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Dalle XII tavole alle garanzie costituzionali di libertà

10 Novembre 2008 - Autore:

Un breve excursus sulla situazione della primissima fase repubblicana è necessario per comprendere quale ruolo sul piano giuridico, e prima ancora sociale, abbiano avuto le Leggi delle XII Tavole.

 

Il V Secolo è stato lo snodo del diritto criminale romano, e dell’intero assetto giuridico di Roma, che, da potenza regionale, comincia a guardare al Sud, ad aprirsi a nuove prospettive e ad essere sensibile a nuove esigenze, nel campo politico, così come in quello giuridico e sociale.

Con l’avvento della Repubblica il ceto aristocratico, protagonista della cacciata della monarchia, si organizzò in casta chiusa (c.d. serrata del patriziato) e conquistò il monopolio del potere politico: la distanza sociale e giuridica tra patriziato e plebe divenne via via sempre più netta e marcata rispetto all’ultima età regia.

Le posizioni di privilegio e la difficile situazione economica dovuta anche alla politica latifondista del patriziato, alle guerre con Volsci ed Equi ed ad alcune gravi carestie, la notizia delle quali è giunta fino a noi, portarono ad uno scontro duro tra patrizi e plebei, scontro che era essenzialmente basato su tre punti cardine: la parità dei diritti politici, l’abolizione della schiavitù per debiti e la partecipazione dei plebei all’assegnazione dell’agro pontino.

L’evoluzione delle lotte tra patriziato e plebe non è nota in ogni suo particolare, ma sicuramente una delle maggiori conquiste, oltre all’inviolabilità tribunizia, è costituita dalla stesura di un codice di leggi scritte, che tolse l’amministrazione della giustizia all’arbitrio del patriziato e riconobbe formalmente certe importanti garanzie personali a tutti i cittadini.

Al riguardo è importante riportare un brano di Livio (III, 55, 3-5):

 

Omnium primum, cum velut in controverso iure esset tenerenturne patres plebis scitis, legem centuriatis comitiis tulere ut quod tributim plebes iussisset populum teneret; qua lege tribuniciis rogationibus telum accerrimum datum est. Aliam deinde consularem legem de provocatione, unicum praesidium libertatis decemvirati protestate eversam, non restituunt modo, sed etiam in posterum muniunt saeciendo novam legem, ne quis ullum magistratum sine provocatione crearet; quis creasset, eum ius fasque esset occidi, neve ea caedes capitalis noxae haberetur.

 

Il passo indica due dei capisaldi a presidio della plebe ed anche dell’intera comunità: la validità per tutto il Popolo Romano delle deliberazioni dei Comizi tributi ed una nuova Lex Valeria de provocatione a precisazione degli obblighi del magistrato circa la concessione della provocatio e contenente l’espresso divieto, duramente sanzionato, di creare un magistrato libero da provocatio.

 

La storiografia è divisa anche per quanto concerne l’autenticità di questa seconda Lex Valeria e ancora una volta altri brani possono essere citati a conferma della sua autenticità.

 

Negare la storicità della Lex de provocatione del 449 a.C. vuol dire non tenere in considerazione la realtà e gli stravolgimenti di quegli anni. Le XII Tavole sono un passaggio storico nell’evoluzione giuridica ed istituzionale di Roma. Se è vero, come in effetti lo è, che l’iscrizione del Lapis Niger ha tramandato l’esistenza di testi scritti fin dall’età più antica, tuttavia si trattava, come nota Santalucia, di testi poco numerosi e non collegati in un sistema.

Se così non fosse, non avrebbero senso le lotte per la codificazione condotte dalla plebe fin dai primi anni del V Secolo; è necessario riconoscere, ancora una volta insieme a Santalucia (Il diritto penale nelle XII Tavole, Copanello 1984) che prima delle XII Tavole la giustizia era amministrata secondo norme consuetudinarie tramandate oralmente nell’ambito delle gentes patrizie e che la situazione consentiva, dapprima al re, poi ai magistrati supremi della Repubblica, un largo margine di arbitrio: va notato che le prime richieste per la redazione e la pubblicazione di un corpus di leggi sono presentate dalle nostre fonti come un tentativo di limitare l’imperium dei consoli.

