è direttore del Center for European Policy Studies.

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzione di Marzia Pecorari

 

 

 

 

 

©Project  Syndicate,  2012.

 

 




            

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