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APPLICAZIONE DELLA PENA SU RICHIESTA DELLE PARTI

7 Luglio 2009 - Autore: Studio Legale Avv. Vincenzo Mennea


 Questioni di legittimità costituzionale in tema di patteggiamento.

Secondo la formulazione originaria dell’art. 444 c.p.p. al giudice era precluso sindacare la congruità della pena richiesta  dalle  parti.
Il giudice, mero supervisore della richiesta e dell’assenza di cause di proscioglimento ex art. 129 c.p.p.,  una volta riscontrata la correttezza  della qualificazione del fatto correttamente circostanziato, doveva applicare la pena, così come questa era stata determinata dalle parti.
L’enunciazione nel dispositivo che un accordo intercorso tra  pubblico ministero e imputato pareva esonerare il giudice dalla valutazione imposta ex art. 133 c.p.
La Corte costituzionale aveva dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell’ art. 444 c.p.p. per la parte in cui tale norma non consentiva al giudice di valutare  anche la congruità della pena  ai fini e nei limiti di cui all’art. 27 comma 3° Cost. (le pene devono tendere alla rieducazione del condannato) né di rigettare la richiesta  di pena patteggiata in caso di valutazione sfavorevole.
In tal modo aveva osservato la Corte si impediva al giudice di verificare «l’adeguatezza della pena inflitta ai fini e nei limiti del principio della rieducatività contenuto nella norma costituzionale richiamata».
L’art.32 legge 479/1999 ha adeguato il disposto dell’art. 444 2° comma c.p.p. alla pronuncia della Corte costituzionale: oggi, la norma prevede espressamente che il giudice debba valutare la congruità della pena indicata, pertanto il giudice svolge un controllo di carattere sostanziale e non meramente (notarile).
Pertanto l’art. 444 2° comma c.p.p. deve considerarsi integrato dalla seguente Giurisdizione: «se vi è il consenso anche della parte che non ha formulato la richiesta e non deve essere pronunciata sentenza di proscioglimento a norma dell’art. 129 c.p.p. il giudice sulla base degli atti, se ritiene che la qualificazione giuridica del fatto e l’applicazione e la comparazione delle circostanze prospettate dalle parti sono corrette, se valuta congrua la pena, dispone con Sentenza l’applica-zione della pena indicata, enunciando nel dispositivo che vi è stata richiesta delle parti». (Corte cost. 02.7.1990 n.313).
L’art. 444 c.p.p. stabilisce altresì, che se vi è costituzione di parte civile, il giudice non decide sulla relativa domanda; l’imputato è tuttavia condannato al pagamento delle spese sostenute dalla parte civile, salvo che ricorrano giusti motivi per la compensazione totale o parziale. Non si applica la disposizione dell’art. 75, comma 3.
Con sentenza 443/1990 la Corte costituzionale aveva dichiarato la illegittimità di tale disposizione nella parte in cui non prevedeva che il giudice potesse condannare l’imputato al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile, salvo che ritenesse di disporne, per giusti motivi, la compensazione totale o parziale.
Anche i contenuti di tale sentenza costituzionale sono stati recepiti nel disposto della norma codicistica in seguito alla legge 479/1999.
La parte richiedente può subordinare l’efficacia della richiesta alla concessione della sospensione condizionale della pena ed in tal caso se il giudice ritiene che la sospensione condizionale non possa essere concessa, rigetta la richiesta.
Sicché il giudice ha sempre la facoltà di rigettare la richiesta qualora ritenga che l’accordo tra le parti contenga errori di qualificazione giuridica ovvero che la pena pattuita sia inadeguata.
Il giudice, però, non può applicare una pena diversa da quella oggetto dell’accordo delle parti, né può modificarne la determinazione o negare la sospensione condizionale della pena cui, ai sensi dell’art. 444, comma 3° c.p.p. è subordinata dalla parte la richiesta di applicazione della sanzione penale.
In questi casi, quando il giudice non ritiene di poter accogliere la richiesta concordata tra p.m. ed imputato, non può modificare  i termini dell’accordo che è intervenuto e deve, pertanto, rigettare la richiesta.
