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Come Guadagnare in Borsa con Renato Di Lorenzo

10 Gennaio 2009 - Autore: Consulaziende snc


Argomenti Introduttivi

 

Questo capitolo è per chi proprio, di Borsa, ne sa poco. Qui fornisco preliminarmente solo una semplice traccia delle cose da sapere, perché tutti gli argomenti di base, così come gli aspetti legali e fiscali, sono trattati in moltissime altre pubblicazioni (si veda la bibliografia).

La Borsa è un luogo, a Milano, a Londra, a New York ecc., dove delle persone, impiegati e funzionari di Sim, banche ecc. (in inglese, enericamente, brokers), si scambiano titoli: azioni, obbligazioni ecc.

Per articolare un po’ queste informazioni preliminari facciamo l’esempio più vivido, quello delle azioni: per gli altri titoli (o asset) le cose non vanno molto diversamente.

Un’azione, allora, è un pezzo di carta sul quale è scritto che il signor Giovanni Rossi, suo legittimo possessore, è proprietario di una quota parte della azienda (per esempio, la Fiat) che ha emesso l’azione.

Se la Fiat ha emesso 2 miliardi e 340 milioni di azioni, Giovanni Rossi è padrone di un duemiliarditrecentoquarantamilionesimo di Fiat.

Quanto costa quel pezzo di carta?

Se al mattino ci sono 10.000 persone che vogliono vendere le loro Fiat, e solo 5.000 che vogliono comperare, il prezzo delle Fiat quel giorno scenderà, perché i broker i cui clienti vogliono vendere avranno difficoltà a trovare altri broker che abbiano clienti che vogliono comperare. Così va la Borsa.

Come si fa trading in Borsa?

Niente è più semplice: Giovanni Rossi va al mattino nella sua banca, allo sportello “Titoli” o alla sua Sim e dice all’impiegato: “Stamattina mi comperi 1.000 Fiat”, fissando o no il prezzo al quale vuole comperare. In alternativa – e ormai vi consiglio decisamente di seguire questa strada per gli innumerevoli vantaggi che presenta – Giovanni si collegherà al suo sito di trading online via internet e immetterà direttamente i suoi ordini sul mercato.

Gli ordini poi potranno essere eseguiti in apertura, cioè alle prime contrattazioni della giornata, oppure durante la fase di borsa continua, cioè nel corso della normale giornata di contrattazioni; le differenze tecniche non sono cosa che vi riguardi più di tanto, perché io vi consiglio comunque sempre di fissare il prezzo al quale siete disposti a comperare o a vendere, specificandolo alla vostra banca o immettendolo nella apposita mascherina del vostro sito di trading online. Non specificando il prezzo, l’ordine verrà eseguito al prezzo che si trova sul mercato nel momento in cui verrà passato l’ordine, che potrebbe essere anche fortemente diverso da quello che pensate voi. Viceversa, specificando il prezzo, potrebbe darsi che il broker non trovi il titolo che volete voi al prezzo che volete voi… cioè il vostro ordine rimarrà ineseguito.

Meglio non eseguire l’ordine o vederselo eseguito male? Dipende dai gusti, ma se accettiamo il fatto che è meglio non fare un profitto che subire una perdita, allora è sempre meglio specificare il prezzo. L’unica eccezione – non molto probabile - è rappresentata dalla circostanza in cui voi possediate dei titoli di cui volete assolutamente liberarvi: allora conviene ovviamente passare l’ordine di vendita senza prezzo, accettando il rischio.

La banca si fa pagare delle commissioni per quello che fa: diciamo uno 0,7% del valore della transazione, ma dipende dalla Borsa sulla quale operate, dall’asset, dal broker… ricordate di informarvi bene, perché il panorama è incredibilmente variegato. Comunque ricordate che in banca tutto, o quasi tutto, è negoziabile. Con un boker online invece non c’è quasi niente di negoziabile, perché tra voi e lui c’è solo un legamene elettronico, ma le commissioni normalmente sono molto più basse.

Il broker, in genere, vi farà anche pagare il servizio di custodia dei vostri titoli, che voi non vedrete mai materialmente, ma anche su questo punto informatevi bene, perché la varietà dei comportamenti è infinita.  

Dove seguire la quotazione dei titoli?

Il mezzo più classico è Il Sole 24 ORE, oltre alle pagine economiche di tutti gli altri quotidiani – ma oggi trovate tutto su Internet. Difficile rinunciare oggi a internet. Su queste pagine informative trovate  scritto ogni giorno quanto hanno quotato le vostre Fiat il giorno precedente; inoltre trovate quanti dividendi dà la Fiat, e altre informazioni che capirete benissimo alla fine del libro. Su internet trovate anche una cosa che impareremo ad apprezzare moltissimo, ossia i grafici dell’andamento del prezzo e di altre variabili importanti.

Dimenticavo: i dividendi sono i quattrini che le aziende ogni anno decidono di dare agli azionisti.

