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'BISOGNA PRENDERSI UN ANNO SABBATICO DALL'EURO'. La proposta provocatoria di Hans-Werner Sinn, Presidente dell'istituto tedesco Ifo

28 Febbraio 2012 - Autore: Redazione


 MONACO – Sotto le pesanti pressioni esterne, i Paesi dell’Eurozona colpiti dalla crisi si sono prodigati alla fine per attuare dolorosi tagli ai bilanci pubblici. I salari sono stati drasticamente ridotti e i dipendenti pubblici licenziati per riportare i nuovi debiti a un livello tollerabile.

Eppure, la competitività, in particolare di Grecia e Portogallo, non mostra segni di miglioramento. Gli ultimi dati Eurostat sull’evoluzione dell’indice dei prezzi per i beni autoprodotti (deflatore del Pil) non evidenziano alcuna tendenza verso una reale deflazione nei Paesi in crisi. Ma una deflazione reale, raggiunta abbassando i prezzi rispetto ai competitor dell’Eurozona, è l’unica strada possibile per ristabilire la competitività di questi Paesi. Una riduzione dei costi unitari del lavoro potrebbe incrementare la competitività solo nella misura in cui si traduca davvero in una riduzione dei prezzi.

Dopo tutto, è stata l’inflazione dei prezzi nei Paesi in crisi, alimentata dai massici afflussi di credito a basso costo seguiti all’introduzione dell’euro, a comportare una perdita di competitività – con graduale aumento dei deficit delle partite correnti – e l’accumulo di un enorme debito estero. Ora che i mercati di capitale non intendono più finanziare questi deficit, i prezzi dovrebbero arretrare, ma questo ovviamente non sta avvenendo.

Nel 2010 l’inflazione in alcuni dei Paesi in crisi è rimasta sostanzialmente un passo indietro rispetto a quella dei rispettivi competitor europei. I recenti dati Eurostat per il terzo trimestre del 2011, tuttavia, stanno già mostrando un quadro diverso: il livello dei prezzi in Portogallo e Grecia è rimasto praticamente invariato nel corso dell’anno, e in Italia e Spagna è addirittura cresciuto lievemente (rispettivamente dello 0,4% e dello 0,3%).

Solo l’Irlanda ha proseguito il proprio percorso di rapida deflazione – e lo sta facendo da quando è scoppiata la bolla immobiliare nel 2006 – con una relativa riduzione dei prezzi del 2,2%. Nel complesso, l’Irlanda è diventata negli ultimi cinque anni il 15% più conveniente rispetto ai competitor dell’Eurozona.

Questa svalutazione interna sta dando i suoi frutti: mentre l’Irlanda incorreva in un deficit delle partite correnti del 5,6% del Pil nel 2008, la Commissione europea si aspettava per il 2011 un surplus delle partite correnti pari allo 0,7% del Pil. In effetti, molto di tutto ciò rappresenta una semplice riduzione del debito, considerato che l’Irlanda è stata in grado di ripagare le passività estere stampandosi la propria moneta, per le quali paga solo l’1% di interessi. Ciò nonostante, l’ingente surplus commerciale dell’Irlanda è migliorato ulteriormente.

L’Irlanda deve gran parte di questo cambiamento all’efficiente settore dell’export, i cui sostenitori sono stati in grado di imporre un’inversione di marcia politica. La Grecia, invece, è sotto l’influenza di una potente lobby delle importazioni. Come ha affermato il ministro greco dell’economia, Michalis Chrysochoidis, ciò è attribuibile ai sussidi dell’Unione europea, che hanno spinto gli imprenditori a seguire i facili guadagni del settore importazioni.

Ora, questi importatori formano un potente baluardo contro qualsiasi politica che possa causare deflazione, anche se abbassare i prezzi – e quindi reindirizzare la domanda greca dai prodotti esteri a quelli domestici e sostenere il turismo – rappresenta l’unico modo per rimettere in sesto l’economia greca. Dal momento che il deficit delle partite correnti della Grecia in rapporto al Pil è stato tre volte superiore a quello dell’Irlanda, i prezzi greci dovrebbero scendere della metà per raggiungere gli stessi risultati. Non è pensabile che la Grecia possa gestire tale situazione all’interno dell’Eurozona senza scatenare diffusi disordini sociali, o addirittura condizioni simili a quelle di una guerra civile.

Ma non sono solo gli importatori a bloccare la svalutazione reale. Anche i sindacati si stanno opponendo alle necessarie riduzioni salariali, e i debitori pubblici e privati temono la prospettiva di un’insolvenza, se asset e rendite perdono valore, mentre i debiti restano invariati. Si tratta di una situazione difficile da gestire.

Molti guardano alla riduzione e socializzazione dei debiti come all’unica via d’uscita. Questo aiuto è stato dato. Il recente accordo ha concesso alla Grecia una riduzione del debito pari a 237 miliardi di euro (316 miliardi di dollari), circa il 30% in più del reddito netto nazionale del Paese pari all’incirca a 180 miliardi di euro. Ma tale aiuto rafforza solo un errato valore dei prezzi – e quindi la perdita di competitività dell’economia. I debiti riemergeranno come un tumore, crescendo di anno in anno, e compromettendo al contempo l’affidabilità creditizia dei Paesi stabili dell’Eurozona.

Se ciò accadesse, l’euro alla fine collasserebbe. Solo una riduzione dei prezzi potrebbe creare surplus delle partite correnti e consentire ai Paesi in crisi di estinguere i propri debiti con l’estero. È tempo che l’Europa faccia i conti con questa inesorabile verità.

Quei Paesi che non intendono assumersi il compito di ridurre i prezzi dovrebbero avere l’opportunità di lasciare temporaneamente l’Eurozona allo scopo di svalutare prezzi e debiti. In altre parole, dovrebbero prendersi una sorta di anno sabbatico dall’euro – una proposta avanzata anche dall’economista americano Kenneth Rogoff.

Una volta placatasi la tempesta finanziaria, il sole potrebbe tornare a risplendere. Gli Stati creditori dovrebbero accollarsi le grandi perdite derivanti dalle svalutazioni, ma alla fine si ritroverebbero più di quanto avrebbero ottenuto se i Paesi in crisi fossero rimasti all’interno dell’Eurozona, perché una nuova prosperità di questi Paesi, derivante dall’abbandono dell’euro, rappresenta l’unica chance di recuperare terreno.

 

 

Hans-Werner Sinn è professore di economia e finanza pubblica presso l’Università di Monaco, e presidente dell’istituto tedesco Ifo.

 

 


Traduzione di Simona Polverino

 

© Project Syndicate, 2012.




            

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