La richiesta di patteggiamento che prima della legge 479/1999 poteva essere formulata fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, può oggi essere formulata dalle parti nel corso delle indagini preliminari, in udienza preliminare fino alla presentazione delle conclusioni di cui agli artt.421 comma 3°, e 422 comma 3° c.p.p., e fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo.
Se la sentenza di condanna ad una pena patteggiata ex art. 444 c.p.p. potesse prescindere da un accertamento di responsabilità, l’art. 444 c.p.p. sarebbe costituzionalmente illegittimo sotto un triplice profilo e, cioè, sull’art.13 comma 1° Cost. (la libertà personale è inviolabile);  sull’art.27 comma 2° Cost. (secondo il quale l’imputato non è consi-derato colpevole sino ad accertamento definitivo); e sull’art. 111 comma 6° Cost.
Sotto il primo profilo, se s’interpreta l’art.13 comma 1°Cost. nel senso che l’inviolabilità comporta l’indisponibilità della libertà stessa ed è insuscettibile di rinuncia, ne discende che contrasterebbe con siffatta indisponibilità la sentenza che applicasse una pena patteggiata senza previo accertamento di responsabilità.
Sotto il secondo profilo, l’art. 27 comma 2° Cost. stabilisce una regola in virtù della quale il giudice deve considerare non colpevole l’imputato sino a quando non vi sia una condanna definitiva intesa come accertamento definitivo di responsabilità.
Ne segue che contrasta con l’art.27 comma 2° Cost. l’applicazione di una pena ad un soggetto senza prove della sua responsabilità penale.
Sul piano pratico, presumere innocente l’imputato vuol dire che l’ipotesi da verificare, mediante il procedimento probatorio, è la colpevolezza; pertanto se l’accertamento fallisce, si deve riconfermare la situazione iniziale cioè l’innocenza, per cui il giudice non può dichiarare esistente un fatto, che è destinato a produrre effetti giuridici, quando non si sia raggiunta la prova.
Per cui il fatto da provare è la colpevolezza, mentre l’innocenza deve sempre  essere dichiarata  anche in mancanza di prove.
Ciò comporta che un minimo di prove di responsabilità idonee a costituire un accertamento sufficiente a giustificare una condanna è imposto dalla presunzione d’innocenza, e che una norma che consente una condanna senza accertamento di responsabilità, contrasta con l’art.27 comma 2° Cost.
Né si potrebbe obbiettare che è valutabile come prova di responsa-bilità la richiesta dell’imputato della applicazione della pena o il consenso dell’imputato.
Ciò equivarrebbe a dire che la richiesta o il consenso dell’imputato integrano una confessione.
A prescindere dal decisivo valore probatorio che simile tesi  attribuirebbe alla confessione che si trasforma quasi in prova legale, và  rilevato che non possono avere il significato di confessione né la richiesta dell’imputato ex art. 444 c.p.p., né il consenso dello stesso, alla richiesta del pubblico ministero (richiesta o consenso, si noti, potrebbero trasformarsi in una dichiarazione di innocenza, allorquando sembri verosimile che l’imputato preferisce optare per una condanna lieve ma ingiusta al fine di evitare i danni morali che gli potrebbero derivare dalla pubblicità del dibattimento).
Sotto il terzo profilo, la carenza di accertamento giudiziale comporta una violazione dell’art.111 comma 6° della Cost. (tutti i prov-vedimenti giurisdizionali devono essere motivati), dal momento che motivare significa esplicitare le argomentazioni utilizzate per arrivare all’affermazione della sussistenza del fatto e della responsabilità dell’imputato con l’indicazione delle prove poste a fondamento della decisione presa.
E’ normale che una carenza di accertamento di responsabilità rende impossibile l’indicazione delle prove e conseguentemente rende impossibile anche la motivazione imposta dall’art.111- 6° comma Cost.
La Corte costituzionale con sentenza n.313/1990 si è pronunciata affermando che la sentenza che applica la pena patteggiata non può prescindere da un positivo accertamento della responsabilità dell’imputato.
