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Democrazia contro eurozona – L'analisi di Daniel Gros, Direttore del Center for European Policy Studies

4 Giugno 2012 - Autore: Redazione


BRUXELLES – L’Unione europea è una quasi-federazione di stati democratici e sovrani all’interno dei quali le elezioni sono un procedimento importante e dove ciascun paese tenta di determinare il proprio destino indipendentemente dai desideri dei suoi partner. Tuttavia, è ormai chiaro a tutti che il progetto inziale dell’eurozona aveva in realtà un intento istituzionale ben diverso, tanto che questo divario progettuale sembra in effetti essere una delle cause principali dell’attuale crisi dell’unione monetaria.

Ad ottobre dell’anno scorso, il Primo Ministro greco di allora, George Papandreou, aveva proposto un referendum popolare sul secondo pacchetto di salvataggio da poco concordato in seno al vertice europeo di Bruxelles. Il grande disappunto espresso dal Cancelliere tedesco Angela Merkel e dall’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy fece in modo che la Grecia non arrivò mai al voto.  Ma a meno di un anno di distanza, il referendum sta, di fatto, avendo luogo. All’interno di un’unione di democrazie è impossibile obbligare i paesi sovrani ad aderire alle regole se i loro cittadini non le accettano più.  Un contesto simile ha profonde implicazioni. Tutti quei piani ambiziosi per l’istituzione di un’unione politica a sostegno dell’euro con una politica fiscale comune non possono funzionare finché gli stati membri dell’UE rimangono democratici e sovrani. I governi possono firmare accordi e impegnarsi solennemente a subordinare la propria politica fiscale alle regole dell’UE (o, per essere più precisi, ai desideri della Germania e della Banca Centrale Europea). Ma, alla fin fine, le “persone” rimangono le vere sovrane e possono scegliere di ignorare le promesse dei loro governi e rifiutare qualsiasi programma di aggiustamento proveniente da “Bruxelles”. Al contrario degli Stati Uniti, l’UE non può inviare i suoi funzionari per fare implementare i suoi accordi o per riscuotere i debiti. Qualsiasi paese può abbandonare l’UE, e quindi l’eurozona, quando il peso dei suoi obblighi viene percepito come troppo oneroso. Finora, si è presunto che il prezzo da pagare per uscire dall’Unione fosse talmente elevato da non poter mai essere preso in considerazione. Ma ora non è più così, almeno non per la Grecia.

Inoltre, in termini più generali, gli impegni dell’UE sono ora diventati relativi, il che implica che gli Eurobond garantiti dall’intera eurozona non possono essere la soluzione ottimale che alcuni sperano. Finché gli stati membri manterranno la piena sovranità, nessuno può assicurare con certezza agli investitori che, nel caso di un crollo dell’eurozona, alcuni paesi non si rifiuteranno di pagare o che non si rifiuteranno comunque di pagare per gli altri paesi. Non sorprende quindi che le obbligazioni emesse dal Meccanismo Europeo di Stabilità Finanziaria (il fondo di salvataggio dell’eurozona) siano vendute ad un premio sostanziale sul debito tedesco. 

Tutte le varianti degli Eurobond sono presumibilmente legate a una serie di condizioni, ed i paesi che li vogliono utilizzare devono seguire delle severe regole fiscali. Ma chi garantisce che queste regole saranno realmente rispettate? La vittoria di François Hollande su Sarkozy alle elezioni presidenziali francesi dimostra che un consenso apparente sulla necessità di politiche di austerità può crollare molto rapidamente. E se i paesi debitori diventassero una maggioranza e decidessero di aumentare le spese, a quali mezzi potrebbero fare ricorso i paesi creditori?

Le misure concordate recentemente per rafforzare il coordinamento della politica economica nell’eurozona (il cosiddetto “six pack”) stabiliscono, in linea di principio, che in contesti simili la Commissione europea abbia il ruolo di arbitro e che i suoi programmi di aggiustamento possano essere formalmente annullati da due terzi della maggioranza degli stati membri. E’ comunque poco probabile che la Commissione sarà mai in grado di imporre la sua prospettiva su uno dei principali paesi. 

L’esperienza della Spagna è molto istruttiva in questo senso. A seguito delle recenti elezioni, il nuovo governo del Primo Ministro Mariano Rajoy ha annunciato che non si sarebbe sentito legato al programma di aggiustamento concordato con l’amministrazione precedente. Rajoy è stato duramente rimproverato per la sua dichiarazione, ma ciò non ha cambiato la sostanza. Il programma di aggiustamento spagnolo è stato infatti reso molto più indulgente.

La realtà è che gli stati membri più grandi sono più uguali degli altri, il che non è ovviamente giusto. Ma l’incapacità dell’UE di imporre la sua prospettiva sui paesi democratici potrebbe risultare a volte vantaggiosa, dato che anche la Commissione non è infallibile.

Il messaggio più esplicito derivante dalle elezioni francesi e greche è che il tentativo di imporre una dittatura benevola da parte dei paesi creditori si trova ora ad affrontare la rivolta dei paesi debitori. I mercati finanziari hanno reagito in modo così duro proprio perché gli investitori riconoscono che, nel contesto del debito sovrano, il soggetto “sovrano” è in realtà un elettorato che può decidere semplicemente di non pagare.

Sta già succedendo in Grecia, anche se il destino dell’euro verrà in realtà deciso da paesi più grandi e sistematicamente importanti come l’Italia e la Spagna. Solo alcune azioni specifiche da parte dei loro governi, sostenuti dai loro cittadini, dimostreranno che meritano un sostegno incondizionato da parte del resto dell’eurozona. A questo punto, non c’è nient’altro che possa salvare la valuta comune.

 

 

 

 

©Project Syndicate




            

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