Una considerazione può essere importante al riguardo: sul breve periodo del decemvirato gli storici antichi hanno, relativamente, molto da raccontare, più che su qualunque altra fase della Repubblica arcaica. Il fatto stesso che gli avvenimenti di quegli anni abbiano provocato un così intenso lavoro di immaginazione dimostra ch’essi lasciarono una traccia profonda nel ricordo e giustifica l’ipotesi che abbiano avuto una grande importanza nell’evoluzione della società romana.

In quest’ottica, che vede nelle XII Tavole un passaggio simbolo nel diritto romano, riconoscere la storicità di una legge che ribadisca e definisca meglio i confini di uno dei capisaldi contro l’arbitrio del potere è una conseguenza logica prima ancora che storico – giuridica.

 

È Cicerone a scrivere che le XII Tavole non solo confermarono il diritto di provocare al Popolo (“ab omni iudicio poenaque provocari licere indicant XII Tabulae conpluris legibus”), ma individuarono anche nei Comizi centuriati l’organo giurisdizionalmente competente ad emanare la sentenza di morte, ponendo così fine al rischio di episodi come quello sopraccitato di Coriolano.

Inoltre la presenza di un provvedimento favorevole ad una parità di garanzie per tutti i cittadini si colloca in una tendenza ormai radicata: per esempio, nel 444 a.C. la Lex Canuleia abolì il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei.

 

Con le XII Tavole non c’è un riconoscimento della plebe da parte del patriziato, ma comincia un periodo di parità almeno formale di tutti i cittadini romani. Infatti, in precedenza, non erano stati pochi i casi nei quali le più elementari garanzie personali erano state violate.

Potremmo anche concludere al riguardo che più che un’arma di lotta della plebe, la provocatio sia nata come un rimedio che il patriziato stesso aveva ideato a freno dei suoi stessi magistrati.

Non rari erano i casi di magistrati che si comportavano come se la provocatio non fosse mai stata sancita fin dall’inizio della Repubblica, così come spesso era messo a morte senza il necessario processo davanti ai Comizi; sulla falsariga di questa prevaricatoria prassi patrizia, anche la plebe “creò” una sua persecuzione criminale, costituendosi in collegio giudicante con presidente un tribuno o un edile e concedendosi arbitrariamente il potere di mettere a morte il patrizio (il console uscito di carica!) responsabile di azioni contrarie all’interesse generale della plebe.

 

Da parte del patriziato non garantire effettivamente il diritto di provocare al popolo, non assicurare un processo davanti ai Comizi; da parte delle plebe arrogarsi la facoltà di decidere come fosse stata i Comizi: sono tutti dati che mostrano come la tensione a metà del V Secolo a.C. fosse diventata quasi intollerabile, nonostante la Lex Aternia Tarpeia e la Lex Menenia Sestia avessero nel 454 e nel 452 a.C. già ridotto la potestas coercitiva consolare.

Stante questo infuocato contesto sociale e giuridico, non sembra corretto dubitare della storicità dei due provvedimenti importantissimi di cui sopra, e cioè la riaffermazione della provocatio ad populum e l’individuazione nei Comizi centuriati dell’organo giurisdizionalmente competente a condannare a morte un cittadino romano. Contro le decisione dei Comizi, che non erano certo espressione di imperium di un magistrato, non era giustamente esperibile l’esercizio della provocatio.

 

Solo nel 44 a.C., ed al solo fine di ingraziarsi le simpatie popolari, Marco Antonio propose e fece approvare una legge che consentiva di provocare avverso le decisioni delle quaestiones de vi e de maiestate; la legge, pensata per guadagnare il favore del popolo, era chiaramente mal vista dall’aristocrazia e dal Senato: ebbe pertanto “vita breve” e dopo la sua abrogazione, non fu mai ripresentata, almeno stando alle fonti in nostro possesso, neanche sotto forma di mera proposta legislativa. Chiaramente al di fuori delle specifiche competenze dei Comizi centuriati ed ai tassativi casi di previsione legislativa della pena, l’imperium del magistrato aveva sempre il suo unico limite nell’istituto della provocatio ad populum.

  

 




            

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