In detta sentenza la Corte costituzionale ha asserito che non può essere condivisa l’idea che «nel c.d. patteggiamento l’imputato “possa disporre” della sua “indisponibile” libertà personale per auto-limitarla».
Il nodo cruciale delle questioni che si agitano sotto il profilo della compatibilità costituzionale, intorno all’istituto del “patteggiamento” riguarda il tipo di accertamento di cui il giudice ne risulta investito nell’ambito del rito alternativo di cui si parla.
L’indefettibilità di una cognizione nel merito appare desumibile dall’obbligo della motivazione sancito, per tutti provvedimenti giurisdizionali, dall’art.111 comma 1°Cost. ciò significa che  in caso di sentenza di condanna, grava sul giudice l’obbligo di giustificazione del proprio decisum che si traduce in un vincolo all’osservanza di canoni di razionalità, ne emerge una ratio di garanzia della qualità della decisione stessa, intesa a prevenire forme di arbitrio nell’esercizio della giurisdizione.
La funzione cognitiva della motivazione, sotto un diverso profilo si può cogliere nel «controllo democratico» che alla collettività spetta come titolare ultimo del potere giurisdizionale (art. 101 comma 1° Cost.), in un ordinamento democratico come il nostro in cui la sovranità appartiene al popolo (art.1 Cost.), l’obbligo di motivazione è il “mezzo” mediante il quale i soggetti investiti del potere giurisdizionale, derivante dalla volontà popolare, devono rendere conto del proprio operato a coloro da cui deriva la loro investitura.
Preme precisare come l’assoggettamento del giudice a canoni argomentativi razionali nella manifestazione del proprio convinci-mento si associ ad un’ attività cognitiva non circoscrivibile alla sfera dell’interpretazione della norma.
Il che comporta delle implicazioni significative nel quadro della tematica in esame, si vuol dire che, perché la garanzia costituzionale sia perfettamente realizzata, occorre assumere che  la motivazione  non si limiti a spaziare sul piano del diritto, ma debba dar conto della congruità della decisione e dell’accertamento del fatto.
Diversamente opinando, la garanzia sarebbe gravemente ridimensio-nata, posto che, dalla pratica  del travisamento dei fatti, costituirebbe per il giudice una facile breccia per l’ applicazione arbitraria della legge.
Sempre  dal punto di vista del precetto costituzionale di cui si tratta, autonomo piano d’indagine s’individua nel dovere di motivare: ne discende in particolare la necessità che la sentenza sia supportata logicamente nella sua interezza.
In concreto, la verifica riguardante la “completezza” della motivazione presuppone, un raffronto tra il contenuto della stessa e i  temi  investiti dall’imputazione e dal dispositivo, nonché dagli eventuali contributi di parte, siano essi di natura probatoria o meno.
Il giudice è comunque tenuto a giustificare la propria decisione di fronte alla collettività per mezzo della motivazione, dando conto anche della maniera nella quale, partendo dalla presunzione d’innocenza, è stata convalidata l’ipotesi di colpevolezza.
La motivazione deve rispecchiare le ragioni per le quali la prova della colpevolezza si ritiene sufficiente, nonché il metodo impiegato per raggiungere la prova medesima.
L’utilizzazione di un determinato procedimento probatorio, in particolare, dà la misura della correttezza dell’indagine compiuta.
La congruità della decisione è pertanto dipendente nel modo in cui è organizzata l’acquisizione delle prove: prima ancora di garantire la prevalenza degli interessi ritenuti meritevoli di tutela, la relativa disciplina deve rispondere ad una esigenza di razionalità.
E’ possibile ricostruire in termini formali, cioè suscettibili di un giudizio di conformità alla legge, il meccanismo di decisione del giudice.
Come il provvedimento probatorio, così la valutazione complessiva del materiale raccolto, che si conclude con la ricostruzione del fatto da accertare, deve svolgersi secondo criteri oggettivamente controllabili, interni alla logica della presunzione di innocenza.
Procedimento probatorio e decisione sul fatto, in realtà costituiscono due momenti che non possono essere separati.
