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Bilanci dolceamari per gli intermediari creditizi

12 Dicembre 2011 - Autore: Redazione


 a cura del Prof. Giuseppe G. SANTORSOLA
Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari. 
Università Parthenope di Napoli

 

Le banche si predispongono alla redazione dei bilanci, in accordo con le regole ormai usuali degli IAS-IFRS, peraltro seguendo le indicazioni dell’EBA e, quindi, dell’Authority europea loro dedicata.

Come è noto i bilanci sono guidati oggi dal fair value e dall’impairment, nel rispetto del prevalere della sostanza sulla forma e nel confronto obbligatorio fra conti economici e conti finanziari. Gli spazi di manovra per soluzioni di window dressing sono contenuti e le Authorities forniscono indicazioni anche stringenti per la scelta fra le alternative individuate dai singoli principi contabili, cui non sempre le banche stesse aderiscono con convinzione.

Negli anni passati fin dal 2005, ogni anno gli intermediari hanno lamentato la possibilità di disapplicare alcuni principi o di ridurne la rigidità, per non dover esporre dati che sono condizionati da fenomeni contingenti e non strutturali. In particolare le banche soffrono il mark-to-market di alcune voci che evidenzia volatilità dei valori incongrue con la stessa mission della banca, storicamente individuata come area di stabilità e non di rischio elevato.

Siamo sinceri; in realtà con il marking-to-market spesso emergono in negativo le banche che hanno asset rischiosi ed incerti nel loro valore a fronte dei passivi tradizionali. Quanto evidenziato nei bilanci è quindi vero e giusto: le banche sono oggi più volatili e volatilità significa rischio. E’ invece vero che rischio è concetto bilaterale foriero anche di profitti. E’sufficiente esaminare l’andamento dei mercati azionari di questa settimana per osservare un rialzo di circa il 10%; altrettanto per l’Italia. la discesa dello spread ha rialzato il valore dei titoli obbligazionari (che sono anche nell’attivo delle banche). A seconda dello scenario al 31 dicembre potremmo avere valori anche marcatamente diversi fra loro il che preoccupa i banchieri che tendono a rifiutare la rigidità delle scelte adottate dall’EBA.

Evidenziamo un altro profilo: le banche nei loro attivi hanno crediti, titoli, posizioni finanziarie in derivati e interbancario e immobilizzazioni reali e finanziarie; nella teoria i primi sono oggetto sociale caratteristico (creano il “fatturato” caratteristico delle banche), ma oggi hanno peso calante e – oggi – ritenuti poco interessanti. La loro volatilità è statisticamente la minore rispetto agli altri asset e ciò dovrebbe essere tenuto in conto nelle scelte strategiche. Al contrario, con qualche forzatura semplificatoria, le banche attualmente “speculano” su titoli non plain vanilla, si scambiano posizioni (swap) muovendo monete e attività “hot”e pagano oggi il conto di partecipazioni e investimenti reali acquistati a prezzi troppo alti nel recente passato. Il peso del credito è scarso nei maggiori gruppi bancari. Ciò si riflette sui conti economici e su quelli finanziari. I crediti generano ricavi; i titoli come anzidetto generano anche “perdite di valore”, gli swap sono per natura ondivaghi nel risultato e le minusvalenze sono oneri per i conti economici. In questa cruda ricostruzione risiede un motivo del degrado del valore di mercato delle banche. Finché la volatilità resta bilaterale come compensazione di rialzi e ribassi, i valori positivi non sono recepiti come consolidati e generano paradossalmente ulteriore perdita di valore stabile (l’EVA fino a pochi anni fa di gran moda fra molti banchieri). Le banche contengono certamente valori superiori, ma i mercati non le desiderano nel loro Eden. A differenza dell’evento biblico, peraltro nei mercati finanziari è previsto anche il percorso di ritorno! Non gioverà peraltro in termini reputazionali l’evidenziare nei prossimi mesi perdite contabili forti, generate da minusvalenze. Con queste premesse ed in conflitto con posizioni teoriche da me condivise, si può pertanto considerare congrua l’ipotesi di trattare al costo storico (hold to maturity) e non a quello di mercato (mark-to-market) alcune poste di bilancio.

 




            

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