Questo è veramente l’abc.

Ma non occorre che io vada troppo avanti: in fondo l’impiegato dello sportello “Titoli” della banca, il promotore finanziario o le schermate del broker online con i suoi helpedesk, sono lì anche per spiegarvi i particolari operativi che ancora certamente vi sfuggono. Non stancatevi mai di chiedere: sono lì apposta.

 

Iniziamo ora anche un po’ di teoria elementare: i trader si distinguono spesso in “fondamentalisti” e “chartisti” (o analisti tecnici). I primi credono solo nell’analisi cosiddetta fondamentale, i secondi credono soltanto nell’analisi cosiddetta tecnica.

In realtà la classica opposizione fra queste due scuole di pensiero è superata; anni di uso ed esperienza hanno infatti mostrato che per essere un buon trader è necessario adoperare tutte e due le tecniche, integrandole in qualche modo, cioè utilizzando delle due quello che di meglio possono dare. Per questo motivo, in realtà, nel trading moderno si sono venute affermando scuole diverse, che fondano la propria diversità proprio sul modo in cui fanno interagire l’analisi tecnica e l’analisi fondamentale.

Nella buona sostanza, dunque, la scuola fondamentalista crede fermamente nei valori – guarda caso – fondamentali; la domanda che si pone un qualunque analista fondamentale è sempre: “Esiste sul mercato un’azienda a buon prezzo, cioè un’azienda che, per qualche motivo, costi meno del suo valore effettivo (o fair value)? Perché se così è, certamente prima o poi il mercato se ne accorgerà, e io guadagnerò molti denari”.

Un esempio? Durante uno dei grandi crolli della storia, nell’ottobre 1987, riporta Peter Lynch - uno dei fondamentalisti leggendari, di cui parleremo spesso in seguito – che Dreyfuss, uno splendido distributore di fondi di investimento e di servizi finanziari americano, crollò a 16 dollari per azione. Poco prima ne valeva 35 (ma all’inizio del 1987 aveva superato i 42 dollari per azione). Il motivo del crollo? Intanto perché era crollato tutto. Gli indici sono sempre in parte bugiardi: si parlò di un 20%, ma una gran parte dei titoli si dimezzò di valore, come ben sa anche chi comperò in Italia ai massimi del 1986 (o[1] del 2000). In secondo luogo, perché Dreyfuss distribuisce prodotti finanziari al pubblico: ve lo immaginate – si ragionò in quei giorni – cosa succederà dopo il crollo a tutte queste case che vivono della finanza? I sottoscrittori ritireranno i loro soldi: sarà il disastro.

Timori comprensibili. Però attenzione: innanzi tutto la realtà delle imprese è sempre meno brutta di quello che uno può pensare quando ne sente parlar male (così come in genere è sempre meno bella di quello che uno può pensare quando ne sente parlar bene). In secondo luogo, beh, il troppo stroppia: Dreyfuss in quel momento aveva una liquidità (soldi suoi, di sua proprietà, investiti in buoni del Tesoro americani, certificati di deposito ecc.) pari a 15 dollari per azione al netto dei debiti a lungo termine. In altri termini, Dreyfuss in quel momento avrebbe potuto, con la sua liquidità, pagarsi i debiti, e sarebbero ancora rimasti 15 dollari per azione: cioè chi in quel momento si comprava Dreyfuss a 16 dollari si stava comperando l’avviamento di Dreyfuss, il marchio di Dreyfuss, la sua rete di vendita, la credibilità dei suoi professionisti, i suoi immobili, i suoi uffici, i suoi computer… tutto per 1 dollaro.

Nemmeno tre anni dopo, nel 1991, Dreyfuss valeva 35 dollari e rotti. Chi allora avesse avuto il sangue freddo di fare due conti (e il buon trader deve essere capace di questo sangue freddo), investendo, diciamo, 50.000 dollari, a poco più di due anni di distanza avrebbe guadagnato circa 100.000 dollari, nonostante un altro minicrack nell’ottobre del 1989. Chi già sa farsi i suoi conti col personal computer può calcolare a che tasso corrisponde l’investimento di 16 dollari con un ricavo di 35,5 dopo 26 mesi: scoprirà che stiamo parlando di oltre il 3% al mese, cioè di oltre il 3%´12 = 36% l’anno!

Vediamo ora le idee di un altro fondamentalista leggendario: James A. Rea.

Riassumiamo liberamente da un articolo comparso il 22 maggio 1989 su Barron’s, il settimanale di tutti noi che ci occupiamo di queste cose.

Quindici anni prima, il padre di James Rea aveva letto un articolo sul conservative money management (gestione prudente del denaro) di Benjamin Graham, il padre idolatrato della scuola fondamentalista; i due si conobbero e fondarono una partnership che divenne il Rea-Graham Fund, all’epoca gestito appunto da James Rea.