La connessione che li unisce è di tutta evidenza e si realizza in un rapporto di conseguenzialità all’interno dell’operazione complessiva dell’accertamento.
Il convincimento del giudice non è il risultato di un atto di volizione compiuto al termine della raccolta delle prove, ma si viene formandosi, modificandosi e precisandosi nel corso dello sviluppo dell’indagine e dell’intera esperienza processuale.
Secondo l’art. 101 2° comma della Cost. lo stesso  nello stabilire che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge” intende garantire la libertà e l’indipendenza  dell’organo giurisdizionale, nel senso di vincolare la sua attività alla legge in modo che egli sia chiamato ad applicarla senza interferenze, che possano incidere sulla formazione del suo libero convincimento manifestato attraverso canoni argomentativi razionali e che si associno ad un’attività cognitiva non circoscrivibile  alla sfera dell’interpretazione della norma, il che significa come è stato già detto che il giudice è tenuto a giustificare per mezzo della motivazione dando conto anche della maniera nella quale partendo  dalla presunzione d’innocenza, è stata convalidata l’ipotesi di colpevolezza.
Questa previsione non viene intaccata da quelle  valutazioni concordi del pubblico ministero e dell’imputato sulla sanzione penale da irrogare.
La norma Costituzionale verrebbe violata nel momento in cui il giudice fosse privato di quel potere stabilito non da una situazione predeterminata da una disposizione legislativa, ma da un potere discrezionale ed arbitrario attribuito ad altri soggetti.
E’ sempre doveroso che la sentenza contenga la motivazione, non discostandosi dagli altri provvedimenti giurisdizionali, come peraltro indicato dall’art. 111 comma 1° Cost., anche ai fini di una impugnazione avanti la Corte di Cassazione ( art. 111, comma 2°, Cost.).
Converrà subito avvertire che la Corte Costituzionale ha ritenuto infondata la questione di illegittimità costituzionale in riferimento al principio di presunzione di innocenza: «Chi chiede l’applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p. rinuncia ad avvalersi della facoltà di contestare l’accusa, ma questo non significa violazione del principio di presunzione d’innocenza, che continua a svolgere il suo ruolo fino a quando la sentenza sia divenuta irrevocabile» (Corte cost. 2.7.1990 n.313).
In sostanza si può asserire che il rito speciale regolato dall’art. 444 e ss. del c.p.p., pur in presenza di autonomi e consistenti poteri del giudice, trova il suo fondamento nell’accordo tra p.m. e imputato sul merito della imputazione.
Nel patteggiamento, l’imputato è posto di fronte a una alternativa che investe il suo diritto di difesa: concordare la pena e uscire rapidamente dal processo  ovvero esercitare la facoltà di contestare l’accusa.
Il sistema è costruito in modo che l’imputato possa determinarsi alla sua scelta con piena consapevolezza delle conseguenze giuridiche derivanti dall’applicazione della pena su richiesta, in modo tale da poterne  adeguatamente ponderare i benefici e gli  svantaggi.
Tornando alle garanzie costituzionali che presidiano la sentenza, và ricordato che l’ idea  di un trattamento sanzionatorio che è svincolato  da un presupposto di colpevolezza nei confronti dell’imputato e, per converso, affidato alla determinazione esclusiva di parte, non sembra adattarsi al principio di legalità processuale canonizzato nell’art. 112 Cost.
Bisogna osservare come in un ipotetico modello dove l’irrogazione della pena fosse svincolata da un accertamento di responsabilità, risulterebbe  vanificato, con il ruolo stesso della giurisdizione, ogni profilo di legalità, processuale (art. 112 Cost. dove il p.m. ha l’obbligo di esercitare l’azione penale), quanto sostanziale (art. 25 Cost.): di fatto si aprirebbe un varco a pratiche di negoziato sull’imputazione, in contrasto con l’art. 112 Cost. quindi lesive della obbligatorietà dell’azione penale.
La sentenza di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. secondo la consolidata giurisprudenza delle Sezioni Unite, non contiene una  affermazione di responsabilità penale dell’ imputato: si tratta di una pronuncia accertativa del  fatto-reato, sulla base della sola valutazione degli atti contenuti nel fascicolo del p.m., equivalente  ad una sentenza di condanna, salvi gli effetti premiali previsti dalla legge.
Ne discende che vi è una carenza di quella piena valutazione dei fatti e delle prove che costituisce nel giudizio ordinario la premessa necessaria per l’applicazione della pena.
Conseguentemente, risulta stravolta qualsiasi giustificazione teorica della pena sia sul piano rieducativo che retributivo: si applica una pena in assenza di un accertamento giudiziale di penale responsabilità.
Sul punto, merita attenzione la sentenza n.313/1990, con la quale la Corte costituzionale ebbe a dichiarare costituzionalmente illegittimo,  per contrasto con l’art.27, comma 3° Cost., l’art. 444 2° comma c.p.p. nella parte in cui non prevede che il giudice possa valutare la congruità a fini special-preventivi della pena indicata dalle parti nel patteggiamento, rigettando la richiesta nel caso di valutazione sfavorevole.
La Corte riconosce così l’assenza di un nesso tra la scelta  dell’imputato a favore di un procedimento speciale e le esigenze di rieducazione, potendo, la scelta dell’imputato dipendere solo da un mero calcolo di convenienza senza nessuna relazione con ogni elemento capace di indicare un possibile ravvedimento; anzi questa scelta processuale, si pone in conflitto con l’esigenza stessa di orientare il trattamento punitivo a delle finalità rieducative.
In diverse parole, se il momento commisurativo della pena ex art. 133 cp deve essere finalisticamente interpretato ala luce dello scopo special-preventivo, di necessità bisogna censurare come illegittima la disciplina del patteggiamento in quanto non attribuisce al giudice del fatto alcun sindacato sulla congruità o adeguatezza della pena individuata dalle parte a fini rieducativi: “non può essere escluso, precisa la corte, chela richiesta consensuale delle parti, a causa delle attenuanti che si fanno operare nella loro massima estensione sul minimo della pena, vada ad attestarsi, pur in presenza di delitti molto gravi, su limiti ritenuti dal giudice incongrui”. Questa argomentazione consente alla Corte di affermare in motivazione che “il precetto di cui al 3° comma dell’art.27 Cost. deve valere tanto per il legislatore quanto per i giudici della cognizione” mostrando in questo modo di aderire ad una impostazione secondo la quale il fine preventivo estenderebbe la propria operatività ben oltre la sola fase della esecuzione, per orientare lo stesso legislatore nel momento della scelta del tipo e della entità della sanzione, ricollegabile ai diversi modelli delittuosi e poi il giudice nella fase commisurativa, senza tacere degli importanti risvolti sul piano della struttura stessa del reato .
Si è  ritenuto nel tentativo di dare una giustificazione costituzionale al rito disciplinato dagli artt. 444 e ss. c.p.p., che la pena patteggiata sortisca una valenza retributiva, perché l’imputato che chiede questo rito, mostra ossequio e sottomissione verso l’ordinamento giuri-dico,quindi si tratta di un soggetto rieducabile e perciò meritevole della riduzione della pena.
Invero, tali assunti non appaiono condivisibili per diversi motivi:
- non sussiste un obbligo giuridico di sottostare ad una pena senza processo;
- al contrario, pretendere da parte dell’imputato, un processo (accusatorio), per un pieno accertamento del fatto, nel contraddittorio delle parti, avanti ad un giudice terzo significa mostrare fiducia nell’accertamento giudiziale.
In uno stato democratico di diritto non vi può essere giustificazione sistemica al patteggiamento sul piano della rieducazione della parte che patteggia la pena.
Invero, nel patteggiamento sembrano mancare le basi per ipotizzare una funzione rieducativa o retributiva della pena, perché sfugge il rapporto tra responsabilità  e  pena.