Rea-figlio sceglieva le azioni in base a un insieme di 10 regole, metà delle quali si riferisce alla solidità finanziaria e l’altra metà al livello di prezzo. Ad esempio[2], cercava un rendimento in termini di utili almeno doppio di quello delle obbligazioni classificate “tripla A” da Moody, un rendimento in termini di dividendi del 6% e un prezzo inferiore ai due terzi del valore di libro.

Come ci si può aspettare, quando i mercati salgono molto, una gran parte delle azioni in portafoglio viene venduta e i denari vengono impiegati in obbligazioni governative, perché questi vincoli non vengono più rispettati.

Rea disse – al tempo dell’intervista – che uno dei titoli migliori in portafoglio in quel momento era Manufacturers Hanover (allora la quinta banca statunitense), molto esposta verso i Paesi sottosviluppati, che aveva dovuto accantonare nel 1987 circa 1,7 miliardi di dollari a motivo di tale

esposizione (questa cifra era uguale ai profitti dei 5 anni precedenti). Rea ammetteva che la banca aveva ancora molti problemi, ma seguiva con durezza le sue regole. “Noi non siamo in affari per fare predizioni” diceva, “ma per comperare roba a buon prezzo!”.

Dunque avete capito il tipo: il significato dei tecnicismi, come detto, lo imparerete più in là, ma il tipo lo avete capito lo stesso: opera come la zia di Genova, che va al mercato al sabato pomeriggio – un po’ sul tardi – quando i fruttivendoli cancellano precipitosamente i vecchi prezzi segnati col gesso sui cartellini, perché o vendono adesso o gli rimane la frutta sul banco, che è come dire avere frutta marcia al lunedì mattina.

Per la cronaca, quando Rea rilasciava l’intervista a Barron’s, Manny Hanny (il nome per gli amici di Manufacturers Hanover) valeva meno di 35 dollari. Nel gennaio 1990, dopo il minicrack di ottobre 1989 e una pesante débâcle dei titoli finanziari causata dalle periodiche nevrosi settoriali di Wall Street, valeva più o meno lo stesso, ma ad agosto 1989 aveva toccato i 44 dollari abbondanti, il che significa un guadagno di 10 dollari, cioè un buon 30% in pochi mesi. Chissà se Rea ha venduto ad agosto 1989.

Dunque, avrete capito: il fondamentalista aspetta al varco lo sconto, il saldo, l’occasione, la roba smessa ma ancora buona… tutto quello che gli altri non capiscono e che stanno buttando via.

Sta bene. Ma è proprio vero che il mercato prima o poi si accorge che ha fatto una fesseria? Perché se questo non accade, allora è tutto inutile…

La mia esperienza personale mi dice che sì, che è proprio vero: se si è originariamente nel giusto, cioè se è vero che il mercato sta buttando via roba buona, e non già roba apparentemente buona ma in realtà bacata, è allora anche vero che prima o poi se ne rende conto, e paga il pedaggio per il suo errore. Inoltre, è anche assolutamente vero – checché ne pensino gli economisti ortodossi – che i mercati sbagliano; normalmente sono iperspaventati dalle difficoltà e iperottimisti per le buone nuove. Ne riparleremo a lungo. Questa è anche l’esperienza di tutti i fondamentalisti. Dice Lynch (1989) che a volte ci vogliono anni perché il prezzo si allinei con il valore dell’azienda, e che i periodi grami durano così a lungo che gli investitori dubitano che ciò accadrà mai. “Ma il valore vince sempre – o per lo meno in un numero di casi tale da rendere conveniente il crederci fermamente.”

E su queste parole di grande speranza, sospendiamo momentaneamente il discorso per quanto attiene ai fondamentalisti. Ne riparleremo anche troppo in seguito. Occupiamoci ora invece dei chartisti, o seguaci dell’analisi tecnica.

Qui il discorso in certo senso è più semplice, anche perché avremo modo di approfondirlo davvero bene nel seguito: nella buona sostanza chi fa analisi tecnica è convinto che tutti i dati fondamentali possono essere falsi e, soprattutto, che quando li si conosce ormai è in genere troppo tardi, perché il mercato li ha conosciuti prima di noi ed ha già agito. Che cosa rimane allora? Semplicemente prendere atto del fatto che tutto quanto si può conoscere di un’impresa è contenuto nei movimenti del prezzo, e quindi sono questi movimenti (cioè il loro grafico, o chart) che vanno studiati. Gli strumenti con i quali studiarli sono ormai noti da decenni se non proprio da secoli, e avremo modo di esaminarli a lungo.

Dunque, adesso allacciate le cinture: si comincia il viaggio.

 

http://www.ibs.it/code/9788883637902/di-lorenzo-renato/guadagnare-borsa-con.html



[1] Uno degli indici di borsa più importanti, il Nasdaq Composite, toccò livelli superiori ai 5000 punti nel 2000, per poi crollare fino a poco più di 1000 punti nel 2002.

[2] Per molti che non capiscono questi termini, tutto diventerà chiaro nel corso dell’esposizione.

 

 




            

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