Difetta il presupposto: l’accertamento della responsabilità penale (è evidente che il legislatore non ha in nessun caso previsto un accertamento del fatto di reato da parte del giudice del procedimento speciale il quale, al contrario, valuta la correttezza della qualificazione giuridica dell’evento come prospettato, esclusivamente, “sulla base degli atti” e,  cioè senza ulteriori accertamenti.
In dottrina si è anche sostenuto che la pena applicata ex art. 444 c.p.p. sia estranea al principio di legalità sancito dall’art.25 comma 2° Cost., nel senso che la pena è legale solo se prevista dalla legge ed applicata nei confronti di un soggetto riconosciuto responsabile penalmente; né la richiesta di patteggiamento può essere equiparato ad una confessione avente valore legale, atteso che  la richiesta consensuale di applicazione della pena è una scelta processuale che implica la rinuncia ad avvalersi della facoltà di contestare  l’accusa, mediante un atto dispositivo con il quale l’interessato rinuncia ad esercitare il diritto alla prova.
Alla luce delle considerazioni suddette, la giustificazione del patteggiamento, si giustifica da un lato processuale, ma non nel senso che il rito  de quo  incrementi  la funzionalità del processo come strumento per accertare la responsabilità e la verità.
Invero, i riti speciali possono assolvere ad esigenze organizzative e deflative della struttura giudiziaria, quindi ad esigenze “pratiche”  come la rinuncia al processo.
Detto questo, sulla scorta delle superiori considerazioni, non si vede un nesso  funzionale tra processo-pena-finalità,  ma le stesse risultano profondamente modificate rispetto al processo, nel rito ordinario, il principio di legalità della pena e le finalità che la carta fondamentale assegna alla pena, tanto che dubbia appare la compatibilità dei riti speciali con i principi di diritto penale costituzionale.
Come è noto, a seguito della modifica dell’art. 444 c.p.p. introdotta con la legge del 16 dicembre 1999 la sede processuale dove si celebra il rito applicazione della pena richiesta dalle parti è l’udienza preliminare.
Segnatamente, il momento preclusivo per la presentazione della richiesta è dato dalla formulazione delle conclusioni di cui agli artt. 421 comma 3 e 422 comma 3, c.p.p. il procedimento di applicazione della pena o richiesta delle parti delineato dalla legge Carotti viene attivato, prima che il giudice per le udienze preliminari,   abbia delibato alla fondatezza della ipotesi di accusa, disponendo il rinvio a giudizio.
Questo nuovo assetto procedimentale impone, pertanto, la massima valorizzazione del controllo sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del p.m., che il giudice investito di una richiesta ex art. 444 c.p.p. è chiamato a compiere.
Gravita  nell’orbita  dei  limiti costituzionali inerenti  al tema in esame la  problematica  riguardante  il  finalismo  della  sanzione  oggetto  di negoziato tra le parti.
Occorre segnalare, come nel contesto in esame la questione si pone in relazione a degli schemi procedimentali dove l’epilogo sanzionatorio  reca una componente premiale, nei termini, a seconda dei casi, di uno sconto di pena.
Non si vede come la modulazione della pena in termini di risocializzazione e di rimproverabilità del fatto addebitato, possa prescindere da una attività di accertamento da parte del giudice chiamato ad irrogare una sanzione.
Per  ciò che concerne le implicazioni di carattere costituzionale che investono direttamente i contenuti premiali della composizione sulla pena, bisogna individuare una matrice finalistica compatibile con i canoni costituzionali.
Nella prospettiva di questa indagine, si può rilevare come l’attitudine a soddisfare esigenze di prevenzione e di risocializzazione, postuli che nella rinuncia a quelle forme procedimentali garantite, si può cogliere un indice di adattamento sociale del soggetto, idoneo, a giustificare il contenuto della sanzione.
Il che sul piano processuale, presuppone che lo sconto indotto dalla scelta del rito prescinda da ogni automatismo subordinato alla mera perfezione del negoziato sulla pena, ma segua ad una adeguata indagine del giudice volta ad accertare il valore della scelta processuale in termini di mutato atteggiamento verso regole della convivenza.

                                                                         Avv. Vincenzo Mennea




            

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